Giorno: 29 agosto 2010

Toni Caredda – poesie

Oggi vi propongo in lettura alcune poesie di Toni Caredda. Le sue poesie mi piacciono particolarmente per l’originalità, l’ironia, per lo sguardo attento e profondo. Eccole

***

urbi et orbi

“noi siamo i salvatori”
è scritto sulla fronte dei due sposi,
novelli papà e mamma
“del mondo e forse… dell’universo”
complimenti, sarà stata
un’impresa titanica.

il pupo non sa nulla dei terrestri,
nel passeggino
si gode il suo ciucciotto.
fino al nuovo comando.

l’amore all’arma bianca muove sempre
un brivido soriano, dalle strade
la città lo capisce e si trasforma
nel posto giusto, il senso e l’occasione
aleggiano nell’aria.

e lì ti rendi conto
che dietro le finestre esiste gente
capace addirittura di provare
sentimenti. capisci
che forse c’è qualcuno ad aspettare
con un sorriso adatto alla tua pelle.
cominci a diventare quasi umano,
riproposto alla mensa dei viventi
per volontà divina.
magari un giorno
potrai urlare alle genti
“guardate, ho fatto una cazzo di scopata!”
(standing ovation)
e loro adoreranno il tuo frutto
per almeno sei mesi.

poi ci sarà il ritorno al calcio in culo,
il cartellino, i suoceri, le cene
e tutte queste cose che ti fanno

uomo.

tutto questo in ventuno secondi.
svoltato l’angolo c’è un’altra missione:
parcheggiare
i miei buoni propositi
nel centro più lontano dalle rotte
commerciali, nel mondo messo lì
a casaccio, l’universo
dove l’ho scampata bella.

***

Alberi e gin Tonic

Il mio innesto è il limone con l’arancia.
Tutt’altra specie il tuo.
Siamo stati gli eroi dei nostri tempi
– Abbaye de Bonne Esperance –
Poi, ognuno a modo suo, lungo le stelle
di notti parallele.
Mi dici fortunato(e mi fai ridere).
Guardali, per te quattro sorrisi,
fra le braccia puoi stringere
tutti i sogni più belli che hai vestito,
per me soltanto quelli che ho pisciato
sui muri più corrosi della strada,
i conti, lo sai, tornano sempre:

in primavera, Forse
siamo stati la stessa pianta,
ma l’albero giusto è quello
che ha radici. Il restante
è legna che non sa
bruciare.

Nemmeno per l’inverno.

***

Terra!

Fertile e donna
la mia terra sommersa,
l’attacco e la difesa, il mio rifugio
da obbedire, combattere. L’aratro.
Esilio, ti chiedo
sopra quel luogo, punto che ci offende
in comune, libertà
di perdere e fuggire come l’uomo
che non sa più arrestare la discesa.
Verso il tuo sguardo lungo
cerco il mio naufragio,
sopra questa roccia che non tocca
nemmeno le nuvole più basse,
mi consegno al vento
che mi porti sognato in qualche nido
di lavanda, lenzuola ad asciugare,
un letto grande, un tavolo, il tuo pane,
baciare la tua pelle e coltivare
l’oasi
che mi tieni in grembo.

***

Terrigno

L’Alma latina incendia le sue mute,
le contrazioni e le doglie, la pangea
che avevi offerto, intera da isolare,
si è sommersa sotto una landa nordica.
L’argilla che mi hai dato è creta, un cotto
che si spacca l’ocarina.
Eppure non è suono sepolto.
Mi basta un breve fiato, il tuo traverso,
– da sempre un capogiro sulle punte –
la scaletta di pietra che va al mare
di Torre delle Stelle,
e tutte le maree si fanno terme.
Quali mani quest’ora mi hanno reso,
non lo dico, ne mangio il cibo
e non ignoro la gelosia del vento,
il cozzare del ferro sulla porta.
Le nostre spiagge sono sempre nuove,
i nostri limiti invalicabili
sono le servitù che ci dobbiamo
per aderire meglio a questa terra,
dove leghiamo i piedi al mutuo dissapore.
La libertà che stringe e ci abbandona
è una cavalla bianca da domare,
e se ci riusciremo, tutto di te
diventerà un recinto, tutto su me
quel baio brado che cadde, e fu abbattuto.

***

Sparedda & Alegusta

A Efisio

Fertile dicevi
troveremo Dio sul nostro pozzo,
basta una lenza, il molo
e qualche scampolo di cielo da guardare,
un po’ banale
come quella magia che ti prendeva
il viso, al miracolo del pane
diviso, applausi
senza cercare il picco nelle cose
l’emorragia di un sogno, la sua voce
sul palpito impreciso di ogni dove
e le sue mani sul tuo cuore, come
la fantasia di vivere davvero
per qualcosa
il tuo sorriso acceso fra le rose
come se niente fosse, adesso piove
sul mare, sopra tutto ciò che muove
i nostri passi, al molo
hanno levato l’acqua.
Non vado più a pescare. Adiosu.

