Il ritorno nell’utero – racconto di Giovanni Chiappisi

 

@Giusy Calia

Quando capì che la sua ora stava per arrivare, per prima cosa esorcizzò la paura dell’ignoto facendo un po’ di conti. I medici gli avevano dato due mesi di vita, al massimo tre.

Giorgio, 60 anni ancora da compiere, aprì un cassetto e tirò fuori un’agenda, una di quelle in finta pelle che regalano per Natale. La aprì e la sfogliò fino ad arrivare alla data di quel giorno, domenica 30 maggio, che sottolineò col pennarello rosso. “Se i medici hanno ragione – pensò – al massimo arrivo a Ferragosto. Togliendo gli ultimi dieci giorni in cui le mie condizioni non mi permetteranno altro che di respirare e pensare, con un po’ di ottimismo organizziamoci fino al 31 di luglio”.

Lasciò l’agenda aperta sul tavolo, si alzò e prese dal frigo una bottiglia di vino bianco, un Chiarandà del 2008 che aveva messo da parte per le grandi occasioni. Lo aprì, annusò il tappo e lascio che il vino decantasse per qualche minuto. Poi prese un bicchiere di quelli buoni e lo riempì. Guardò il vino controluce e ne apprezzò il colore, poi cominciò a sorseggiarlo piano piano.

Il sole stava tramontando e lui accese la lampada da tavolo. Davanti, aperta, la sua agenda. E cominciò a scrivere:

1) Non far sapere niente a nessuno e, se qualcuno intuisce, smentire, smentire, smentire
2) Andare a trovare i figli con una scusa qualunque: nemmeno loro devono sapere, altrimenti cominciano a preoccuparsi (forse) e ad essere asfissianti (sicuramente)
3) Uscire ogni sera, con o senza amici, e girare per tutti i pub della città. Vedere i giovani vivere fa bene alla salute e allunga la vita
4) Evitare di incontrare persone con le quali avresti voluto vivere assieme per i prossimi vent’anni: farlo vorrebbe dire provare rabbia e delusione. E poi non sarebbe nemmeno un bel regalo per quelle persone. Quindi EVITARE
5) Rifiutare ogni ulteriore terapia. Che i medici imparassero con altre cavie
6) Studiare un viaggio per la Norvegia del nord e bearsi nel sole di mezzanotte
7) Sottoscrivere una nuova polizza di assicurazione per la barca
8) Guardarsi spesso allo specchio e sorridersi

L’indomani, di buon mattino, andò in azienda. Salutò il portiere che, come sempre, era intento a tentare di risolvere un solitario e salì al terzo piano, in amministrazione. Al capo del personale, attempato playboy in piena attività, disse che aveva incontrato una donna e che gli serviva urgentemente un mese di aspettativa e un mese di ferie. Quello fece un po’ di resistenza, ma alla fine cedette. “A partire da quando?”. “Da subito”.

Uscendo dall’azienda, si sentì leggero come una piuma e forte come un leone. E libero. A passo spedito si diresse verso il lungomare, trovò una panchina e si sedette. Aveva il fiatone, ma decise di non farci caso. Meglio guardare il mare. Da lontano sembrava calmo, ma quando le onde arrivavano sulle barriere di protezione, morivano in una montagna di spruzzi. Decise di chiamare i figli. Prima Lucia, la grande: “Domani mattina puoi prenderti mezza giornata di permesso? Sai, devo passare da Milano e mi piacerebbe vederti e portarti a pranzo. Come? Domani hai impegni? E quando saresti libera? Giovedì pomeriggio? Va bene, farò di tutto per esserci in quel giorno”. Poi passò ad Alessandro, due anni più piccolo della sorella, che viveva a Roma: “Buongiorno, ragazzo. Per domani ho bisogno di una consulenza legale, posso prendere un appuntamento con te a pranzo o devo passare prima dalla segretaria? No, tranquillo, nessun problema. Ho solo voglia di vederti. Domani all’una allo studio? Perfetto, ci sarò”.

