Mese: ottobre 2010

Da “Il diritto di essere opachi” – Marco Ercolani – LA VITA FELICE 2010

La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed esistenziale, un cammino poetico nel buio degli anni, per cercare là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”.

dalla prefazione di Gabriela Fantato 
  

 

 Fogli di me
chiusi nella torre con me.
Se scrivo, nel fango torna un suono
                                              di mare]
Riprendo, la penna sul legno,
la terra oltre le sbarre.
Una frase dopo l’altra,
frana altra terra,
non appare mai
il cielo.
Sottile la carta, si torce,
esige odori di luna, di mare.
Provo a tastarla
 a sprigionarne luce.

Il diritto di essere opachi

Sposti allibito la maniglia nel muro
chiudi nelle dita il nuovo mondo
che i cieli sfiorano da quando l’albero
è sommerso dal buio, sottovoce.
Ripeti che sulla pelle esistono,possono
esistere, appena sotto il polso
carezze.
Chiedi agli specchi di essere pietre
perché non riflettano le ombre degli inseguitori
chiedi alle pietre di essere specchi
perché riflettano chi corre e si salva.
Febbrile, lungo i cerchi del pozzo,
un volo di farfalla.
I tuoi occhi quasi ciechi.
Prova a guardare le case, a vedere
se sono proprio morte,
osserva la polvere sui bicchieri,
le spine nei piatti, le ombre sui muri.
Prova a rinascere nel tempo
in cui riemergeranno.
Scrivi fra le cinque e le sei
quando il foglio smette di essere scuro
quando la carta mostra
i buchi delle parole. Poi smetti.
I corpi, in fondo alla stanza,
restano corpi ed è saldo, nel buio,
il diritto di essere opachi.
Voci che ti difendono dal dolore
ti sprofondano nella logica delle cose.
Una tragedia senza porte
il ritmo dei giorni, la sabbia
che scricchiola.
Ci sono ancora, nel tuo destino,
lettere da scrivere, fogli
come muri, violentemente bianchi,
dove le parole tracciate sono lavate via
dalle regole del pensiero e le frasi, tutte le frasi,
aspettano nere,
col peso dei verbi e dei nomi,
il tuo andar via dalla stanza.
Sul muro arroventato
schegge di unghie
grida rapprese.
Una volta, respiravano fischiavano parlavano.
Ma la notte è lunghissima,
i discorsi trasformati in derive, silenzi.
Scrivi fra oggi e domani.
Sai di non morire
per il tempo in cui la carta
trattiene le parole.
Potrai sbagliare ancora passo
nella fila dei corpi
e dopo, alla fine del giorno, a cortile vuoto,
correggerti, restare immobile,
descrivere voli
osservare rocce
immaginare domande:
oggi, ad esempio, per quante ore
sarai vero?
Calmata l’acqua, pronunciate le parole
dentro la gola, con la vibrazione
di chi non vuol tacere.
Il diritto di essere opachi
non è il buio della pelle, nella notte,
ma questo lungo proteggersi
da occhi che vorrebbero, violentemente
vedere.

(2003)

IS ARUTAS

Sempre, dopo che gli uccelli hanno cantato,
arriva una notte incomprensibile,
il buio come un incubo,
e ti sorprendi a pensare la luce
nelle ali che pulsano immobili –
sonno senza cielo, perfetta assenza di sole.
Poi ti addormenti.
Saprai domani se le geometrie del pianeta
resisteranno a un’altra notte.
dentro le cose sparite
la notte scolpisce di nuovo i profili
che rinasceranno.

Rosso e oro.Rocce.
Soffio presente di vita.
Sottoterra, il fiato.
Incantesimi deviati, inattesi.
Is Arutas.

Roccia a testa di lupo.
Troppa, troppa luce. Non scrivo.Nessuna carta
tratterebbe le parole.
Scie d’acqua sulla pietra.
Lingua per muti.
Non leggo. Aspetto la notte.

Lascio che luce scorra sui vetri
in quel modo silenzioso e immortale
che, una volta morti,
piangeremmo. Lascio che laluce
scorra. Vorrei accennare che. Ma le parole,
sempre più opache, restano nelle dita
come unghie staccate.
Nella sua nuca, inverno dopo estate,
la lunghezza degli sguardi, giorno dopo notte.
L’infinito lo guardiamo
dentro la sua testa come in uno specchio
ma le cose restano troppo grandi
molti guardiani non conoscono la casa
e sanno tutto del buio,
del mondo che cola via – acqua
senza cose, strappata dal sisma.

La sillaba di un vento solleva l’erba
come secoli fa, quando respiravamo
tra questi fili verdi, sotto fortezze ora dissolte,
uomini che mi assomigliavano.

Il penultimo sole
torna lentamente alla terra
per difenderla dalle notti future
racconta l’opera del respiro nel sonno
che alla pelle riporta una giovinezza
dove le dita si reimparano dita,
nuove nel buio.

