Giorno: 12 agosto 2010

Due poesie di Giuseppe Barreca

 

La carovana delle malinconie

 

I) Prima del passaggio

Una riflessione che non va giù,

e galleggia in gola, senza pietà.

La stazione deserta, spenta, inerte

e la noia distinta dell’ignoto

bacia i semafori verdi.

Ma i treni non sanno più muoversi, come me.

E allora io adagio questo mio tormentato presente

su una panchina di pietra, orlata di gomme annerite;

dormo tra una scritta ignota che reclama un amore,

e tra un’altra scritta, più in basso, che ricorda una data.

Ho lasciato il cuscino di là,

tra gli oggetti smarriti non reclamanti.

Non è stanotte come il sonno di casa:

il letto è una folla di dolori banali.

È troppo facile scrivere versi incostanti

osservando due binari infiniti

che la notte lucida illumina di angosce tiepide.

Si alzano le cartacce, ma non le temo,

e nemmeno mi spaventa la polvere:

solo le luci artificiali della città

incidono amarezze nella mia carne.

II) Durante il passaggio

M’illudo di possedere ogni cosa stanotte:

il buio, i bagagli di passeggeri invisibili,

la stazione che desidera treni audaci

in movimento verso di lei,

e la sala d’aspetto che da lontano

m’invita al caldo con l’occhio languido.

Ma quando finirà tutto questo?

Non so più distinguere tra loro

il primo e l’ultimo treno del giorno.

Il fanale di coda da quello di testa.

Solamente quando la noia entra nella mia bocca

i denti smettono di tremare; ho sonno, forse,

o forse non l’ho più, sono vivo perché stanco,

perché non ho chiuso gli occhi di fronte al mendicante

che dorme con me sotto questa panchina.

III) Dopo il passaggio

Mi alzo in piedi, solitario percorro il marciapiede solitario,

e le ore non passano più.

Nemmeno le angosce del quotidiano lo fanno:

le sento friggere sui fili dell’alta tensione,

ma non sanno morire, cattive.

Lento come le forze che tornano,

al mattino dopo il sonno,

un treno merci arriva, e spezza

la carovana della malinconie.

Le pagine bianche d’un libro

sono una compagnia che non scalda.

Nemmeno una donna, forse, basterebbe stanotte

per tenere a bada cervello e cuore,

in questa stazione rocciosa

che non è un letto, né un materasso di amarezze,

e nemmeno un sogno per psicanalista.

IV) Quel che resta della bile nera

Il treno merci è passato oltre, faticoso:

lontano il segnale è tornato rosso.

E rosse le mie guance, le mani, le nocche:

come quel taccuino che vidi a terra,

nell’atrio di un’altra stazione deserta:

piangeva parole che ho dimenticato,

da tempo.

*     *    *    *    *    *    *    *    *    *    *    *

Le ragazze al passeggio

 

Le ragazze al passeggio, le gonne corte

e i profumi del supermercato,

galleggiano nei portici autunnali.

La vita allora forse sembra sorridere

al vecchio che cammina tra le ragazze

e cerca solo un’occhiata, un sorriso,

un’emozione scordata da rinverdire.

Il venditore di bigiotteria

non sa quel che vende; il pomeriggio è lungo,

e i braccialetti non bastano mai, nemmeno per sua moglie.

Ha un bambino senza latte e una bambina senza nome,

sulle spalle. E una donna nascosta, illecita, che piange,

un’altra invece che vive nella luce del lecito,

ma piange lo stesso.

Ma non lo sanno, questo, le ragazze al passeggio,

e sfiorano il venditore con occhi che non vedono.

Il maniaco venne arrestato all’altezza della piazza.

Le vasche stavano finendo, il pomeriggio piegato su di sé.

L’uomo aveva aperto l’impermeabile due volte:

un’anziana donna era svenuta, un’altra l’aveva guardato in faccia.

Lui sorrideva, ma il poliziotto che lo fermò

aveva tutti i vestiti al posto giusto.

Le ragazze al passeggio, però, non videro nulla,

solo una, ridendo forte, s’accorse dell’impermeabile in manette.

Due amici alla ricerca di una ragazza da corteggiare:

se la disputeranno con calma, tra la folla,

cercando di farsi notare, ridendo, con gli occhiali scuri.

Uno dei due è alto, mesto, l’altro piccolo, con un neo sulla faccia.