E anche questa era fatta. Ripreso un po’ di fiato, tornò sui suoi passi e si diresse verso l’agenzia di viaggio che c’era vicino all’azienda. Col proprietario si conoscevano da anni. Un tipo simpatico, peccato che avesse il vizio di farsi sempre i cazzi degli altri. Entrò, subì il solito rito del “come stai? bene e tu?” e finalmente andò al sodo: “Mi serve un biglietto aereo per domattina, vado a Roma. Poi mi prenoti un alberghetto a Fiumicino e per giovedì mattina un altro biglietto per Milano. E bloccami l’ultimo volo di quel giorno per Palermo”. “Non ci sono voli low cost? E chi se ne frega, fammi quelli che hai”. Giorgio fece appello a tutta la propria esperienza per non dire a cosa servivano quei viaggi, anche perché doveva ancora parlare del viaggio vero, quello del Sole di Mezzanotte. “Perché? Che c’è di strano? Non l’ho mai visto e adesso voglio andarci. No, non voglio nulla di organizzato, voglio solo un biglietto d’aereo per Oslo e poi da lì me la sbrigo da solo. Le date? Diciamo il 10 giugno per l’andata e il 20, sempre di giugno, per il ritorno”.

Con i tre biglietti in tasca, Giorgio uscì, chiamò un taxi e si fece portare a casa. Sentiva, forte, l’esigenza di stendersi un po’ sul letto. Chiuse gli occhi, ma non gli riuscì di dormire. Pensava. Pensava a quello che aveva fatto nella vita. La moglie era riuscita a perderla, i figli quasi. E tutto a causa del suo carattere sempre inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa che non aveva e che forse neppure esisteva. Guardò a sé con occhio critico, ma non riuscì a definirsi una cattiva persona. Anzi. Si sentiva ed era voluto bene da un mucchio di persone, ma non poteva ignorare la realtà: era un uomo solo. Dopo una mezz’oretta, lo stare a letto cominciò a dargli fastidio. Si alzò e riprese l’agenda in mano. “Cazzo! L’assicurazione”. Telefonò in agenzia, parlò col titolare e gli chiese di predisporre una nuova polizza Kasko per la barca. L’indomani sarebbe passato da lì per firmare e pagare.

L’aereo delle 6 e 40 per Roma partì con sconvolgente puntualità. Alle 7 e 30 respirava l’aria pungente di Fiumicino. Alle 9 era seduto in quello che lui chiamava “il mio tavolino” di un bar del Pantheon. Caffè, brioche, spremuta di arancia e lettura dei giornali. Quel giorno, anche di quelli sportivi. Sapeva che non avrebbe potuto seguire il campionato, ma perché perdersi tutti i preparativi della sua squadra? All’una in punto, entrò nello studio di suo figlio, giovane e affermato avvocato penalista. Quando lo vide, lo abbracciò con tutta la forza che aveva. Ne riconobbe l’odore di quando era ancora un bambino e si commosse.

Alessandro era sempre stato di una intelligenza vivace e intuitiva. A volte i due parlavano senza profferire parola: non ce ne era bisogno. Seduti uno di fronte all’altro ad un tavolo della taverna preferita dai due, Giorgio disse senza troppi giri di parole: “Non ho nessun problema, avevo solo voglia di vederti. E visto che tu, con tutti i tuoi onorevoli clienti non trovi mai il tempo per scendere a Palermo, eccomi qua”.
“Pa’, come va la salute?”
“Bene, compatibilmente con l’età. Va come è sempre andata e come andrà”
“Faccio finta di crederti, ma solo perché non ho voglia di litigare. E poi perché, conoscendoti, sarebbe inutile. Siamo stati lontani per troppo tempo e la conseguenza è che tu non te la senti di confidarti con me e io, perdonami la sincerità, con te”
“E allora che facciamo? Chiediamo il conto prima ancora d’aver mangiato e ce ne andiamo?”
“Lo sapevo che tu hai l’incazzatura facile”
“Vedi, bimbo mio, io ho fatto tanti errori, anche con te e tua sorella. Ma tu che sei uomo di legge, per quanto tempo dovrò espiare le mie colpe? C’è qualcuno che ha sentenziato un fine pena, mai?”
“No papà, tu non hai sbagliato, hai solo voluto essere prima di tutto te stesso e poi solo te stesso. Ma esistevamo anche noi. Ma ora non ci pensiamo. Io sono felice di essere qua con te perché ti voglio bene davvero”
“Io pure, bimbo mio”.