L’uomo che fingo di essere
accennando con la lingua parole
sono io
chiamatemi per nome.

Non serve la scrittura
che ogni giorno ascolti.
Diari, schegge, balbettii,
voci infitte nella mente.
La chiamano scrittura dei morti
ma con matite, grida, fogli, pietre, mattoni sono,
restano
vivi.

E tu? Parli
di uomini che non sono stati guardàti.
Di sabbia , non di mare.
Non racconti fiabe ai bambini.
Non ricordi le pietre piccole, di quarzo rosso –
princìpi di speranza, di silenzio –
scoperte fra le alghe e rocce.
Is Arutas.Is Arutas.
Non fare, della terra che vedrai,
un altro punto buio nella nuca.
Per una volta. Senza visioni.
Guarda.

(2009)

 

 

Guardami:
gli scomparsi hanno un numero e un nome.
Vedo immagini scorticate
ombre in mezzo alle mani.
Lungo accordo la materia incendiata –
tronco lasciato nero
manifesti scollati
città vuote di voci.

EAUX D’ARTIFICE

 

ORCHESTRA – POETI ALL’OPERA – N.3 – AA.VV.

ORCHESTRA – POETI ALL’OPERA – N.3 – AA.VV. – ED. LIETOCOLLE 2010

Cosa fa funzionare un’orchestra? Qual è il codice che regola il flusso di note che arriva da ogni singolo strumento e lo fonde agli altri? Le risposte sono varie. La scelta dei musicisti , l’arrangiamento, un direttore di classe, i brani da eseguire. Quando tutti questi elementi sono sul palco, scatta l’armonia. Questa antologia è lo spartito giusto. Dieci poeti all’opera. Diversi per stile, provenienza, età, argomenti trattati . E’ interessante la scelta di Lietocolle di  seguire l’evoluzione di poeti che ha pubblicato negli anni scorsi, così come è corretto chiamare un curatore (direttore in questo caso) del calibro di Guido Oldani.

Oldani nell’introduzione al libro, avvicina questa orchestra a quella Vivaldiana sia per numero di autori, sia per gli strumenti adottati “costituita di soli archi e legni”. Ed è vero. I poeti che leggiamo in queste pagine, sono viole, violoncelli, violini, arpe. C’è una bella alchimia. Lo stesso Oldani sottolinea, inoltre,  la felice terra di mezzo dove si  muove la poetica degli autori antologizzati, “lo stile libero” lo definisce. Fra un canone del passato sovvertito ed un canone di scrittura nuovo che ancora non prevale.

Vince la poesia, evidentemente. Paga la scelta della diversità. I dieci autori qui raccolti, forniscono una splendida prova, colpendo a fondo il lettore, ognuno col proprio stile. Chi in maniera più analitica chi più sintetica, chi più ironica, chi più dolorosa. Chi usando un linguaggio più diretto, chi ricorrendo più spesso alla metafora, chi al dialetto. Il risultato finale è ottimo, l’antologia funziona, perché è fuori dagli schemi delle antologie, proprio perché uno schema ce l’ha. Propongo in lettura una breve selezione dei testi.

@ gianni montieri

 elenco autori: Alessio Alessandrini, Martha Canfield, Maddalena Capalbi, Maria PIna Ciancio, Salvatore Contessini, Antonio Fiori, Vincenzo Mascolo, Augusto Pivanti, Margherita Rimi, Anna Toscano

 ***

ALESSIO ALESSANDRINI

FOTOGRAFIA

Dirsi “A domani”

è un po’ come dire “Ti amo”

creare un sottile riparo

mentre intorno la pioggia

allarma, ed alluvionano le

tante parole innescate.

Il cuore duplica lo sforzo

votato alla pulsione plurale

e ci apparecchiamo al Noi,

al giorno in cui saremo

mattoni impastati per nominare

la Casa. Tutto nel silenzio

trama alla fiaba

che abbiamo imparato

e ora all’orizzonte è

in rada. Due corpi

siamo, solo uno

esposto nell’abbraccio

certo che vulnerabili

ci inquadra.

(altro…)

Roberta D’Aquino – Poesie

Vladimir Pliskin

Roberta D’Aquino è una giovane poetessa che sa già volare alto.
La sua poesia non si limita al sentimento, piuttosto è tesa a scardinare il vuoto in agguato e a rompere quel silenzio dal quale non vuole lasciarsi vincere.
Riesce molto bene nel suo intento, salvaguardando con versi determinati la sua fame e urgenza di comprensione esistenziale. Buona lettura.

clelia pierangela pieri




Dopo le nubi sopra il Golgota


Ho bisogno, vedi, di parlare
per non lasciare al caso certe coniugazioni
i verbi delle azioni, le congiunzioni
e perdere definitivamente il senso
piccolo e profondo, nel pozzo
nell’acquitrino in cui siedo
sola e in cui scavo con i piedi

Sono la ricerca, l’incudine, il piccone
e il secchio. Sono l’acqua e mi riverso
bevendomi di viscere. Sono
il cercatore

ho bisogno di sentire la tua voce
di specchiarmi nei tuoi vetri fin giù
dove il silenzio non è più brusio
di scuro naufragare, dove l’abbraccio
delle parole si tende come una catena e cigola
intorno alla carrucola delle risalite

e tu sei
dopo le nubi sopra il Golgota, la pietra rotolata
dal sepolcro, il sudario vuoto, la testimonianza
nel modo di dirmi che sono
anche io
dono e sacrificio
come tutti a questo mondo, in un universo interstellare
frattale, duplicato originale di infinito. Ripetizione
senza limite di tempo e forma

Siamo raggiunti nell’unico punto
che nessuno vede.