Camminano ammirati, tra i profumi del pomeriggio di sabato,

e l’odore di scarpe nuove; ma nessuno li nota.

Le ragazze al passeggio li calpestarono nella calca,

ma non se ne accorsero, perché fuggivano…

In fondo che rimane il sabato sera, dopo le vasche?

Le cartacce per terra, le serrande abbassate, il silenzio spigoloso

dei rimpianti degli uomini, dei batticuori delle donne.

Qualche gatto, un lampione difettoso, il profumo di frittelle,

rimasugli di progetti nati e defunti tra le pieghe del pomeriggio.

Qualcuno passeggia ancora, da solo, nella penombra:

le ragazze non ci sono, il venditore accarezza un figlio non suo,

il maniaco piange a casa, il ragazzo con il neo sorseggia una sconfitta,

il suo amico scrive parole senza sapere per chi e su che cosa…

Il ritorno nell’utero – racconto di Giovanni Chiappisi

 

@Giusy Calia

Quando capì che la sua ora stava per arrivare, per prima cosa esorcizzò la paura dell’ignoto facendo un po’ di conti. I medici gli avevano dato due mesi di vita, al massimo tre.

Giorgio, 60 anni ancora da compiere, aprì un cassetto e tirò fuori un’agenda, una di quelle in finta pelle che regalano per Natale. La aprì e la sfogliò fino ad arrivare alla data di quel giorno, domenica 30 maggio, che sottolineò col pennarello rosso. “Se i medici hanno ragione – pensò – al massimo arrivo a Ferragosto. Togliendo gli ultimi dieci giorni in cui le mie condizioni non mi permetteranno altro che di respirare e pensare, con un po’ di ottimismo organizziamoci fino al 31 di luglio”.

Lasciò l’agenda aperta sul tavolo, si alzò e prese dal frigo una bottiglia di vino bianco, un Chiarandà del 2008 che aveva messo da parte per le grandi occasioni. Lo aprì, annusò il tappo e lascio che il vino decantasse per qualche minuto. Poi prese un bicchiere di quelli buoni e lo riempì. Guardò il vino controluce e ne apprezzò il colore, poi cominciò a sorseggiarlo piano piano.

Il sole stava tramontando e lui accese la lampada da tavolo. Davanti, aperta, la sua agenda. E cominciò a scrivere:

1) Non far sapere niente a nessuno e, se qualcuno intuisce, smentire, smentire, smentire
2) Andare a trovare i figli con una scusa qualunque: nemmeno loro devono sapere, altrimenti cominciano a preoccuparsi (forse) e ad essere asfissianti (sicuramente)
3) Uscire ogni sera, con o senza amici, e girare per tutti i pub della città. Vedere i giovani vivere fa bene alla salute e allunga la vita
4) Evitare di incontrare persone con le quali avresti voluto vivere assieme per i prossimi vent’anni: farlo vorrebbe dire provare rabbia e delusione. E poi non sarebbe nemmeno un bel regalo per quelle persone. Quindi EVITARE
5) Rifiutare ogni ulteriore terapia. Che i medici imparassero con altre cavie
6) Studiare un viaggio per la Norvegia del nord e bearsi nel sole di mezzanotte
7) Sottoscrivere una nuova polizza di assicurazione per la barca
8) Guardarsi spesso allo specchio e sorridersi

L’indomani, di buon mattino, andò in azienda. Salutò il portiere che, come sempre, era intento a tentare di risolvere un solitario e salì al terzo piano, in amministrazione. Al capo del personale, attempato playboy in piena attività, disse che aveva incontrato una donna e che gli serviva urgentemente un mese di aspettativa e un mese di ferie. Quello fece un po’ di resistenza, ma alla fine cedette. “A partire da quando?”. “Da subito”. (altro…)

Sembrava – di Maria Grazia Galatà

 

@ MG Galatà

sembrava leggera

la mano schiusa

socchiudendo la porta

appena appena

isolata isolanti

e trambusti di voto

tra poco è sera

saremo lontani

manto montato

al calante di tuoni

miei e tu

che m’abbracci il

silenzio giurato

al freddo d’abito

                        dubbioso

salino silente

e quel miracolo istante

apparente aderenza

sincronica distonia

[I never gave one of my pictures]

Maria Grazia Galatà 8.2010