Milano non gli era mai piaciuta. Quelle persone che corrono invece di camminare gli davano l’ansia. Per fortuna arrivò a Linate. Se fosse atterrato a Malpensa, il tragitto verso il centro sarebbe stato ancora più lungo e tedioso. E poi lui aveva fretta di rivedere la sua Lucia. Chiamò un taxi e si fece portare al Niguarda, dove la sua bimba era un’apprezzata anestesista. Tutto il giorno (a volte anche la notte) a far la spola tra una sala operatoria e il laboratorio. Ogni tanto a casa. Nipotini, Giorgio non ne aveva: i figli erano troppo impegnati a far carriera che a costruirsi una famiglia. E questo, visto l’esempio del padre, era anche comprensibile.
Un’infermiera gentilissima lo condusse nella stanza della figlia. Lui entrò, diede uno sguardo alla scrivania e vide una foto di Lucia assieme ad Alessandro e alla madre. Si sedette su un divanetto e aspettò che arrivasse la figlia.

“Posso dire che ti sei fatta una bonazza?”
“Papi, quand’è che deciderai di crescere?”
E si abbracciarono. Lei posò la testa sul petto del padre, lui le carezzò i capelli. Per qualche minuto restarono così, senza parlare. Lucia si staccò da quell’abbraccio e guardò Giorgio negli occhi. “Ho sentito il tuo cuore e non mi è piaciuto affatto. Ora vieni con me in cardiologia e facciamo un controllo serio”.
Il vecchio (lui si considerava tale) riabbracciò la figlia e, tenendola stretta, le disse: “Non sono qua per incontrare la dottoressa, ma mia figlia. E poi mai e poi mai mi metterei nelle tue mani”. E scoppiò a ridere. Lucia, però, restò seria: “Papi, che ti costa conoscere un mio amico cardiologo? E’ bravo, simpatico e a me piace pure”.
“State assieme?”
“No, perché lui è sposato, ma mi piacerebbe”
“Bimba mia, fai come credi, ma se puoi evitare di sconzare una famiglia non sarebbe male”
“Lo so e infatti con lui faccio l’antipatica”
“E scommetto che ci riesci benissimo”
“Diciamo che me la cavo”
“Sono già le sei del pomeriggio. Pensi che dovremo fare notte qua o ce ne andiamo da qualche parte? Io, alle 11, ho l’aereo per Palermo”
“E non dormi con me?”
“Dovrei?”
“Dovresti sì, anche perché l’esame che ho intenzione di farti fare prevede almeno un’ora di immobilità assoluta”.
Giorgio riconobbe ancora la sua piccola Lucia. Testa dura fin da quando era bambina. Ma la sua, di cocciutaggine, non era da meno. “Qua a Milano, mi hanno detto che si cena quando ancora c’è il sole. E negli ospedali pure. Quindi, non ti scandalizzerai se questo vecchio stolido ti porta in un bel ristorantino?”
Lucia cedette e andarono. Giorgio si fece portare una candela. Gli piaceva giocare a fare il fidanzatino della figlia. E con lei parlò: “Non sto benissimo, ma non sono neppure moribondo. Ma sono come la gramigna: non secco mai”
“Ho sentito una forte aritmia, il tuo cuore sembra proprio che segua una musica tutta sua. Sono preoccupata”
“I tuoi colleghi, i miei medici, mi hanno detto che se faccio il bravo campo altri cent’anni”, mentì.
“Resta con me stanotte e domani facciamo un bel check-up, fallo per me”
Giorgio moriva dalla voglia di restare con la sua bimba, ma non al prezzo del check-up. Non che gliene fregasse più di tanto di farsi vivisezionare da qualche medico, ma non poteva rischiare di far conoscere alla figlia le sue vere condizioni di salute. E disse: “Va bene, resto con te, ma domattina parto col primo aereo. E, per favore, non tocchiamo più questo argomento”.
E passarono la notte assieme. Lui la tenne stretta fra le sue braccia, incurante dei messaggi che mandava il suo cuore, finchè non la vide dormire. Era stanca, la sua bimba. Troppo lavoro, troppi pensieri, troppi progetti. Alle sei, Lucia dormiva ancora e Giorgio non la svegliò. Le lasciò la caffettiera pronta e un biglietto: “Sei sempre il mio grande amore”. Si chiuse la porta alle spalle e dopo mezz’ora era già a Linate.

