Mese: settembre 2010

Racconto di Dave Eggers

DEL DESIDERIO DI AVER TIRATO SU ALMENO TRE PARETI PRIMA CHE LEI TORNI

Sta costruendo una casetta nel giardino, per quando il loro figlio sarà grande abbastanza da poterla usare come fortino o rifugio o nascondiglio, e vorrebbe aver tirato su almeno tre pareti prima che sua moglie torni. È andata a casa di sua madre perché sua madre è scivolata sul ghiaccio – una festa sui pattini, tema: il Natale – e le serve aiuto per il ricevimento festivo a casa sua, programmato prima dell’incidente. Sta nevischiando e l’aria è abbastanza fredda da consentire una buona visuale. Alla costruzione della casetta sta lavorando con un trapano nuovo che ha comprato al mattino. È un trapano senza filo e lui si stupisce di quanto sua efficiente. Vuole dimostrare qualcosa a sua moglie, perché cose come quella non è che le costruisca tanto spesso, e lei gli ha fatto capire che le piace quando costruisce cose come quella, e anche quando va a fare i suoi giri in bici, o gioca nel torneo maschile di rugby. È rimasta molto colpita quando è riuscito a montare un telescopio, regalo di Natale, in due ore, sebbene il manuale dicesse che ne occorrevano quattro. E così oggi, mentre lei non c’è e l’aria è grigia e densa e la neve cade come cenere, lui lavora velocemente, cercare di completare le fondamenta. Una volta terminate le fondamenta, decide che per fare colpo su di lei – e vuole trovare un modo per far colpo su di lei ogni giorno, e vuole che il desiderio di fare colpo su di lei gli rimanga sempre – dovrà aver tirato su almeno tre pareti della casa prima che sia di ritorno.

@ da Dave Eggers, La fame che abbiamo, Mondadori

Di Lei e dei suoi fiammiferi.

Irene nasce nel 1980 nella calda e meravigliosa Puglia.
Le sue parole trovano carta nel 2006 con l’esordio “Canto Blues alla Deriva”, ed.Besa Editrice.
E’ presente sulla rivista letteraria “Tabula rasa 05” e molte sue poesie sono presenti
in varie antologie fra cui quelle della LietoColle, “Verba Agrestia”, 2008 e “Il segreto delle
fragole” del 2009.
Riceve, dal Teatro di musica e poesia, “L’Arciliuto” di Roma, il riconoscimento Kagolokatika.
Collabora con  “Il Paese Nuovo”, quotidiano salentino e cura con amore il suo blog letterario:

http://ireneleo.wordpress.com

Dove potrete leggerla e sentirla, perchè la sua voce e la sua penna, ha il calore e l’amore,
profondo della sua terra.
Fra le mie mani ho due sue opere, “Sudapest”, ed.BESA, 2009 e “Io innalzo fiammiferi”, ed. LIETOCOLLE, 2010.

Sono qui per parlarvi dei suoi fimmiferi, delle sue parole che sono “come un anello di metallo sullo stomaco, che stringe”.
Continua a cercare la poesia, senza mai fermarsi, perchè la poesia è viaggio continuo nelle intercapedini dell’animo.
Ogni passaggio che le dita ricamano su questa carta, sono versi memorabili, caldi e corposi, una dolce e ruggente donna
che ama la poesia e che fa versi da tatuarsi a caldo sul cuore.

Certe poesie mi si attaccano dentro con la loro forza espressiva e visiva.
Perchè le è così, visiva.
A guardare dentro i suoi occhi ci si perde, incantandonsi ed incatenandosi.

Presagio

La polvere è l’ansia della spina
che cade piano dentro le cose morte,
prima dell’affondamento nella voce.
Ho ingoiato tutta la tua polvere
lungo il passo incerto spogliato,
ma negli occhi solo ora nacquero
appena tu le scartasti con parole a punta,
rose dal bouquet lungo,
omologate ai sensi altrui.

Eccezioni

Eternità sul fore di palstica,
se la succhia il tempo con la bisaccia gravida e l’occhio vuoto,
la madre vta, inollato alla polpa rossa che vibra.
Tu ridi sotto il bianco del giorno non dimentico.
Ed io…
Amplessi, soltanto.
Anelli concentrici
di dente in dente fino alla punta della lingua,
radar di eccezioni che sanno di misto credo,
e navgano nelle unghie.

