Carveriana – Daniele Gennaro

Thess Gallagher e Raymon Carver

Con questo intenderei aprire una serie di post sulla poesia Americana contemporanea, partendo da quello che potrebbe essere definito un outsider della poesia statunitense : Raymond Carver.
Ray, oltre ad essere quel meraviglioso scrittore di racconti che tutti conosciamo, è stato, per sua stessa affermazione, principalmente un poeta, anche se da molti il suo stile non è da ritenersi “poetico” perché sostanzialmente prosastico, ma questa è una vecchia querelle che non credo valga la pena di riprendere in questa sede.
Ray amava profondamente la poesia, è stata la poesia che l’ha introdotto alla letteratura. Vale assolutamente la pena leggere il breve saggio-racconto “Some Prose on Poetry” apparso sulla rivista “Poetry” nel 1987 e pubblicato con il titolo “Stella Polare” ne “Il mestiere di scrivere” (Stile Libero Einaudi, a cura di William L. Stull e Riccardo Duranti). In questo gustosissimo scritto Ray racconta il suo approccio, apparentemente casuale, con la poesia. “Tanti anni fa – sarà stato nel ’56 o nel ’57 –quando non avevo ancora vent’anni, ma ero già sposato e mi guadagnavo da vivere facendo le consegne a domicilio per un farmacista di Yakina…un giorno feci una consegna in una casa della parte ricca della città. Fui invitato a entrare da un signore molto anziano, ma lucidissimo, che indossava un cardigan. Mi chiese di aspettare un momento in salotto…in quel salotto c’erano un sacco di libri…mentre aspettavo e il mio sguardo vagava su tutti quei libri, notai che sul tavolinetto c’era una rivista con un titolo singolare e per me, sorprendente : “Poetry”. Ne rimasi colpito e la presi in mano. Era il mio primo contatto con una rivista letteraria oltre che con una rivista di poesia e la cosa mi lasciò di stucco. Forse mi feci prendere dall’avidità e così presi anche un libro, un volume intitolato The Little Rewiew Anthology, a cura di Margaret Anderson…non avevo mai visto prima un libro del genere – ne’ tantomeno, una rivista come Poetry. Continuai a leggiucchiare da una all’altra pubblicazione e in cuor mio comincia a desiderare di possederle.
Quando il signore anziano finì di compilare l’assegno, come se mi avesse letto nel cuore, mi disse: “Prendi pure il libro figliolo. Può darsi che ci trovi qualcosa che ti piace. Ti interessa la poesia? Perché non prendi anche la rivista? Magari un giorno scriverai qualcosa anche tu. Se è così, dovrai pur sapere dove mandarla”.
Dove mandarla. Non sapevo bene cosa, ma sentivo che stava succedendo qualcosa di importante. Avevo solo diciotto o diciannove anni ero ossessionato dall’idea di “dover scrivere qualcosa” e già a quell’epoca avevo goffamente tentato di scrivere qualche poesia. Ma non mi era mai passato per la mente che ci potesse essere un posto dove in effetti si mandano i propri tentativi con la speranza che vengano letti…Però ce l’avevo proprio in mano la prova concreta che da qualche parte nel vasto mondo c’erano delle persone responsabili che, Gesù buono, facevano uscire tutti i mesi . una rivista di poesia. Ero attonito; come ho detto mi sentivo davanti a una rivelazione…quella sera tardi, con gli occhi arrossati da tanta lettura, ebbi la netta sensazione che la mia vita stesse subendo un mutamento profondo, addirittura, perdonatemi, meraviglioso…La cosa straordinaria e importante è che quando poi ho effettivamente mandato qualcosa, nel 1984, la rivista esisteva ancora, era ancora viva e vegeta e redatta, come sempre, da persone responsabili il cui scopo era quello di mantenere in vita e in perfetta efficienza questa iniziativa unica nel suo genere. E una di queste persone, nella sua veste di redattore, mi scrisse elogiando le mie poesie e mi annunciò che la rivista ne avrebbe pubblicate sei appena possibile…credo che un ringraziamento particolare vada a quello sconosciuto signore anziano e così gentile che mi regalò quella copia della rivista…non l’ho più rivisto e non so neanche come si chiamava. Posso solo dire che quell’incontro c’è stato veramente e si è svolto proprio come l’ho descritto. Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela stella polare, un punto di riferimento – mi si presentò davanti per caso e con generosità.
Nessun’ altra cosa sia pur vagamente simile mi è più accaduta da allora”.

