Giorno: 5 ottobre 2010

Massimiliano Santarossa – Hai mai fatto parte della nostra gioventù?

Massimiliano Santarossa – Hai mai fatto parte della nostra gioventù? – ed. Baldini Castoldi Dalai 2010

E’ un romanzo che si divora questo di Massimiliano Santarossa. Un tamburo che martella. Lo sono i personaggi, il linguaggio. “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” è la storia di quattro ragazzi che vivono nel Nordest, nell’operosissimo, industrialissimo, Nordest.  I protagonisti provano a mordere una vita senza speranza nel  tugurio periferico delle “case rosse” di Villanova vicino a Pordenone. Quel che fanno, però, è autodistruggersi. In ogni gesto, movimento, scelta, di questi ragazzi c’è rabbia e disperazione, probabilmente nessuna via di scampo.  Una profonda solitudine.

Questo è l’incipit:

“ Io sono il Vez. E questa è la storia di settandue ore trascorse sull’asfalto del Nordest. Ho camminato e vissuto assieme a Nic, Giò e Mike. Uniti come fratelli di strada. Noi siamo la cerniera tra l’inferno e il mondo. Andiamo con sbandati, drogati, puttane, spacciatori. E stiamo anche con voi. Solo che non sappiamo più cosa è peggio e cosa è meglio. Tu hai mai fatto parte della nostra gioventù?”

Tutto si svolge  tra il venerdì e la domenica. In mezzo a questo tempo scorrono : la droga, il rave, il sesso rabbioso, la rissa, la corsa d’auto illegale. Mentre leggi, senti questi ragazzi molto vicini. Ricordi qualcosa che hai sfiorato. Perché in fondo le storie sono tutte uguali e il baratro è dietro l’angolo di ciascuno di noi. Spesso è un colpo di fortuna a fare la differenza, nascere in un quartiere piuttosto che un altro ti cambia la vita. Questi quattro ragazzi hanno l’anima lacerata, ma ce l’hanno. Dentro questa folle corsa, l’odio verso la città, i personaggi squallidi che li circondano, il rancore o il rimpianto verso le famiglie, dentro tutto questo c’è un tenersi per mano, un continuo salvarsi l’uno con l’altro; come se tirare su l’amico che le ha appena prese in una rissa o portarne uno in overdose all’ospedale fosse l’unica maniera per fuggire alla disperazione. Al nulla.

“Siamo davanti al portone di ferro arrugginito. Un capannone di cemento armato disperso tra frasche, pozzanghere, fango  e strade desolate con  i lampioni rotti nella campagna tra Pordenone e Treviso. Il rave party è qui dentro. La meta. L’approdo. Il paradiso. Tiro su il bavero del giubbotto per ripararmi dal freddo. Il cielo nero colmo di nuvole è perfetto per questo scenario da dopo atomica. Qui tutto parla di solitudine, di desolazione, qui attorno è tutto morto. Qui espieremo le nostre colpe.”

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