Pacifiche invasioni di pece


Come a dire che ti avrei guardato
anche senza occhi, qualora non ne avessi avuti
con la fissità di chi arriva fino in fondo solo
incurvando i palmi per raccogliere un ricordo

dovevo portarti lontano, ovunque fosse
e difendere la chiusura delle fibbie, i due lembi
incatenati. soffermarmi senza tempo, come chiodo
a riempire vuoti di silenzio. cercavo

un’invasione di pace, espandendo la mia pece
in tutto quell’azzurro. e non era petrolio
che sporcava l’acqua, ma solo la notte
che scava il vero dove la luce lo nasconde




Bianco è il silenzio


Succede, se ci spostiamo un millimetro
appena dalla barriera del suono
di udirne il clamore
Bianco è il silenzio

e il colore vi è dentro tutto e unico
come l’ovale di un utero pieno

Sta ai vuoti incrinare le rughe al velo
così come allo scoglio

frangerci in schizzi di sale che al mare
non torna




Segni


Arriva come uno sfiorare di mare
i capelli, la salsedine risveglia richiami
il bucare la risacca per contare le volte
che la quiete s’infittisce
sul mio profilo

nel bisogno di trovarti amore, sono carne
cerco varchi in cui insinuare silenziosa
il calore dei ritorni
le vertigini
intrecciate come nidi

Quanto è semplice questo cadere sulle cose
il ripetersi sui tetti -ogni sera
sulle baie;
quanto è astruso il mio guardarlo
perforarti gli occhi, scardinare intonaci
tra me e l’orsa maggiore

Le poesie d’amore non le scrivo più
-tutte ancorate alle maniglie
futili incontinenti-
ma ho fili d’erba attorcigliati ai piedi
e le radici
arrivano allo stesso centro
le grafìe
si inabissano in portali aperti
dalle tasche



Napoli, classe 1982. Laureanda in ingegneria gestionale all’università Federico II, vivo spesso su livelli differenti da quello terrestre: o troppo più su delle nuvole, o troppo più giù del mare, silenziosamente alla ricerca di qualcosa che mi sembra aver perso, forse ancor prima di averla trovata.
Ho cominciato a scrivere per strappare all’oblio le parole che la voce non riusciva a pronunciare e infatti è sui libri che, insieme a formule e grafici stampati a inchiostro, si troveranno notazioni a matita di altra natura. Nessuna pubblicazione personale a stampa, ma un mucchio di versi liberi nella rete sotto vari pseudonimi, poesie presenti in diverse antologie. Da quasi un anno la mia casa è Versinvena, un forum di scrittura creativa che cura insieme ad una amica. Da pochissimo collaboro come redattrice con il sito collettivo de I giovin/astri di Kolibris (http://giovinastridikolibris.wordpress.com/)
Tracce consistenti di me in http://versinvena.freeforumzone.leonardo.it con lo pseudonimo maredinotte e in http://www.zima.scrivere.info




La canzone degli atomi di idrogeno – di Vincenzo Bagnoli – da 33 giri stereo LP (musica di Nicola Bagnoli) (post di natàlia castaldi)

Quello che vi presento è un testo di Vincenzo Bagnoli, espunto dalla raccolta 33 giri stereo LP (1980-2000), edita da  Gallo & Calzati nel 2004. La raccolta allegava un CD con alcuni testi appositamente musicati da Nicola Bagnoli, tra cui “La canzone degli atomi di idrogeno”, che qui segue.

Cliccando sui primi quattro versi evidenziati si aprirà il collegamento al file mp3, cosicché possiate godere di testo e musica contemporaneamente.