Carver si sentiva profondamente poeta, nasce poeta e si sente poeta ancor prima che narratore, E’ stato definito da Valerio Magrelli come un vero e proprio “apicoltore della poesia”. I suoi versi sono conosciuti in Italia solo da pochi anni e non sono stati motivo del suo successo neanche negli USA. Ma Carver ha affermato : “Io ho cominciato come poeta e così suppongo che sulla mia tomba dovrei essere molto contento se ci fosse scritto: “Poeta, scrittore di racconti e, occasionalmente, saggista. In quest’ordine”. In un’intervista ammette . “I miei racconti sono meglio conosciuti, ma, per quello che mi riguarda, io amo la poesia”. La svolta poetica non segna l’abbandono della narrazione, la poesia per Carver è sostanzialmente narrazione, Ray diceva che scriveva poesie quando non aveva tempo per scrivere racconti: si tratta di una motivazione solo all’apparenza banale, ma che in realtà ha molto dello stile carveriano, per esprimersi Carver deve puntare all’essenziale. La poesia di Carver è fortemente impressionista, non c’è eleganza espressiva, non rimangono in mente parole ma immagini, e questo , a pensarci bene è molto più tipico della prosa che non della poesia. Nella poesia è la densità della parola a tenere viva l’espressione. In Carver però la parola non è mai altisonante, ricercata, aulica. Il tono è piano, discorsivo, quotidiano.
Ray ha certamente fatto suo l’insegnamento di W. C. Williams : niente idee se non nelle cose; si tratta di vedere la realtà che sta di fronte, quella più ordinaria e quotidiana, quella sulla quale spesso non si posano gli occhi. La realtà data ovviamente non è la realtà oggettiva, la parola poetica trasforma l’oggetto e fa acquisire una valenza metafisica alla descrizione, bastano poche parole, qualche aggettivo ( qualche pennellata o qualche piccola variazione cromatica, e penso alla pittura di Hopper) per portarci dentro una dimensione parallela, altrettanto viva ed emozionalmente coinvolgente. L’effetto è di temporaneo straniamento, di sospensione, di immobile contemplazione
di un mondo le cui caratteristiche appaiono all’improvviso nuove e diverse, pur essendo sotto i nostri occhi quotidianamente. Poesia come racconto dicevamo, ma anche come viaggio, movimento, sentiamo che dice Ray: “…Una poesia non deve magari raccontare una storia che ha un inizio, una parte centrale e una fine, ma per me deve muoversi, mantenere un passo vivace, emettere scintille. Può muoversi in qualsiasi direzione – indietro nel tempo, nel futuro più remoto, oppure deviare per qualche sentiero non battuto. Può addirittura essere legata alla terra o andare a cercare casa fra le stelle. Può parlare attraverso una voce dall’oltretomba o viaggiare in compagnia dei salmoni, delle anatre selvatiche o delle cavallette. Ma non è mai statica: si muove. Si muove e, anche se può avere qualche elemento misterioso che pulsa al suo interno, il suo sviluppo è intrinseco, una cosa ne suggerisce un’altra. S’irradia – o perlomeno spero tanto che s’irradi”. (da “ A proposito di Galleggiante e altre poesie”, in “Il mestiere di scrivere”, prec. cit.).
L’attenzione di Carver è portata naturalmente a concentrarsi su eventi minimi e quotidiani ed è in grado di produrre sintesi folgoranti proprie più della poesia che della prosa.
Negli ultimi anni lo scrittore ripeteva spesso la frase di Rilke:” Poesia è esperienza”. L’estrema concentrazione sull’esperienza del reale conduce il suo maggior studioso, W. Stull, a discernere come l’esperienza personale venisse investita di risonanze in qualche modo mistiche: Tess Gallagher afferma che nelle poesie di Carver si può trovare la corrente spirituale che lo ha spinto a scrivere racconti.
La poesia è “questione di vita o di morte”: “Mi interessa la poesia che parla di grandi questioni, questioni di vita o di morte, sì, e la questione di come stare al mondo”.
Così L’ultimo frammento( Late fragment):

E hai ottenuto quello che
Volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Questo frammento che è anche l’epitaffio sulla tomba di Carver, esprime la radicale necessità per l’uomo di far fronte alle situazioni di non-amore, di vuoto, paura, non comunicabilità, con l’incontro ristrutturante dell’oggetto d’amore. La cifra apertamente umana della poesia carveriana è quello che la rende veramente unica, priva di orpelli tecnici e facili stratagemmi per catturare il lettore. La tecnica lascia il posto alla qualità squisitamente poetica di porsi in relazione con la vita, con i fatti, gli oggetti , la realtà.