Andare

Le chiavi della trama, l’odore del latte corpulento di madre dismessa,
l’anello di piazza ncastrato al collo.
Maschere infilate all’uncinetto
da un filo unico tra me ed il sud del Sud.
Mi batte sulla tempia lo zig-zagare dei pori a caldo,
sbuffo bieco di una zanzara a neon che si ostina
a riempire lo stomaco d un padrone istintuale.
Io innalzo fiammiferi,
tuoni di ferro
sulla scia dell’andare lontano.
Vivo solcandomi.

Chissene…

Lo avverto è scroscio
spazza le case delle mie certezze
mi smemora e mi scaglia
in odore di santa languidezza
non vidimata ancora
dalle offese che morsero i miei giorni.

ora che sono bianca
ed il mio nome è quasi cancellato
nasce una donna ignota
che vive e s’imbelletta
guarda in tralice gli anni a marameo
affiora rosa
e si stupisce il saggio portaborse
di flosci documenti ormai scaduti
e sulle mie capriole s’arrovella

malevolo sgomento anche al mercato
dove ti fanno il gioco delle pulci
e le risate
sono bandite oltre una certa età

ma come disse un fascinoso attore
io francamente me ne infischio
e porto
il giocoliere delle mie serate
all’osteria dell’ultima bellezza.

Si iniqua – testo e foto di Maria Grazia Galatà

.

si iniqua

MG Galatà - si iniqua

ciclico ciclo al

d’occhio demone

notorio

nel rifugio ornato

e nullo è

se contrapposto

svuota ripieghi

culminando rimandi

né rimedi

allor sapendo

pendulo in dolo

quei punti sottratti

                                                                                  Maria Grazia Galatà 9.2010

Nadia Tamanini – poesie

Ho conosciuto Nadia Tamanini al poetry slam di mestre, quest’estate. Le sue poesie mi hanno molto colpito, soprattutto, per freschezza e vitalità. Ne propongo qui alcune in lettura.

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LINEE

Perché girare in gonnellino

con la giacchetta pulita sfiancata

il nero che lotta contro la luce

il tacco a terra che salvi il piede?

Perché la piega del viso della gamba

la linea che non si irruvidisca?

Sempre tenersi compatti inscatolati,

da preferirsi il silenzio nessun rumore.

Io voglio portare quattro borsoni

e thermos di the per ogni occasione,

tornare ancora all’enorme casacca

inzuppata di lana fino ad affogare

e appena intuire l’odore del prato

trovare il sole

espandermi inondare il mondo occupare

lasciare che il canto s’allarghi per strada

con altri canti una nenia soffusa

quando è di sera e per il giorno la gran sinfonia

.

se gioia ridacchiare

se tedio mugugnare

colorare sempre fuori dai margini!

  (altro…)

Nel mare dell’indifferenza AA.VV. – Lietocolle 2010

NEL MARE DELL’INDIFFERENZA AA. VV.  – ED. LIETOCOLLE  – ANNO 2010

Esistono mondi di cui sappiamo poco o nulla. Luoghi tristi e terribili. Luoghi come il carcere. Dentro le prigioni ci sono, però, molti angoli e tante storie, provenienze diverse. L’angolo luminoso di cui voglio raccontarvi è quello del laboratorio del carcere di Bollate, appena fuori Milano. Il laboratorio di poesia si svolge settimanalmente ed è curato e seguito da due poetesse: Maddalena Capalbi  e Anna Maria Carpi. Ecco in breve come si svolge l’attività del laboratorio nelle parole della Capalbi:

“Ci si incontra ogni sabato nella così detta Area Trattamentale del carcere, il laboratorio viene seguito da circa 20 detenuti italiani e stranieri. Cerchiamo di introdurre discorsi che possano interessare e far interagire tutti. Solitamente si leggono i testi di ognuno frutto  dei temi trattati o nati dopo la lettura di qualche poeta contemporaneo. Sono tutti interessati e pronti a farsi ascoltare, mettersi in gioco. Ovviamente si parla principalmente dell’affettività che manca anche se spesso riusciamo a intrattenerli con problematiche sociali.”