Buon ascolto e buona lettura.

nc

*** *** ***

Il cielo si muove troppo in fretta
i danni strutturali strappi e ustioni
consigliano cautela a mezza bocca
sfuggono toni di rassegnazione

 

Nella risacca della periferia                                                              Che un raggio di sole frantuma
L’ansia di tutti i palazzi in rovina                                                    In un funerale di Plancton
E degli spazi vuoti i relitti                                                                   Noi non riusciamo a dirci mai niente
Di una frenetica vita antozoica                                                        Restiamo qui sotto ad un cielo
Gli anni spezzati infranti e fracassati                                             Che non dà segni indicazioni o rotte
Fra il cemento e parole del video                                                     Solo un’opacità densa e fumosa
Compongono orizzonti di dettagli                                                   Come se respirasse tutto il piombo
Instabile barriera corallina                                                                Rimosso da parole e da inchiostri

ENDLESS TALKING – LIFE REBUILDING

Cieli Plurali occhi senza fretta

Eye of Glass – dentro una cassa acustica – nc

Cieli qualche chilometro avanti
Ognuno consuma da solo i suoi passi
Passi scanditi dalla fine in fondo
Da incroci da mercatini rionali
Da zone d’ombra da viali alberati
Da agguati nascosti nel controluce
Cieli Plurali comunque soli
Fino all’ultimo istante di tempo
Rimasti sorpresi su un marciapiede
Dalla rotazione a 108.000
Chilometri all’ora dal calendario
Che viaggia a 2×106
Chilometri al giorno e noi tre o quattro

(come seguirvi cieli plurali)

Cieli Plurali sempre le stesse
Parole a spezzare i nostri respiri
Sempre le nuvole nei nostri sguardi
E altri silenzi e reti e muri
Ed un niente colore Tv spenta
E i terrapieni silenziosi e l’aria
Tra i più alti palazzi e lungo le strade
Cieli plurali gocce di pioggia
Sembriamo afoni in mezzo alle altre
Abbiamo tutti perso qualcosa
La parte del nome cui più tenevamo
Disorientati dalle troppe bocche
Da troppe voci da echi in casa
Da quello che mi dici che non sai

(come seguirvi cieli plurali)

Cieli Plurali dove siamo adesso
E dove siamo stati tutto il tempo
Gli occhi di vetro la bocca di sabbia
I giorni trascorsi i gesti ingoiati
Le traiettorie perdute le strade
Andate a schiacciarsi sul parabrezza
Insieme ai moscerini e ai segni neri
Sopra i new jersey che corrono a fianco
Cieli plurali aperti dal rombo
Dell’aeroplano nella melancholia
Dolce e lontana le righe dell’elio
Soles radiantes su questa slavina
Che cambia geografie e topografie
Suoni le forme del mutuo silenzio

A WIDER ALLIANCE THAT LEADS TO NEW
ROADS BEYOND THE LIMITS, HOLDING
HANDS, JUMPING OFF WALLS INTO DARK
SECLUSION, CUT OFF FROM THE MAIN STREAM
OF MOST INTIMATE YEARNINGS, I LEFT MY
HEART SOMEWHERE ON THE OTHER SIDE, I
LEFT ALL DESIRE FOR GOOD. [I. CURTIS]

[divagazioni controvento] – “pezzi mancanti” – di Stalker (post di natàlia castaldi)

A volte succede, fai un ordine e l’oggetto desiderato ti arriva con pezzi mancanti.

Pezzi mancanti

Solo che Daniele Franceschini non era un divano ordinato all’Ikea, ma un giovane uomo finito nelle galere francesi  per aver clonato una carta di credito da giocarsi al casinò.
In fondo è un’imputazione anche nobile, perché perfino Vittorio Emanuele Di Savoia, appena ce lo siamo ripreso in Ita(g)lia, fu imputato ed arrestato per ben sette giorni per affari di videopoker,  gioco d’azzardo e sfruttamento della prostituzione, e poi assolto come per l’omicidio all’isola di Cavallo quando era ancora esule; ma si sa, un principe esule si può anche sbronzare e può sparare al piccione colpendo a morte un uomo, e rimanere sempre un gran pezzo di principe che genera principini stonando l’amor patrio.

Invece Daniele Franceschini, che non era principe figlio, o nipote, di un re nanetto e codardo, tutto quello che si poteva meritare, era di essere rispedito al mittente con i pezzi mancanti.

(all’appello mancano: occhi, fegato, cuore, milza e cervello)

E mentre La Farnesina, in attesa di un plastico delle patrie galere francesi  da parte della terza camera del governo porta a porta, dorme sonni tranquilli, noi qui si manda la pubblicità

Stalker

Persefone e altre storie – poesie di Maria Allo (post di natàlia castaldi)

Maria Allo è una delicata poetessa siciliana, che fonde tradizione e stilemi classici a gusto e sentire presenti.

