Giorno: 1 ottobre 2010

Le cose che cadono – di Mary Simonetti, ed. LietoColle – recensione di Stefano Donno (post di Natàlia Castaldi)

“Le cose che cadono” di Mary Simonetti – ed. LietoColle

Recensione di Stefano Donno.

Le cose che cadono – Mary Simonetti

I più grandi filosofi dell’antichità si sono sforzati di collocare la Terra immobile al centro dell’Universo con plurimi ragionamenti, ma fra essi mettono prima di tutti, la causa della pesantezza e della leggerezza. E’ una questione che riguarda la materia, il suo moto, la forza di gravità, le leggi della fisica, sia ordinaria che, diremmo oggi, quantistica, ma riguarda soprattutto una capacità di visione, la nostra che in fatto di “gravità” deve penetrare in spazi più accoglienti e caldi che superano paradigmaticamente la fisicità per diventare Poesia.

E in questo caso le cose si fanno più difficili, nel senso che fino a quando si parla di leggi e teoremi tutto fila liscio come l’olio, ma come la mettiamo ad esempio con l’assioma di genio e sregolatezza di un Franz von Stuck, di un Johann Heinrich Füssli, di un Gabriele D’Annunzio, di un Carmelo Bene? L’opera d’arte è incontenibile per metrica, per voce, per vissuti. Discorso che calza a pennello per l’esordio di Mary Simonetti di Massafra (Ta) che per la brava LietoColle del comasco, pubblica “Le cose che cadono” con acuta prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua.

La parola della Simonetti, sublime nel suo incedere tra fiori e sterco della vita di ogni giorno, parla di amori invisibili, di violenza di sorrisi negati, di attese sconfinate in un delirio abbandonico dell’io lasciato a digiuno per troppo tempo, e dunque ora terribilmente affamato, cannibalicamente affamato di pulsioni dermiche, di colori, umori, di umanità lacerata da un isolamento autoimposto dall’autrice stessa, perché diventi mistica dell’eros. E sinceramente se questo è un esordio, non è che da incoraggiare, perché non è scontato e si fa beffe – non per miserrimo delirio da vanagloria – di tutta la storia della Poesia (da Neruda, a Hikmet, Caproni, Luzi etc. ), perché è canto universale, riconoscibile da chiunque. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitoli IV e V (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 4

U stagnataru

Mimì si svegliò, come sempre, col casino che faceva il Vicolo Platone quando si aprivano le putìe: le cassette di frutta prese allo scaro che dovevano essere messe a piramide sui marciapiedi e Ninetta la strudusa, mai contenta di niente, che cazziava quel povero disgraziato di Fifì, suo marito. “Megghiu travagliare che stare a casa con quell’arpia di mia moglie”, urlava con quotidiana soddisfazione don Nenè De Caro, muratore piu’ per necessità familiare (allontanarsi dalla moglie) che per pititto. E poi il passaggio dei marocchini che uscivano dal quartiere per raggiungere gli incroci dove avrebbero provato a pulire i vetri delle macchine: quelli sporchi e quelli puliti.

 Una lavata di faccia come quella dei gatti, una pettinata fatta con le dita, indosso la prima camicia che trovava, il solito pantalone sfardato ma con le sacchiette capienti, una controllata a lamette e coltellini e via. Dal quel momento, in strada, c’era anche Mimì.

Sguardo basso, gambe strascicate, Mimì saliva per tutto il Vicolo Platone rispondendo a chi gli dava il buon giorno con un mugugno. Alla fine della salita, girava a destra e s’infilava nello stradone che l’avrebbe portato lì dove c’erano i culi a forma di portafoglio. Non era zona sua, quella, e così alzava le corna e rilassava i muscoli della faccia. Doveva sembrare uno qualunque. Se avesse potuto, si sarebbe mimetizzato coi muri, coi marciapiedi, coi semafori. Un occhio ai culi, uno alle donne. Meglio se giovani. Ogni tanto sentiva su di sè lo sguardo di qualche femmina. Lui rispondeva ai segnali solo se l’odore della signora (o della signorina) gli piaceva. Se con la pelle non sentiva nulla, andava avanti in cerca di culi preziosi e quando ne individuava uno, Mimì si trasformava. Si avvicinava alla preda senza farsene accorgere, manco fosse invisibile; lui, non la preda che, invece, piu’ era voluminosa e piu’ era appetibile. Poi la seguiva e, quando quella rallentava, magari per l’eccessivo traffico pedonale, entrava in azione: un taglietto nella parte inferiore della tasca posteriore dei pantaloni e dopo qualche secondo che poteva diventare anche qualche minuto (dipendeva da come la preda muoveva il culo) il portafogli cascava a terra. A quel punto Mimì non faceva altro che calarsi e prenderlo così come fanno gli scoiattoli quando aspettano che le noci cadano dagli alberi. (altro…)