*

LA RAGNATELA

Qualche minuto fa, sono uscito sul terrazzo
della casa. Di lì vedevo e sentivo il mare
ed ogni cosa che mi è successa in tutti questi anni.
L’aria era calda e tutto immobile. La marea bassa.
Nessun canto di uccello. Mentre mi piegavo sulla ringhiera
una ragnatela mi ha toccato la fronte.
Si è impigliata nei miei capelli. Niente di strano che voltatomi
io sia rientrato. Non c’era vento. Il mare
era di calma piatta. Ho appeso la ragnatela al paralume.
Dove la vedo ora vibrare ogni tanto quando il respiro
la tocca. Un trama sottile. Intricata.
Fra non molto, prima di quanto si possa immaginare,
sarò andato via da qui.

*

Il pittore e il pesce

Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. poi fece uno squillo
a casa. e questo fu quanto. fine della storia,
aveva detto lei. lui tremava come una foglia. e ricominciò
a fumare. si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? andò in macchina
fino in città. ma non per bere.
No, fece due passi. passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. a che serviva?

Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. la pioggia cadeva
più forte ora. sibilava quando colpiva
l’acqua. i lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. la bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
il pennello. Era pronto a ricominciare
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto.
Non importa. avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
o tutto o niente. lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.

*

La strada

Che nottata! I sogni o non vengono affatto
oppure si tratta di un sogno che forse forse
annuncia una perdita. La scorsa notte mi hanno abbandonato
senza una parola su una strada di campagna.
In una casa laggiù sulle colline c’era una luce
non più grande di una stella.
Ma avevo paura di andarci e ho continuato a camminare.

Poi mi sono risvegliato al rumore della pioggia sui vetri.
Vicino alla finestra un vaso di fiori.
L’odore del caffé e tu che ti tocchi i capelli
con il gesto di chi non c’è più da anni.
Ma c’era un pezzo di pane sotto al tavolo
accanto ai tuoi piedi. E una fila di formiche
va avanti e indietro da una fessura nel pavimento.
Non sorridi più.

Fammi un favore stamattina. Chiudi le tende e torna a letto.
Lascia perdere il caffé. Faremo finta
di essere in un paese straniero, innamorati.

*

La pipa

La prossima poesia che scriverò avrà legna da ardere
proprio al centro, legna da ardere così intrisa
di resina che il mio amico si lascerà dietro
i guanti e mi dirà: «Mettiti questi quando
maneggerai questa cosa». La prossima poesia
avrà dentro anche la notte e tutte le stelle
dell’emisfero occidentale; e un’immensa massa
d’acqua scintillante per miglia sotto la luna nuova.
La prossima poesia avrà una stanza da letto
e un salotto tutti per sé, lucernai,
un divano, un tavolo e sedie vicino alla finestra,
un vaso di violette appena tagliate un’ora prima di pranzo.
Ci sarà una lampada che brucia nella prossima poesia;
e un caminetto dove pezzi di abete impregnati
di resina andranno in fiamme, consumandosi tra loro.
Oh, la prossima poesia farà scintille!
Ma non ci saranno sigarette in quella poesia.
Comincerò a fumare la pipa.

*

Una pacchia

Non c’è altra parola. Perché proprio quello è stata. Una pacchia.
Una pacchia, questi ultimi dieci anni.
Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato,
riamato, una brava donna. Undici anni fa
gli avevano detto che aveva solo sei mesi da vivere
se continuava così. E non poteva che
peggiorare. Così cambiò vita,
in qualche modo. Smise di bere! E per il resto?
Dopo, fu tutta una pacchia, ogni minuto,
fino a quando e anche quando gli dissero che,
beh, c’era qualcosa che non andava e qualcosa
che gli cresceva dentro la testa. “Non piangete per me”,
disse ai suoi amici. “Sono un uomo fortunato.
Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro
si aspettasse. Una vera pacchia. Non ve lo scordate”

