Giorno: 14 agosto 2010

Una nota di lettura ad “Hanno amore” di G. Chierici

Hanno amore
Gianluca Chierici

Collana Babele Suite
Perdisa Pop, 2010
ISBN 978-88-837-2498-5

In libreria dal 15 settembre.

 

 
 
 
 
“Se i disegni non erano proprio come i miei sogni, era perchè la mano che li aveva eseguiti non poteva riprodurli esattamente, ma una cosa era chiara, vedevamo gli stessi luoghi.”
I luoghi dell’infanzia, età dell’incoscienza per antonomasia, sono il problema da risolvere, l’enigma di un giallo che si tinge di nero. Ma non solo. Impariamo che fede e disperazione si assomigliano in questa moderna versione pop del mito di Diana e Atteone. Se è soprattutto Diana la figura rivelatrice di un doppio filo che lega amore e morte. Già la radice del nome si trova nel termine latino “dius” che richiama la luce del giorno eppure Diana è dea notturna. Tanto che, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregoneria italiana. Streghe e macabri omicidi, boschi sperduti e inquietanti cliniche, fanno da sfondo alla solitudine di due bambini. Il mistero legato alla scomparsa dei genitori, l’intermittenza di ricordi di cui dubitare, presenze oscure e allucinazioni. Vorremmo fuggire ma non riusciamo a muovere nemmeno un muscolo, vorremmo gridare ma la voce non esce. Un labirinto di simboli indecifrabili. Come in un sogno si assiste ad un ampliamento, ad una dilatazione del tempo e dello spazio, ad uno spostamento dei ruoli, ad un continuo scambio di nomi e persone e tutto senza che la scena per quanto surreale manchi mai di logica. Almeno fino a quando il sogno finisce, quando scopriamo di sognare. Se è dalla fine delle cose che spesso giudichiamo le cose stesse. Ci voltiamo indietro e guardiamo in retrospettiva le cose che sono cambiate come se non fossero mai state come le credevamo. Se un amore è finito vuol dire che non era un vero amore, potrebbe essere questo l’errore. Come a dire che tutto il senso potrebbe stare nella spiegazione. Non la spiegazione, l’unica possibile, ma ciò di cui di volta in volta sapremo accontentarci quando non troveremo nessun’altra spiegazione. Ammettere che “in fondo all’uomo c’è una donna, e in fondo alla donna c’è un uomo“, per esempio. Ammettere che l’amore è un sogno e, per una volta, rinunciare a chiederci chi è nel sogno di chi.
Giovanni Catalano

 

Hubo un tiempo – 3 traduzioni dal Prologo di *Punto umbrío*, Ana Rossetti (post di natàlia castaldi)

*luci ed ombre di un’orchidea* – Georgia O’Keeffe

I

Ci fu un tempo,
tempo dell’invenzione e dell’errore,
in cui la solitudine era uno splendido e spaventoso
esilio, in cui cospirare contro la lezione che non
si voleva apprendere e spiare il mistero che si voleva
estorcere.

Era una grotta umida che imbrigliava la luce tra le felci,
era l’angolo dei castighi dove le lacrime nascoste
levavano, finalmente, la loro sovranità,
era l’incubo che soffiava imprigionato in un’alcova
sconosciuta,
o un cuore ripiegato nel suo nascondiglio che tramava
appuntamenti e vendette, ribellioni e segreti proibiti.
Era il tempo dell’infanzia e la solitudine accendeva il suo
bengala dietro lo scudo impenetrabile del silenzio.
E il punto ombroso dove riparava era solo
l’incantato rifugio al suo splendore irriducibile e glorioso.

II

Ci fu un tempo in cui l’amore era
un intruso temuto e atteso.
Uno sfiorare clandestino, premeditato, rielaborato
in insopportabili veglie.
Una confessione audace e confusa, corretta mille
volte, che mai sarebbe giunta al dovuto compimento.
Un’incessante e tirannica inquietudine.
Un galoppare repentino del cuore, ingovernabile.
Un continuo lottare contro la spietata precisione
degli specchi.
Un’intima difficoltà nel distinguere l’angoscia dal
piacere.
Era un tempo adolescente e indefinito, il tempo
dell’amore senza nome, quasi senza volto, che errava,
come un bacio promesso, lungo il punto più ombroso della
scala.

III

Ci fu un tempo
in cui il tempo non era fluire:
era una treccia di sabbia che si pettinava ininterrottamente.
I suoi tre capi si intrecciavano, si fondevano tra loro ben distinti
e inseparabili.
Niente si posponeva. Niente si anteponeva:
era un tempo predestinato da un singolare decreto, un’elica
che, girando, si annullava in una ruota invisibile
dentro il suo stesso bagliore.
Non era un’età né una condizione, era il tempo senza tempo
della felicità perfetta. Dell’accordo. Dell’immobile e sconfinata
durata dell’estasi.
Era il punto unico e misterioso in cui convergeva il tempo
della memoria, della profezia e degli angeli.

*** (altro…)