Buona lettura.

nc

*** *** ***

Schiele – la morte e la fanciulla

PERSEFONE RAPITA

Radente e fioca
una luce
allunga le ombre
e le rende spettrali
Mi sento
Persefone rapita
senza biglietto di ritorno
lungo il rovo
delle abitudini
ma la falda
freatica del cuore
attende
il periodo
delle piogge in primavera

*

VOCI

Voci aritmiche lontane
rinascono
Radici
firmamenti
come scrosciare di cascata
confuso
con itinerari già tracciati
trapunti
dal suono del silenzio
in un presente
che ci possiede in catene
nei lazzaretti del Sud

Antiche tristezze
trafiggono
le parole di sempre
tremanti al vento
chissà perché velato d’argento
il mare confonde
i linguaggi dell’uomo
intessuto
di primavere fallaci
e gli anni dispersi
in frammenti d’utopie
Memorie
di voci scordate

*

QUANDO NON CI SARO’

 Io temo nel buio

 i  vertici d’abisso

 come sinuosi fili

 m’annodano il respiro

Temo  tanto il freddo

che appanna il fiato

come  trama  d’ intrecci

nei contrari

Deponetemi in silenzio

e  canti Orfeo

un rito d’ incensi

mi fiorisca intorno

Quando non ci sarò

scordatevi i tratti

del mio volto

e  il suono lieve

dei miei sgomenti

Voglio librarmi in volo

senza tracce

come foglia

ubriaca d’orizzonte

Irrompa  la scaturigine chiara

da sempre cercata

Quel giorno  sembrerà che il vento

soffi più lieve sul pianoforte muto

*

HYBRIS

Questo gusto amaro di perdersi
in erranti vicoli
e deserti in fuga
questa lava incandescente
che brucia ipocrite ironie
polifonica e cangiante
scorre interminabile
su silenzio di pietra
e sa di spine
sui crinali ispidi
sempre in fieri
trasuda sensi
di rami bruciati

Toccare abissi a dismisura
rende umani

*

AMBROSIA

sulle piaghe inferte

profuma di tigli

in questa notte

che tiepida s’espande

L’aria di primavera

intanto pensile

mi libra

su questo mare

che frantuma la sera

come fruscìo

di lieve brezza

sulla caduta foglia

Immagino il suono del silenzio

nel colore opaco

sulle case

all’attracco dell’Etna

in eruzione

Dove trovare le orme dei tuoi passi

se incerti i miei

sento nel dolore….

________

Maria Allo nasce a S. Teresa di Riva (ME), e risiede in Riposto (CT). E’ docente di Italiano e Latino nei Licei.

Laureatasi in Lettere (indirizzo classico) presso l’Università di Messina, è docente di ruolo in un Liceo della provincia di Catania Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e una silloge di poesia “I sentieri della speranza” Ed. Gabrieli- Roma. Nel 1983  e 1984, ha ricevuto il premio Casentino di poesia  indetto dal Comune di Firenze e il premio “Giuseppe Sciva “ di Messina;  nel 1984, il premio “Città di S. Agata di Militello” indetto dall’ANCOL (Messina); nel 1984 il premio “Città del Peloro ed. il Galeone ; nel 1984 il premio   “ETNA D’ORO-OSCAR SICILIA indetto dal Centro “Giuseppe Macherione” di Giarre; nel 1985 il Grand Prix Mediterranèe indetto dall’Accademia d’Europa  di Napoli ;   nel 1986  IL 2° premio “Città di Boretto” in collaborazione con l’Asociacion cultural Italo Hispanica “CRISTOBAL COLON, MADRID-SPAGNA ; nel 1987 il 1° PREMIO ex-aequo per la silloge di poesia  dal Centro di cultura Pensiero ed Arte di Bari;  nel 1987 il gran trofeo mondiale “New York” U.S.A.per la poesia indetto dall’Accademia del Fiorino di Firenze.Ha curato diverse edizioni della manifestazione “ARTEMARE” di Riposto .Modera come autrice due  blog di poesia ,diversi blog didattici  ed è redattrice  di Aetnascuola di Silvana La Porta . Alcune sue poesie sono state lette e commentate su Rai notte nella trasmissione  “INCONSCIO- MAGIA E PSICHE”, di Gabriele La Porta; link:

http://percorsi.blog.kataweb.it/2010/03/22/inconscio-e-magia-psiche/

e

http://percorsi.blog.kataweb.it/2010/01/09/1527/.

http://percorsi.blog.kataweb.it/

http://botonusa.splinder.com/

http://comecreaturaeternamentediveniente.blogspot.com/

E mail maria.allo@gmail.com

Il rumore della terra che gira – il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Il rumore della terra che gira - di Roberto Saporito

 

Tornata nella natia Alba per rispettare le volontà del nonno defunto, un’indaffarata scrittrice si lancia nell’improbo tentativo di riunire i dispersi membri della sua famiglia: un fratello pittore fuggito a New York in seguito a un tragico incidente, e una nipote stabilitasi a Londra per completare la formazione universitaria. Disabituata alla vita di campagna, e sola nella località (quasi) deserta, la donna si trova a fare i conti con un inatteso rumore di fondo: un “leggero scricchiolio”, come polvere negli ingranaggi che garantiscono la rotazione del globo terrestre. “Il rumore della terra che gira”. Costruito attraverso un’alternanza di punti di vista che non genera effetti corali (lo “scricchiolio”sembra legato alla difettosa rotazione della “sociosfera” piuttosto che al moto di rivoluzione terrestre, e l’ovvio senso di separazione e incomunicabilità che caratterizza i rapporti tra i tre personaggi è sottolineato dalla pleonastica dicitura “altro io”, che accompagna ogni cambio di narratore), “Il rumore della terra che gira” registra l’allontanamento di Roberto Saporito dal genere: se “Carenze di futuro” rendeva omaggio a Manchette e al noir esistenzialista francese, il nuovo romanzo sembra segnato dalla frequentazione del postmodernismo americano, e di DeLillo.