*

Questa mattina

Questa mattina è stata grandiosa. Un po’ di neve
copriva il terreno. Il sole galleggiava in un limpido
cielo azzurro. Anche il mare era azzurro e verde -azzuro
fino all’orizzonte.
Neanche una increspatura. Calmo. Mi sono vestito e sono uscito
a fare una passseggiata -deciso a non tornare indietro
prima di avere assorbito quello che la Natura aveva da offrirmi.
Sono passato accanto a vecchi albericurvi.
Ho attraversato un campo disseminato di pietre
dove la neve s’era ammucchiata in banchi. Ho proseguito
fino a dove arriva la scogliera.
Da lì ho guardato il mare e il cielo e
i gabbiani che volteggiavano sulla spiaggia bianca
laggiù. Tutto bello. Tutto immerso in una luce
pura e fredda. Ma poi, al solito, i miei pensieri
hanno iniziato a vagare. . con uno sforzo di volontà
ho cercato di vedere quel che vedevo e nulla più. Mi sono dovuto dire che era questo
che contava, non le altre cose (e ci sono riuscito per qualche istante !)
Per qualche istante sono riuscito a scacciare i soliti pensieri , su
quel che è giusto o sbagliato – il dovere,
i teneri ricordi, i pensieri di morte, come dovrei comportarmi
con la mia ex moglie. Tutte le cose
che speravo sparissero questa mattina.
Le cose con cui convivo ogni giorno. Quel che
ho calpestato per continuare a vivere.
Per qualche istante mi sono distratto da me stesso
e da tutto il resto. Ne sono sicuro.
Perchè quando mi sono voltato non sapevo più dov’ero.
Finchè alcuni uccelli non si sono alzati
dagli alberi contorti. E sono volati nella
direzione in cui dovevo andare.

*
Le dita del piede
Questo piede non mi dà altro
che guai. Il tallone,
l’arco, la caviglia… v’assicuro
che mi fa male quando cammino. Ma
sono soprattutto queste dita
che mi preoccupano. Queste
“articolazioni terminali” come sono
altrimenti note. Com’è vero!
Per loro non c’è più il piacere
di tuffarsi a capofitto
in un bagno caldo o
in un calzino di cashmere. Calzini di cashmere
o niente calzini, pantofole, scarpe o cerotti
Ace, ormai è tutto uguale
per queste stupide dita.
Hanno perfino un aspetto assente
e depresso, come se
qualcuno le avesse imbottite
di torazina. Se ne stanno lì rannicchiate,
mute e attonite… oggetti
scialbi e senza vita. Ma che diavolo succede?
Che razza di dita sono queste
che non gliene frega più niente di niente?
Ma sono ancora le mie
dita? Si sono forse scordate
i vecchi tempi, che cosa voleva dire
esser vive allora? Sempre in prima
fila, sempre le prime a scendere sulla pista da ballo
appena attaccava la musica.
Le prime a saltellare.
E adesso, guardatele. Anzi, no.
Non vorrete certo guardarle,
‘ste lumache. È solo a prezzo di dolore
e con difficoltà che riescono a rievocare
i tempi d’una volta, i tempi d’oro.
Forse, quel che vogliono in realtà
è tagliare tutti i collegamenti
con la vita di una volta, ricominciare,
darsi alla clandestinità, vivere da sole
in una casa di riposo principesca
da qualche parte della valle di Yakima.
Eppure c’era un tempo
che si tendevano
per il desiderio,
che veramente bastava la minima provocazione
per farle inarcare
di piacere.
Sfiorare con la mano
una gonna di seta, per esempio.
Una bella voce, un tocco
sulla nuca, addirittura
uno sguardo di sfuggita. Qualsiasi cosa!
Il rumore di occhielli
sganciati, di corsetti
sbottonati, di vestiti lasciati cadere
sul parquet freddo.

*
Fotografia di mio padre a 22 anni.
Ottobre. Qui in questa fetida, estranea cucina
studio la faccia di mio padre imbarazzata da giovane.
Un sorrisetto timido, in una mano tiene una sfilza
di persici gialli e spinosi, nell’altra
una bottiglia di birra Carlasbad.
In jeans e camicia di tela, sta appoggiato
contro il paraurti anterior di una Ford del 1934.
Gli piacerebbe avere un’aria spavalda e cordiale per i posteri,
portare il suo vecchio cappello inclinato su un orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere un duro.
Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che mostrano senza convinzione quella sfilza di persici morti
e la bottiglia di birra. Padre, ti voglio bene,
ma come posso dirti grazie, io che pure non reggo l’alcol,
e che non conosco nemmeno i posti buoni per pescare?
*
Per Tess
Giù nello Stretto le onde schiumano,
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredvil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a essere contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