Questo è, invece, ciò che mi ha raccontato Anna Maria Carpi:

 “Il Laboratorio di poesia si riunisce in uno stanzone nudo, tipo palestra di scuola: parete-scaffale con cassette dei film, finestrelle con le inferriate su un cortiletto interno, al centro un tavolo lungo – a  volte qualcuno porta caffè e cioccolatini, è vietato fumare ma si fuma – e a volte a questo tavolo risuona davvero la poesia. Ognuno legge agli altri quello che ha composto in reparto, in cella, se non ha composto niente sta ad ascoltare, si critica, si discute, in un clima di parità e non competizione che fuori di qui dove lo trovi? E non è merito della poesia, è merito della libertà con cui ci guardiamo, noi volontarie e loro – i “ragazzi” come chiamiamo questi uomini fatti e con pesanti vicende alle spalle. E’ un piccolo patto di vita, muto ma in qualche modo sacro.”

Dall’incontro, dallo scambio e soprattutto dalle poesie composte dai detenuti, anzi , dai “ragazzi” è nata un’antologia dal titolo “Nel mare dell’indifferenza” curata da Maddalena Capalbi e Anna Maria Carpi, con prefazione di Roberto Vecchioni. Si  resta molto sorpresi leggendo i versi qui raccolti, prima ancora che dalla bellezza, dalla serietà con cui i partecipanti al laboratorio approcciano la poesia. Si percepisce un rigore e un impegno che spesso non si trova in opere di poeti più o meno “ufficiali”. Lo dice Vecchioni quando scrive: “Qui siamo davanti a poeti veri”.

“ Sei tu la mia terapia / quando sono nei guai, / sei stata una rosa che ho piantato / anzi una poesia / ma le sue parole sono impossibili, / per questo l’ho infilata nel dizionario./” (da Sei stata di Fauz Megri pag. 14).

“Ti amo a squarciagola / con i capelli al vento / gli occhi slavati che mi danno l’aria / del sonnambulo/ (da Ti amo a squarciagola di Habib H’man pag. 22).

L’antologia è ben fatta. Il dolore, la sofferenza, la solitudine ma anche l’amore e la speranza, qui trovano voce . Leggendo questi versi si impara qualcosa, che le parole possono essere il fiammifero che fa luce nell’anfratto più scuro. Mi viene in mente Carver quando diceva “le parole sono tutto ciò che abbiamo”. Forse non sono proprio tutto ma a volte possono quasi tutto. Succede con la poesia vera, succede nel laboratorio del carcere di Bollate.

“ A chi è rimasto / ho rubato/ le lame oblique / del solo d’ottobre / A chi è rimasto / ho rubato / le vendemmie a piedi scalzi / di sere, ubriache di baci / A chi è rimasto / ho rubato / gli anni di sorrisi sciocchi / tutte le saggezze degli errori / A chi è rimasto/  ho lasciato/  come prigione il mondo/ e me ne sono andato./ Io piccolo re / di queste fortezze, / che non mi appartengono. / (A chi è rimasto di Luca Denti pag . 51).

L’antologia edita da Lietocolle è uscita quest’estate ed è patrocinata da Amnesty International. E’ un progetto bellissimo quello del laboratorio di poesia del carcere di Bollate. Io penso che valga la pena leggere questi versi, un modo per cercare di comprendere, di non stare sempre dall’altra parte.

 

@ recensione di Gianni Montieri

 

Notizie sulle curatrici:

 Maddalena Capalbi è nata a Roma, ma vive a Milano dal 1973. Dal 2006 coordina un corso di scrittura creativa nella Casa di Reclusione di Bollate (Milano). Suoi testi sono inseriti in numerose antologie e, in qualità di curatrice, ha collaborato a diverse pubblicazioni di sillogi personali di autori e volumi antologici. Ha pubblicato in poesia: Fluttuazioni (LietoColle, 2005), Olio (LietoColle, 2007), Sapevo… (Ed. Pulcinoelefante, 2008), Il giardino di carta (stampato dal laboratorio grafico ‘Fil de Fer’ Freedom Coop, 2008), Arivojo tutto , poesie in dialetto romanesco (LietoColle, 2009).