Come l’autore di “White Noise” tratteggiava il rapporto benjaminiano tra shopping, fantasmagoria e umana aspirazione all’immortalità, Saporito racconta lo scacco dei meccanismi sociali e familiari, dipinge la (presunta) precarietà politica nel suo farsi esistenziale (il momento culturale è quello immediatamente successivo all’11 settembre), sfiorando il risorgere della proprietà e dell’oggetto (si veda l’esuberante aggettivazione possessiva delle prime pagine). E il romanzo, deliberatamente (e sorprendentemente) destrutturato, e arricchito da un paio di notemetaforico-sociologiche di stupefacente lucidità, funziona alla perfezione.

 Recensione a cura di Fabrizio Fulio- Bragoni, già apparsa su MilanoNera Mag

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Dalla quarta di copertina:

Alla morte del nonno, una donna eredita una notevole somma di denaro e tre case. Ha il dovere di trovare suo fratello e la figlia di lui, perché ognuno abbia la sua parte di eredità. Non ha però loro notizie da più di vent’anni. Tra le colline delle Langhe piemontesi, Alba, New York, Londra, Parigi, Torino e la Costa Azzurra, si snodano così le tre vicende parallele di una scrittrice omosessuale, un artista eroinomane e una ragazza confusa. Tre storie attraversate da continui flashback, tre frammenti diversi di un’unica, sfuggente, famiglia.

***

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha pubblicato: Harley-Davidson Racconti (Stampa Alternativa, 1996); H-D. Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri (Stampa Alternativa, 1998); Anche i lupi mannari fanno surf (Robin, 2002); Eccessi di realtà. Sushi Bar (Gruppo Editoriale Marche, 2003); Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati (Besa, 2006) e Carenze di futuro (Zona, 2009). Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose antologie e riviste letterarie.

 Per ordinare il libro potete cliccare uno dei seguenti link:

Antonella Facchinelli – poesie

Alcuni testi di Antonella Facchinelli. Buona lettura

***

E’ una nuvola davanti alla luna che protegge gli occhi

E a cosa pensi? Ma niente, solo a questo buco nel cuore
che fa passare l’aria e fa volare tutto a destra e a manca.
Ma passa anche la luce che squarcia il petto
e polline ed api s’infilano, fanno calore sul pericardio.

E noi? Noi qui, a reggerci un poco le ali
a cucirci le schiene per non cadere di naso
a dirci che abbiamo proprio indovinato tutto
e non perdiamo più la voce a chiamarci.

***

PRATO

Sublime
il verso nascosto nella zolla
il polline raccolto
da una scia di lumaca, una nuvola
impigliata tra i rami

(Vuol entrare il verde
muove le gambe, le braccia
incontra la pazienza di uno stelo)

accosto l’orecchio ed ascolto
sul filo d’erba
la direzione del caos.

***

VENTO

Ora mi affido a te
senza puntelli precari
né comode poltrone in prima fila.
Sarò quel che di vero so
una parola troppo schietta
un dolce profilo in ombra
che fende l’aria, confonde
il mio silenzio.

Starò diritta in piedi spinta dal vento
e quale sarà la direzione
avrò sempre la vela pronta
il timone saldo nel pugno
un sogno caldo e un posto
da dove ripartire.

***

TUTTO BENE

Amo il tuo passo lento ed infantile
sugli alti ciuffi d’erba, lungo i fossi.
Il tuo giardino spoglio d’ogni misura
le rondini dal petto bianco sopra
le voci dell’acqua, i fili elettrici.

Lenta in silenzio ogni parola
scivola sul mio corpo
al centro delle ali fortifica ogni fibra.
E chiudo gli occhi
ritrovo il sole mentre qui piove, però
va tutto bene.

***

PRIMA DEL SONNO

Ho un libro sotto alla gamba del letto
pareggia le sere sghembe
quelle che affondano sui cuscini
e soffiano sul viso
la fragile armonia del buio.

Ho un sonno senza profilo, piatto
il risveglio è sempre allineato.
silenzi e segreti spianano
le pieghe delle coperte
e in questa calma piatta trafugo
l’onesto incedere del giorno.

***

DATEMI POCHE ORE

Datemi, datemi solo poche ore
voglio guardare voglio nominare,
toccare e infine credere
che se mi stanco gli occhi
sopra le pietre battute o sopra
un vago vapore d’alba e di rugiada,
se mi stordisco all’urlo
della ginestra in fioritura
risento sbocciare, sento rovistare
quel rapido fluir di sangue e creta
impetuoso, m’ancor di più disarginato
dal clivo di questa condanna.

