Giorno: 4 ottobre 2010

Ernest Hemingway – Canto per i critici (post di Natàlia Castaldi)

Augurio  [ per un certo signor Lee Wilson Dodd  e chiunque tra i suoi amici lo desideri ]

Ernest Hemingway

Canto per i critici
con le tasche piene di ranno
ventiquattro critici
che con me ce l’hanno
sperano che crepi
che ti lasci andare
per poter essere
i primi ad annunciare
ogni sintomo di debolezza o di rapido declino.
(Sono tutti uguali, il tedio è genuino,
sordide catastrofi, bara col destino,
gente volgarissima, personaggi da strapazzo,
tossicomani, soldati, prostitute,
uomini senza cazzo*)
Se non vi garbano, io certo non vi adulo
e invece d’un consiglio mi compiaccio
ficcateveli su per il culo
Questo, ragazzi, è l’augurio che vi faccio.

*. . . . . . . .

(Parigi, 1927 – “Little Revew”, maggio 1929)

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Ritratto di signora
(Stralcio)

Ora lo diremo con una piccola poesia. Una poesia che non
avrà alcun valore. Una poesia di cui sarà facile sbarazzarsi con
una risata e che non avrà alcun significato. Una poesia cattiva.
Una poesia scritta da un uomo risentito. Una poesia scritta
da un ragazzo invidioso. Una poesia scritta da un tale
che una volta era inviatato a cena. Non è una bella poesia.
Una poesia dove non si parla dei Sitwell. Una poesia che non è
mai stata in Inghilterra. Una piccola poesia che ferisca i
sentimenti. Una poesia dove non ci sono corvi. Una poesia in
cui non muore nessuno. Una piccola poesia che non
parla d’amore. Una poesia cheap.
Una poesia che non val la pena di scrivere. Una poesia che
perché si scrivono poesie così? Una poesia che è una poesia.
Una poesia che faremmo meglio a scrivere. Una poesia che
potrebbe essere scritta meglio. Una poesia. Una poesia
che dice una cosa che sanno tutti. Una poesia che dice una
cosa che la gente non ha pensato.
Una poesia insignificante. Una poesia o no.

Gertrude Stein non era una babbiona
Gertrude Stein era solo una pigrona.

Ora che tutto è finito forse c’era una grossa differenza se era una cosa che ti stava a cuore.

(Parigi, 1926) (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitoli VI e VII (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 6

la sposa e le damigelle – foto reperita in rete

Nelle tre settimane che precedettero il matrimonio, Mimì era intrattabile. Quando usciva da casa, a chi gli diceva buongiorno non rispondeva nemmeno col solito mugugno sussurrato tra sé e sé. Stava dalla mattina alla sera nella zona dei ricchi, sempre a caccia di culi rigonfi di soldi. Femmine, in quel periodo, poche e niente. Non che mancasse la merce, solo che questa attesa del matrimonio gli andava per traverso e non gli veniva piu’ alcuna voglia di fottere dietro i portoni con le sconosciute. Saruzza gli aveva fatto la fattura. Quando vedeva qualche femmina che portava in giro il petto manco fosse la bara di Santa Rosalia in processione, non diceva nulla. E soprattutto non sentiva niente: niente odore sulla pelle, niente torcimenti di viscere. E così badava solo ai culi a forma di portafoglio.

Il lavoro procedeva spedito e senza intoppi. A parte qualche lieve incidente di percorso. Come quella volta, per esempio, che trovò dentro un portafogli i soldi giusti giusti che servivano alla preda per pagare una cambiale. Si può mai rubare ad un povero cristo? Mimì si fece questa domanda per la prima volta e subito si disse che no, non si poteva fare. Così cominciò a seguire il derubato. Doveva trovare l’attimo giusto per restituire il maltolto, ma senza perdere la faccia. L’occasione gliela diede un ubriaco in bicicletta che guidava a sghimbescio, proprio come lui faceva a piedi lungo il Vicolo Platone. Fu un attimo. Mimì aspettò che il ciclista gli venisse a tiro, quindi -con precisa scelta dei tempi- spinse il malcapitato che si ritrovò lungo lungo per terra, con la testa sotto il manubrio e col resto del corpo sotto quel bestione che spandeva un insopportabile tanfo di vino. Mimì si mise la faccia del benefattore, spostò il ciclista che non aveva capito nulla e aiutò il malcapitato a rialzarsi. E mentre, premuroso come non era mai stato con nessuno, gli spolverava la giacchetta, fece per una volta l’operazione inversa.

La perdita del bottino non gli procurò nessun rimorso. Anzi, quel giorno Mimì ritrovò il suo buonumore. “Minchia -pensò- e dire che con quella giacchetta e con quel passo nobile che aveva, sembrava proprio un signore. E invece era uno sfardato come a mìa. Anzi -si corresse- peggio di mìa”. (altro…)