 Anna Maria Carpi vive a Milano. Insegna letteratura tedesca a Ca’ Foscari a Venezia. Ha pubblicato romanzi, fra cui Il principe scarlatto (Tartaruga, 2002) e Un inquieto batter d’ali. Vita di Kleist  (Mondadori, 2005) e le poesie Compagni corpi  (Scheiwiller, 2004), E tu fra i due chi sei  (Scheiiwiller, 2007). Traduce lirica tedesca, fra cui Della neve di Durs Gruenbein (2005) e Le poesie di Nietzsche (Einaudi, 2000, 2008).

FAMEdiSETE

FAME

Ho male e tu

mi parli piano.

Distrai il capriccio

mio che spreme spine

nel liquido frantoio dei tuoi seni,

sospese grida

nella vescica della sera.

Ho male e fame ancora

e tu,

mi parli sazia.

In teorie di rovi e

Sputi linfa e soffio

di carezza, sillaba

pronunciata in bianco

tra i denti della tua saliva

SETE

Colleziono oggetti di seta.

Li lascio appesi

al colletto della sera.

Ce li tramandiamo così

Di risveglio in risveglio,

io e i miei liquidi amici.

Caratteri verdi ed in contrasto.

Tra terapie d’arsura e nebbia

Ci stingiamo di pianto

fino all l’alba così nel riso

di bicchiere

in bicchiere.

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Jacopo Ninni

[racconti inediti] – Andate a vedere cos’è un ciclista – di Andrea Pomella

Sironi - "ciclista"

Il giorno di San Valentino. Una mattina d’inverno. Sto seduto, o per meglio dire, mezzo seduto alla fine del divano. È una stanza di 28 metri quadrati, mobili rivestiti di formica color verde tenue; 55 euro a notte. Dietro all’ingresso c’è una scaletta che porta a un soppalco con un letto matrimoniale. Io però non ci ho mai dormito su quel letto. Ho passato gli ultimi quattro giorni sul divano. Ho perfino spostato la televisione davanti alla porta per poterla vedere da sdraiato. Sento freddo. Sempre freddo. Fuori dalla finestra il mondo è avvolto dalla foschia. Sembra che esca dalla bocca di un dio grande e robusto in un respiro grigio e gelato. Le onde morbide dell’Adriatico lambiscono la sabbia piatta e dura, dorata, ma ovunque giri lo sguardo alberi, e automobili parcheggiate, e giovani donne lungo i marciapiedi, e supermercati, e vecchi davanti ai chioschi dei giornali. E poi le strade. Strade come trappole, strade come corde tirate da precipizio a precipizio, come righe tracciate a lettere minute di un’unica disordinata storia.

Io le ho percorse tutte le strade del mondo.

Questi ultimi anni, sapete, sono stati anni duri. Non certo un periodo beato e veloce, no. Capite cosa intendo? Parlo di tempo, di tempo da spendere non si sa bene come, senza inghiottire ogni giorno un altro po’ di strada, senza respirare l’odore della canfora, e fiondarsi dritto in una vallata, nella foce di un fiume, in un arrivo che coincide quasi sempre con la partenza del giorno dopo. I giorni, la vita stessa, sono più o meno così: si riparte sempre da dove si è arrivati la volta prima, magari ammazzandosi di fatica, magari pensando di non avere più un grammo di forza per fare un altro passo avanti, di spingere per un altro giro di ruota. Oggi riparto dalle omelette prosciutto e formaggio che ho mangiato ieri sera per cena. Non è proprio come ripartire dalla cima Coppi, dalla vetta del Terminillo (1800 metri di altitudine), o dai tornanti dell’Alpe d’Huez. Ma questi sono nomi che ho sentito pronunciare in un’altra vita, con un suono che adesso mi pare così strano, come un battito di ali veloce sulla mia testa.

Ho aperto gli occhi poco per volta. Qualcosa, quella sorta di speranza che un tempo si era radicata nel mio cuore, è scomparsa. Mi riesce difficile ricordare, cercare i dettagli. Tutto si perde nell’impossibile groviglio che mi riempie la testa: asfalto e pozze fangose, visi arrossati e mani tese, aria di collina e alberi tremanti. Mi perdo per ore a cercare di ricordare, con tutta la lentezza che ho a disposizione, con tutta l’angosciante pazienza. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitolo III (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 3

Festival del fiore – Palermo 11/06/1950 – carro di salvatore Equizzi

L’odore di quel maschio fece ritrovare a Saruzza la capacità di ragionare. Togliere la testa dalle mani e mostrarla, manco a parlarne. Dire qualcosa, meno che mai. Di Mimì sapeva solo che era un animale a sangue freddo: rideva solo se era lui a decidere di farlo e se gliene veniva qualcosa in conto. Idem quando si incazzava. Sembrava indifferente a tutto e invece non gli sfuggiva nulla di ciò che lo circondava. Come tutti gli animali da preda, era curioso come quelle galline spinnate che infilano il becco ovunque muovendo il collo a scatti. Solo che lui, Mimì, non muoveva un muscolo.