Rotola su quest’amore così sgargiante
l’accumulo di vita, il sonno strozzato
offeso d’avide radici senza tronco
e lascia dentro me in carne accesa
mille lune riflesse, gli spazi agitati
d’un cielo che cammina.

***

@poesie di Antonella Facchinelli

Pino Marino: Non bastano i fiori

Non bastano i fiori

(2003)

L’isola. Intesa come approdo o come deriva, dei sentimenti.
Ci si può ritrovare e ci si può perdere.
Ci sono isole lontane e altre che non si vedono mai, navigando in acque tormentate e in gesti affamati.
L’isola di Pinomarino è un’isola che odora di follia e di quella solitudine d’amore che riescono a raggiungere solo certe coppie.
La canzone fa parte del secondo disco dell’artista romano, tra i fondatori del Collettivo Angelo Mai.
Dato alle stampe nel 2003, ha visto lo stesso cantautore alla produzione artistica.
E’ un disco che è riuscito ad ottenere pochi passaggi in queste radio distratte dalle strategie di marketing, dall’apparire così vuoto di contenuti.
Un disco diverso dal precedente e anche dal successivo, che punta molto sulla parola, curando le atmosfere e gli arrangiamenti.
Scegliere una canzone da questo disco è un po’ chiedersi quale pagina di un libro si vorrebbe trascrivere, per rileggere e poi ancora rileggere, fino a farla diventare una pagina della propria vita.
Con le canzoni di Pino Marino, capita proprio questo: le si ascolta e diventano all’improvviso “nostre”, pagine di vita aggiunte, piene di speranze, di malinconia e di poesia.
Proprio come la vita vissuta.

L’isola

La mia e la tua pazzia è la pazzia di un’isola
con tutto il vento contro e sulla schiena
che non importa neanche più

quando ridi e corri e ridi
rimane lì sull’isola
con tutta l’acqua intorno che se remi ai fianchi
te ne vai con l’isola
e una busta bianca della spesa corre a diventare nuvola
e se tremi non importa tremo anch’io con te
che siamo pazzi in due

Ma se restassimo da soli
come squali imbalsamati
come uccelli migratori
senza avere più le ali

se restassimo da soli
sopra strisce di aeroplani
e sotto onde tutte uguali
senza mai poter tornare
forse piangeresti
per non poter tornare
forse moriresti
e ti lascerei tornare
forse

A volte credi anche per me
basterebbe un’isola
invece ho un grattacielo rovesciato
che corre a testa in giù
e dopo tutto il mondo attraversato
c’è una lampadina blu
e una busta della spesa vola a diventare nuvola
e se tremi non importa ballo anch’io con te
che siamo pazzi in due

Paolo Fichera, “nel respiro” (L’arcolaio, 2009). Lettura privata, parte seconda

Non sarà forse un azzardo parlare di resilienza innanzi a questa raccolta. La poesia è la reazione al dolore della perdita. La poesia è la risposta agli interrogativi sulla nuova vita. L’uomo-io dispone i molti tasselli di questo percorso sui versi frantumati, con un procedimento assimilabile alla corrente neo-orfica (con i dovuti distinguo).
Il primo movimento, che dà il titolo all’intera raccolta, abbiamo visto aprirsi con un passaggio di consegne che è un vero e proprio rito di passaggio: la vita nella morte, prima ancora della vita dopo la morte («Padre, un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza / si piega alla foce del respiro la fonte / si adagia al pensiero, cibo che affossa / la carne in aliti fissi, in respiri scelti»; p.  11); e in questo rito di passaggio assistiamo alla presa di coscienza dell’io-padre non più figlio («un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza») dove si fa notare qui e altrove il ricorso a un immaginario biblico (sia vetero-, sia neotestamentario) piegato all’umano per raggiungere una sacralità laica del momento-evento (poco più sotto il passo citato troviamo «il perdono creduto ombra caduta / il pane fatto dimora»).
È una rappresentazione del dolore che ha la smorfia michelangiolesca di una Pietà compiuta:

la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro
[…] l’incesto bianco di fiato
[…] la maglia bianca
definita dalle costole del padre
bassorilievo di marmo umano
e umano silenzio nelle costole
rese alla mano vicine e il battito. (pp. 12-13).

E in questo procedere vertiginoso, più che circolare, compare la madre a chiudere un quadro aperto dalla figlia-sorella; a compensare un primo tempo tutto maschile, quasi patriarcale (padre/figlio-padre/figlio). Ed è la centralità della figura materna a offrire la via della rinascita, perché è in lei che viene annunciato (inconsciamente?) l’imminente figura muliebre, la compagna di vita, la madre del nuovo figlio, in un susseguirsi si epifanie, precedute dalla rappresentazione della morte nella sua totalità, gesto per gesto, dove (finalmente?) il dolore viene battezzato voce (p. 14).

