Giorno: 22 agosto 2010

“Chernobylove” di F. Pellegrino

Chernobylove
Francesca Pellegrino

Kimerik, 2010
ISBN 978-88-643-8017-9

È strano come un vuoto
prenda l’esatta forma
del suo contenitore.
accade anche per l’acqua e la luce.
persino io
vado perfettamente addosso
alla pelle che mi contiene

Il 26 aprile del 1986, a causa di un esperimento avventato, esplode l’unità numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina. Si tratta del più grave incidente nucleare della storia. Con Chernobyl, i rischi del nucleare diventano di colpo una minaccia concreta dalle conseguenze drammatiche e tuttora poco conosciute. E proprio dal ricordo di questa catasfrofe prende nome l’ultimo lavoro di Francesca Pellegrino. Siamo di fronte ad una poesia della crisi o meglio una poesia che cerca di gestire come può, per tentativi, una crisi che è data per assodata, forse irreparabile. Venuta meno qualsiasi possibilità di corrispondenza simbolica tra uomo e natura, l’uomo di oggi si ritrova imprigionato in un rapporto metonimico che lo restituisce oggetto tra oggetti. Siamo schiavi dei beni di consumo che il progresso ci ha garantito, costantemente delusi dai surrogati di felicità che i tempi promettono (“In origine eravamo il vetro/dello stesso bicchiere/quello vuoto, messo/su un lato del tavolo/in mezzo alle cose inutili/che ci allontanano”). Non è più praticabile una distinzione tra contenuto e contenitore, tra forma e sostanza. Del resto, la metonimia è una figura psicanaliticamente interessante perchè palesa il divario che si apre fra il senso apparente e il senso rimosso, il significato che era sprofondato sotto il sintomo nevrotico, sotto il significante metaforico. Il giorno dopo la catastrofe è il giorno in cui riconosciamo di far parte di un sistema di disequazioni. Il giorno in cui ricordiamo d’essere stati una musica bellissima anche se adesso siamo corde di una chitarra che nessuno sa più accordare. Cosa fare? Il quotidiano è il terreno da scavare con le unghie, la pietra arida in cui coltivare l’illusione di un amore, l’illusione di poter ricordare e dimenticare ciò che siamo (“Ho mille anni di guerra/da dimenticare, perdonando/(dentro)/un giardino che ha sempre/fatto fiori finti”). La testa, il cuore, è una terra evacuata, abbandonata dai più fortunati perchè contaminata dalle scorie del giorno prima (“e fu la sola pietra/della mia casa”). Tra specchio e sipario, “l’amore è un luogo/sempre altrove”. Non c’è ostentazione di un coraggio eroico, anzi quel che resta di un istinto di sopravvivenza spingerebbe a fuggire la realtà ma ogni strada riporta indietro alle cose vissute, agli oggetti usati, agli slogan pubblicitari, alle maschere, ai trucchi, alle Barbie (“Il giorno dopo il vento/ho tentato una fuga/ero in una stazione, nel mondo/straniera degli altri/e con la religione del silenzio/nel cuore./Essere altrove era come restare/e sono tornata”).

Giovanni Catalano

Mary Barbara Tolusso – L’imbalsamatrice

Ho sorriso chiudendo il libro. Ho sorriso quando l’ho riposto in libreria, ignorando ordini più o meno alfabetici, accanto ai libri di Welsh. Il sorriso è quello di un lettore soddisfatto ma anche qualcosa in più. A me pare di aver trovato qualcosa di nuovo nel panorama letterario italiano (non solo femminile). L’imbalsamatrice, di Mary B. Tolusso, è romanzo veloce, tagliente, ironico, mai banale. Lo stile di Mary B. è riconducibile ai ritmi dinamici di molti scrittori americani o anglosassoni. Mi vengono in mente Welsh per la velocità dei dialoghi, Palahniuk per l’ironia acuta e tagliente, per i graffi. La Paley e P. Roth per l’intensità che dietro una battuta cela uno sguardo che scandaglia molto a fondo. La Tolusso, però, ha un suo stile assolutamente riconoscibile che spero di incrociare a lungo in giro per librerie.

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