@ poesie di Toni Caredda

CRONACHETTA DI UN SUICIDIO – ovvero “Sull’utilità della mancanza di una coscienza di classe”

Sono passati circa sei mesi dal mio riuscito suicidio, adesso riesco a parlarne. Fu un’esperienza orrenda, di quelle che ti segnano per tutta la vita, cioè per tutti quei secondi in cui ti rendi conto che stai per morire. Ma non è il caso di divagare proprio adesso, procediamo con ordine.
La morte della mia bisnonna per overdose fu un duro colpo, caddi in un viscoso stato di prostrazione che per alcune settimane ridusse il mio interesse per la vita alla pura sopravvivenza biologica. Mi sentivo smembrato, lacerato dentro. Tentai di uscirne facendo leva sulla consistenza del mio carattere da guerriero in incognito, così presi in prestito alcune sostanze liofilizzate con cui la povera bisnonna esercitava le sue narici, tirandomi su il morale. L’affetto del mio barboncino nero, Louisarmstrong, che due volte al giorno mi pisciava sui piedi col guinzaglio in bocca per catturare la mia attenzione, fece il resto.
Ero quasi guarito da quel profondo stato depressivo quando, una mattina di Aprile simile ad altre mattine di Aprile, lessi sul giornale che la cantante Isa Banicchi si sarebbe candidata alle elezioni. A quella sciagura nemmeno il combattente sotto mentite spoglie che ero seppe opporre resistenza, e mi arresi: la faccio finita!
Il problema vero sorse in seguito, allorquando mi accinsi a progettare le modalità della mia morte volontaria: mi resi conto per la prima volta che il soldato che mi batteva in petto era un disertore vigliacco, e di fare il volontario proprio non ne voleva sapere.
Ci pensai su un paio di giorni, poi ebbi l’illuminazione: bisognava trovare qualcuno che avrebbe fatto il lavoro per me, ma chi?
Una sera, durante una delle pisciatine casalinghe di Louisarmstrong, dopo essermi rosicchiato tutte le unghie e spolpato le falangi, trovai la risposta. Cullai quell’idea tutta la notte, considerando anche lo spreco che avrebbe comportato la morte prematura di un genio come me. Ma il pensiero della possibile elezione di Isa Banicchi sostenne e condusse la mia determinazione fino al compimento del giorno dopo, quando, terminato il periodo di ferie per malattia che mi ero preso, sarei tornato al lavoro.
Arrivai in cantiere di buon mattino, alle sette e trenta circa. Lavoravo per un’azienda che si occupava di edilizia residenziale: realizzavamo edifici inguardabili che avrebbero deturpato luoghi già offesi dall’uomo. Radunai tutti gli operai, che accorsero mostrando la sollecitudine che avrebbero immancabilmente smarrito nel corso della giornata. Quando fui sicuro di avere la loro attenzione,  con la voce ferma di uno che non torna più indietro, dissi loro: “ Sono comunista”.
Erano in dieci, e trasalirono simultaneamente. Riavutisi dalla sorpresa cominciarono a scambiarsi oblique occhiate d’intesa, mentre pian pianino riducevano la distanza che mi separava da loro, che li separava da me. Dietro la mia impassibilità quasi me la ridevo per la facilità con cui stavo manipolando quei lavoratori, costringendoli a fare il mio lavoro sporco. Mi circondarono, i primi ad afferrarmi per le braccia furono i due manovali, dei qualunquisti convertiti al satanismo, ansiosi di sperimentare il loro primo sacrificio umano. Mentre questi mi tenevano fermo, uno dei tre muratori, devoto di Salvio Perusconi, mi colpì al mento, proprio con un pugno da muratore. Altri due dietro di lui, muratori pure loro, affezionati sostenitori di Lino Raudi, si contendevano  il diritto di raggiungere anch’essi l’agognata meta: la mia faccia. Ma il bello venne quando entrarono in campo i cinque carpentieri, tre di Forza Uova e due leghisti oriundi, dei veri operai insomma, che cominciarono a colpirmi anche da dietro, fin quasi a farmi perdere conoscenza. Una voce che non riconobbi, ad un certo punto disse: “ Non qui, portiamo ‘sto Gorbaciov nel magazzino!”
Mi sollevarono di peso, mi portarono nella baracca degli attrezzi e mi fecero a pezzi, sì, proprio “a brandelli”, mostrando grande versatilità ed eclettismo in quell’uso alternativo degli utensili.
Da morto fresco di giornata, come ero sei mesi fa, mi confortò il pensiero che non avrei mai più corso il pericolo di vedere o sentire il “deputato Banicchi”. Solo che, purtroppo, continuavo a sentirmi smembrato e lacerato, disseminato come ero – e sono – in sei pilastri di calcestruzzo di questo edificio in costruzione di cui farò parte per sempre.
 

Gino Di Costanzo