Scarnato il padre, il sacro
è racchiuso in rami d’avvento
che brucio
l’acqua feconda la pelle,
la fa armonia, flusso.

Ora posso dirti morto
nella sazietà della maceria

ogni morte alimenta la luce
e ci rende due volte orfani e organi. (ibidem).

Avviene così il passaggio: il rito di consegna alla nuova vita, descritto in ogni suo minimo dettaglio (che può essere riassunto con il rischio di banalizzarlo), annulla ogni divario e ogni opposizione:

figlio mio, soave vigore,
battito di vagito
figlio mio, padre mio
non morte né vita
flusso che nel flusso resta (p. 20).

Paolo Fichera ci obbliga a rivedere i nostri pregiudizi sulla malattia; ci obbliga a sgravarci si strutture che non ci appartengono e che ci impongono di vivere prima la malattia, e poi la morte, come stadi dell’abbandono. Fichera ci indica una strada possibile per fare di una tragica esperienza, dolorosissima, il punto di partenza di un percorso che dia vita a un uomo altro, se non nuovo. Questo flusso che non si arresta trova il suo pendant nella concatenazione dei verbi, nella sintassi serrata, nell’abbondante ricorso alla figura della ripetizione. Fichera contrappone una loquacità apparentemente incontrollata al fantasma dell’urlo di dolore che paralizza e conduce all’afasia (e a una possibile agrafia).

Continua…

© Fabio Michieli

Quando dal mare arrivano parole

Vi regalo 3 perle, per me lo sono, di una persona che ho ritrovato, dopo tanto e che amavo leggere, quando scrivevamo nello stesso multiblog.
Di lei so che vive vicino al mare, che è una sirena dalle parole sottili, ma che incidono l’anima.

Anna Montesanto, per chi fosse curioso/a di leggere altro, questo il suo blog: http://fingerprint.splinder.com/

(morfea)

***

 
Cocoatango traverso
.

Ti perdono
morbida di bianco quando il sonno ti ha appena lasciato
braccia da deglutire e
un battito in meno cuore misero d’abbaino
come un cocoatango da suonare traverso
tasti bianchineri tutti da evitare
piano lungo con camera a stringere
occhi di luce verde trafitta
raccolta nel rosso di una coppa salata
oro scomposto
quel sorriso amniotico di lenzuola
tra pazze polveri colorate
quel fondo vita da cianotico boduar
letti di specchi a baldacchino
incomprensioni di spalle
quel pianto lungo appena sconnesso
.

Appesa o crux decussata

.

Amo
quel ramo eretico che
si spezzerà e amare
spero rimanga vezzo di mandorle
negli occhi
della gratitudine arsa
ma ora ci trema
a vita .laparola. sempre
fiori che allontano
mentre cado Giuda di me
bacio
e rimorso compresi
dubbi dell’appena in tempo
.mi butto. e
via

.

Tu il mio peggior difetto

.

Oramai  è un’abitudine questa mia. Tenere due dita sulla bocca così come fumassi il niente. Come mettere in galera le parole. Dare loro la sola possibilità di sospirare l’orizzonte a perdere, la grandezza di un cielo vuoto. Queste scale di legno segnano ogni volta le mie sedute e le mie gambe potrebbero allungarsi. Sì potrebbero. Ma si acquattano ad ascoltarsi, ancora. Mentre tu parli impegnato ad infilare gli occhi in una fessura del mobile, tra due ante. Come fosse la cosa più importante del mondo, una questione in bilico da salvare scardinando le asole. E poi usi i passi fino alle curiosità minime, quelle che indagano la mia vita. Quella privata. Il letto, la dispensa, i luoghi stretti in cui creo spazi tra le costole. Fotografi l’igiene del cuore e la stanchezza delle anche. Io con due dita sulla bocca continuo a guardarti parlare di come ti quadrano i conti del futuro. Di come nella somma c’è anche qualcuno che mi sarà vicino e tu che l’hai già messo in conto. La tua convinzione più grande è, sradicando gli occhi, la consistenza delle parole che mi dici a pochi centimetri dal lobo. Tutto diventa vero se lo ascolto io. Io che tengo le due dita sulle labbra per non far uscire i suoni. D’improvviso mi domando se sia il caso di fare l’appello dei denti. Gli incisivi sono ancora incompatibili, ma i canini, quelli sì che ci inchiodano alla porta. Ti dico di aspettare. E aspetti. Tra il legno e il velluto. Che poi è un modo per lasciarti due minuti di silenzio. Il tuo. Corredo della mia non presenza. Forse. Ci aiuta l’acqua che scorre a notte fonda. Qui potremmo chiamare l’alba. Sì, potremmo. Ma non ci concediamo mai un sogno così lungo. Io ne posso solo sorridere. La tua aria sorpresa segna la fine degli eventi perché stasera io, almeno, non ho toccato pelle. Io. Se quando ti chiedo qual è il mio peggior difetto, tu riesci anche a rispondermi – parli troppo -.