*
Cosa ha detto il dottore

Ha detto che la situazione non è buona
ha detto che anzi è brutta, molto brutta
ha detto ne ho contati trentadue su un solo polmone prima
di smettere di contarli
allora io ho detto meno male non vorrei sapere
quanti altri ce ne stanno oltre a quelli
e lui ha detto lei è religioso s’inginocchia
nelle radure del bosco si lascia andare a invocare aiuto
quando arriva a una cascata
con gli spruzzi che le colpiscono il viso e le braccia
si ferma a chiedere comprensione in momenti del genere
e io ho detto non ancora ma intendo cominciare a farlo subito
lui ha detto mi dispiace veramente ha detto
vorrei tanto darle notizie di tutto un altro genere
e io ho detto Amen e lui ha detto qualche altra cosa
che non ho capito e non sapendo cos’altro fare
siccome non volevo che lui dovesse ripeterla
e io digerire pure quella
me lo sono guardato
per un po’ e lui ha guardato me e a quel punto
sono saltato su e ho stretto la mano di quest’uomo che mi aveva appena dato
qualcosa che nessuno al mondo mi ha mai dato prima
mi sa che l’ho pure ringraziato tanta è la forza dell’abitudine.

*
Chiarore residuo.
Scende il crepuscolo. Poco fa è caduta
un po’ di pioggia. Si apre un cassetto e dentro ci si trova
la foto di un uomo e ci si rende conto che ha solo altri due anni
di vita. Lui questo non lo sa, è chiaro,
è per questo che posa sorridente davanti all’obiettivo.
Come può sapere cosa gli sta mettendo radici nella testa
in quel momento? Se si guarda verso destra
tra i rami e i tronchi, si intravedono
macchie rossastre di chiarore residuo. Non ci sono ombre, né
chiaroscuri. L’aria è umida e calma…
Lui continua a posare sorridente. Rimetto la foto
a posto con le altre e concentro
invece l’attenzione sul chiarore residuo lungo i monti lontani,
che si posa dorato sulle rose del giardino.
Poi non posso fare a meno di lanciare un’altra occhiata
alla foto. Il suo ammiccare, il gran sorriso,
l’inclinazione spavalda della sigaretta.

*
Tra i rami.

Sotto la finestra, sul balcone, ci sono degli uccellini malridotti
che si affollano attorno al cibo. Sono gli stessi, credo,
che vengono tutti i giorni a mangiare bisticciando. C’era un tempo,
[c’era un tempo,
gridano e si beccano. Sì, è quasi ora.
Il cielo rimane cupo tutto il giorno, il vento viene da ovest e
non smette di soffiare… Dammi la mano per un po’. Tienimi la
mia. Così va bene, sì. Stringimela forte. C’era un tempo in cui
pensavamo di avere il tempo dalla nostra. C’era un tempo, c’era
[un tempo,
gridano gli uccellini malridotti.

*
Non c’è bisogno

Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

Poesia
 All of Us: The Collected Poems, London, Harvill Press, 1996 (trad.it. Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie)
 A New Path to the Waterfall, New York, Atlantic Montly Press, 1988 (trad.it. Il nuovo sentiero per la cascata, Roma, minimum fax, 2001)
 Ultramarine, New York, Random House, 1986 (trad. it. Blu oltremare. Poesie, Roma, minimum fax, 2003)
 Where Water Comes Together with Other Water, New York, Vintage Books, 1986 (trad. it. Racconti in forma di poesia, Roma, minimum fax, 1999 )

Il mestiere di scrivere. A cura di William L. Stull e Riccardo Duranti. Torino, Einaudi, 1997

6 comments

  1. Caro Daniele, sono appena rientrata a casa e trovo questa meraviglia tutta da leggere e rileggere. Sinceramente non vodo l’ora che sia domani per potermici dedicare come merita.
    grazie e a domani.
    nc

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  2. beh, meno male che Raymond è esistito e (r)esiste.
    Grazie daniele. Nonostante ciò che vanno i dicendo i molti detrattori di Carver poeta, io lo amo molto anche in versi e orientarsi con le stelle è un libro che è sempre con me

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  3. il testo appare qui
    Da R. Carver, Il nuovo sentiero per la cascata, Minimum fax, Roma 1997.
    prima che einaudi…
    il “vero” editore di carver è certo minimum fax a cui è poi stato sottratto… ottima proposta in ogni caso. grazie

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