Per una decina di giorni, Giorgio seguì sempre lo stesso programma: di mattina controllava ogni dettaglio della barca, poi pranzava leggero a base di frutta, poi tornava a casa per riposare. Poi, quando si alzava, studiava le carte nautiche, le pilot con le statistiche su venti e correnti. La radio non funzionava già da qualche mese, ma non la fece riparare. E ignorò anche il piccolo dissalatore. Alla sera, dopo cena, andava in un rumorosissimo pub che stava sotto casa sua. La musica era assordante, ma la voglia di vivere che vedeva nei giovani avventori lo era di più. Poi rientrava a casa.

Sempre così, finchè arrivò il 10 di giugno. Come bagaglio aveva solo uno zaino. Arrivò ad Oslo, dopo aver fatto scalo a Roma e a Francoforte, che era già sera. Dormì in un alberghetto vicino all’aeroporto e l’indomani, di buon mattino era di nuovo lì. Si informò su come raggiungere Lakselv, praticamente a Capo Nord. E vide quella meraviglia. Vide il sole che scendeva all’orizzonte, ma si fermava sempre un po’ prima di scomparire. E poi si rialzava. Giorgio era felice come un bambino. Del Sole di Mezzanotte gli parlava spesso suo padre che avrebbe voluto vederlo, ma non ci riuscì per varie vicissitudini della vita. “Io ce l’ho fatta”, si diceva spesso Giorgio. E quel miracolo della natura lo rivedeva nella faccie di alcuni indigeni. Non sarebbe stato male morire lì, col sole in faccia a qualunque ora.

A Palermo l’aria era asfissiante. C’era caldo e c’era umidità. E anche un insopportabile puzza di immondizia lasciata per le strade grazie all’incuria di chi, questa città, avrebbe dovuto curarla. Meglio fuggire. Anche perché oltre alla voglia, a Giorgio stava venendo meno anche il tempo per combattere. Si prese un paio di giorni di riposo assoluto. Ormai, anche fare dieci passi cominciava a pesargli, ma la decisione era stata presa: l’indomani sarebbe uscito in barca per puntare all’Atlantico, lo Stretto di Gibilterra, le porte dell’inferno.
E l’indomani arrivò. La barca rollava nel porto, felice di mollare gli ormeggi e affrontare il mare aperto. Sembrava che lo stesse aspettando. Giorgio aveva fatto cambusa prima di partire per la Norvegia. Accese il motore, aspettò che entrasse in temperatura, poi mollò le cime di poppa. Andò a prua e mollò anche quelle, infine tornò in pozzetto, si mise al timone, accelerò un poco e la barca uscì. Fuori dal porto, mise la prua al vento e alzò le vele, poi fece rotta verso Ovest. Attese che il vento diventasse costante e inserì il timone automatico. Scese in cabina e bevve un po’ d’acqua, poi tornò su. Prese il telefonino e mandò un messaggio ai suoi due figli: “Vi voglio bene”. Poi lo spense. La barca scivolava docile, spinta da un venticello di dieci nodi in un mare solo leggermente increspato. Mangiò alcuni biscotti, poi si assopì. E quando il sole già era sparito all’orizzonte, accese le luci di via e si stese sulla panca che c’era in pozzetto.

E pensò. Pensò che aveva cominciato a nuotare nel piccolo mare che c’era nell’utero della sua mamma. Quel piccolo mare lo aveva fatto crescere e poi nascere. E ora si ritrovava in un mare più grande. In fondo, stava solo tornando alle origini: dall’utero della mamma all’utero del mondo. Chiuse gli occhi e dormì.

Giovanni Chiappisi

 

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Nato a Palermo nel 1954, Giovanni Chiappisi approdò al giornalismo professionale dopo essersela spassata per un po’. Da giovane, intraprese la carriera del pilota da rally, poi esplorò da pioniere la strada delle radio libere senza aspettare che la Corte Costituzionale le legalizzasse. Infine il giornalismo, imparato in redazioni italiane e tedesche. Nel 1998 vinse il premio “Cronista dell’anno”. Poi, dopo diversi anni di vagabondaggio nel mondo, tornò a Palermo e da allora passa le sue giornate al giornale di Sicilia. Ma, se potesse, scapperebbe in Brasile a non far nulla…

 

5 comments

  1. Spero che non sia l’unico racconto !

    Non hai bisogno di complimenti , è veramente bello

    Maria Grazia

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  2. i miei complimenti per raccomnto ricco e amaro.. ottima struttura narrativa e mi piace molto il vagare nelle acque uteriche..

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