Ad un certo punto Saruzza smise di piangere e il suo petto di sobbalzare. Per un po’ non fece niente. Poi, all’improvviso, scoppiò a ridere e il suo petto ripigliò a fare su e giu’. Poi di nuovo niente. Quindi di nuovo a singhiozzare. Pausa. Risata. E così per tutto un tempo che a Saruzza parve tanto e a Mimì niente. Anche perchè a Mimì, in quel momento, del tempo non gliene fregava nulla: aveva alzato le corna per cercare di capire cosa stesse succedendo accanto a lui. “Picchì tutte queste risate?”. “E picchì stu’ chiantu?”. La curiosità gli stava mangiando il cervello e le viscere. Ad un certo punto anche Mimì fece i suoi conti e decise di affrontare la situazione andandoci di lato. “Quannu finisce sta camurrìa?”, chiese facendo in modo che il tono della sua voce fosse sgradevole.

Saruzza fu pigliata alla sprovvista. Per accanzare tempo, allungò la durata della pausa tra la chianciuta e la risata. “E cu’ ti dissi di assittariti accanto a mìa?”, fu la sua soluzione. Già, chi glielo disse a Mimì di mettersi lungo lungo a tavolone accanto a Saruzza? “Amunì, andiamoci a fare un bicchiere di vino”, fece lui alzandosi come se quella fimminedda gli avesse già detto sì. Saruzza non ebbe nulla in contrario. Spostò la testa dalle mani, lo guardò, gli regalò uno di quei sorrisi che da soli valevano una rendita e lo seguì. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitolo II (post di natàlia castaldi)

CAPITOLO 2

Palermo anni 50 – carro di Salvatore Equizzi

In un anno di sabati passati al mercato mano manuzza a zu’ Turiddu, di matite colorate, Saruzza ne aveva messo da parte assai. E di notte, quando non la vedeva nessuno, imparò a distinguere i colori, a fare le linee dritte, a disegnare tutto quel che le passava per la testa e senza nemmeno consumare troppa carta. Scoprì che c’è il bianco e c’è il nero, ma scoprì anche che tra questi due colori c’è un’infinita tonalità di grigi. Bastava disegnare coi grigi per poter dire che quella linea era più vicina al nero piuttosto che al bianco. E viceversa. A seconda dell’umore o della convenienza.

Mamma Concettina le diede le altre basi: «’un caminare sempre c’a testa tisa, ma mettila di lato, accussì a uno ci pare che dici sì e a ’nnautru ci pare che dici no». Saruzza ascoltava e imparava a diventare grigia, nel senso che pensava una cosa e ne diceva un’altra e quello che diceva si prestava a mille interpretazioni. Il sì e il no, nella sua bocca, diventavano «eh» e «nonsi»: opinabili anche loro.

Saruzza, che cresceva e tra «eh», «nonsi» e testa abbuccata di lato, osservava, assorbiva e metabolizzava tutto. Cominciò a prendere coscienza che a volte conveniva camminare con la testa dritta e guardare gli altri negli occhi. E imparò che il sabato mattina conveniva conzarsi meglio, perché più bella appariva, più caramelle, gomme da masticare e matite riceveva in regalo. Anzi, ogni tanto capitava che dopo qualche complimento accompagnato da una carezza, in regalo riceveva pure un pugno di monetine. Zu Turiddu guardava e assentiva, orgoglioso di quella nipote che a soli dieci anni faceva alzare gli occhi anche a coloro che erano abituati a tenere basse altre cose. E che, sebbene universalmente riconosciuti come spilorci, diventavano moderatamente generosi quando avevano fatto l’onore di essere guardati negli occhi da quella picciridda; scucivano di più, invece, quando era loro permesso di allungare una mano. (altro…)

New York Poems | Daniele Gennaro

“ I believe we are lost here in America,
but I believe we shall be found”. T. Wolfe

New York, la casa del mondo.

“Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume e guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell’immensità di essa, e so che nello Iowa a quell’ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini. E che stanotte usciranno altre stelle, e non sapete che Dio è l’Orsa maggiore?, e la stella della sera deve star tramontando e spargendo il suo fioco scintillìo sulla prateria, il che avviene proprio prima dell’arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del divenir vecchi, allora penso a Dean Moriatry, penso persino al vecchio Dean Moriatry, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriatry”.

Queste parole pongono la parola fine a “On the Road”, probabilmente la lettura che più ha influenzato la mia generazione e alcune precedenti. Il sogno americano, il jazz, l’infinità degli spazi, il west e la costa occidentale, i deserti dell’Arizona, il caldo umido delle Everglades, il carnevale di New Orleans e…l’elenco potrebbe essere infinito davvero. New York è il punto di partenza e d’arrivo insieme. E’ il viaggio in sé. Un mese a New York racchiude tutte le esperienze e tutti i viaggi possibili, tutti gli incontri possibili, tutte le musiche , i sapori, le letterature , gli amori possibili. Eppure senti che da lì, da quella città incredibile , si apre una porta su un ulteriore presente. Eccomi a comprare un biglietto chilometrico di Grayhound aperto per un mese per tutte le destinazioni, la risposta alla sete d’infinito. L’inquietudine è movimento , astratto presentimento di un’incontro celeste, altre possibilità ancòrano la bellezza del viaggio al ricordo di una vita terrestre, compendio di tutte le letterature e di tutte le visioni, dal sonno al sogno, dalle cascate di Wichita ad un tramonto rosa mentre bevo una birra seduto su una panchina a Battery Park.

Jerico

come jerico cadranno
i muri all’ascolto della
tua voce prossima e
curva sul pioppo verde
autunno fogliato di giallo
rosso vince sempre
rabdomante d’ore
mi inchino folle di nuvole
al più presto mi
allontanerò da qui
ripercorrendo stili
nuove forme d’arte
radicalmente diverso
il mio sentimento
allontanerò da qui
le luci seriche delle lune
veloci caffè
un autogrill di notte
allegro ricordo il mio
primo attraversare l’hudson
confondendo le mille luci
con le mura di jerico
ancora attendo
chiuso sul mio migliore
sorriso
volti nuovi e cornici di pioggia
certo sarò io
a sbrogliare finalmente le carte. (altro…)

Demetrio Paolin – Il mio nome è legione

IL MIO NOME E’ LEGIONE – DEMETRIO PAOLIN – TRANSEUROPA – 2009

“questo è un oggetto narrativo urgente” Giuseppe Genna

***

C’è un certo gusto nello scrivere qualcosa su un libro che non ti è stato mandato dall’autore, o dalla casa editrice, o regalato. Scrivere di un libro che hai comprato tu. Visto perché una piccola libreria lo teneva in evidenza. Un libro che ti sei portato a casa senza averne mai sentito parlare e che hai letto in poche ore. Un libro che a distanza di mesi ancora ricordi perfettamente, senza bisogno di aprirlo a tale pagina, a tale capitolo.

Questo libro: “il mio nome è legione” di Demetrio Paolin. Una storia e una maniera di raccontarla che credo rappresenti qualcosa di nuovo, diverso, nel panorama della narrativa italiana. Qualcosa di necessario, come scrive Giuseppe Genna nella quarta di copertina.

Il protagonista del romanzo, Demetrio, è un giornalista. Attraverso la sua storia, in un percorso fra memorie pubbliche e private, fra persone e personaggi che ne segnano l’esistenza , viaggiamo avanti e indietro nel tempo, in un tempo che non è quello usuale, segnato dalle ore e dalle date, ma quello che unisce i fatti, e le persone che li vivono, in base a un scala folle ed estremamente reale. In virtù del loro rapporto con il male. Passando dalle spoglie di Cesare Pavese, il Cristo di Quattordio, la  veggente che comunica con Vittorio Alfieri , le apparizioni di Renato Curcio e, soprattutto, l’infanzia difficile del fratello, la morte del  padre, il rapporto sadico, impossibile con Giulia, si compone un puzzle che convince il protagonista di essere stato toccato dal male.

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