Giorno: 10 agosto 2010

Casta Carta Cauta Canta

Mi

rimangio la parola

che masticarla ancora

prima di risputarla

è perversa mania

che mi folgora e mi svela  Di

colpo in colpo

a glottide usurata

si profila

lo squarcio del fulmine

che dispare

impari

in pari nembi appaiati e franti  Si

dà il dettato

se pur impastato

inchiostro simpatico

che fa il verso

a la saetta inconclusa  E no

non risuona a morto

se pur allettato

dritto stinco

a svangare la bara

dai vermi brulicanti  E fila

si sfila come flutto

in miriadi di schiume

bava a bava eluse

escluse

dalla magna chora

consegnata all’ora

in cui il ridirsi ancora

è prece ignava

al non più riconoscersi  Di

scena in scena

piccolo uomo escremento

che incrementa

la saturazione della gola

Ancora una ferita

la mano nel costato s’apre

la via

al solo differirsi

in pari altri dissapaiati e anonimi  Mi

rimangio la parola

per meglio deglutirla

e custodirla

senza più sputarla

e dettarla

Nessun luogo

da tracimare

nessuna sinfonia da evacuare

solo crudità

da fibrillare

sulla graticola

ove escuoce

il senso ultimo

e mai definitivo

che soffre

il riflesso de la imago

da cui estromettere

il nome

vago

e

vacuo

Assolata – inedito – Maria Grazia Galatà

foto di Costantino Spatafora

assolata
e solamente
                             (nessuno lo sa)
veicolo turbato
turbato ed erba marcia
battuta e buttata
voci all’etere
qui e là
essere e non sono
non sono che ostaggio
urticato-orticaria
da capo a capo
forestando fogliami
rami ramati-ramarri
rimorchiando poco a poco
osceno-scemato
inoppugnabile affabulare
oh mon dieu ne va pas
                          ne va pas
solamente
detto.

                    (nessuno lo sa)

Maria Grazia Galatà 8.2010

(canone a tre guglie) – di Daìta Martinez (post di natàlia castaldi)

 

”se non ci fosse questa venatura non mi troverei, se non ci fosse…”

(nc)

indagarla è come configgere il difetto dentro il goccio filato sul calice di te asciutto.

ciclico sul cristallo bussa

– a sud del primo seno –

la gnomica algebra d’infinita retta.

canto del ritratto più basso sospeso il passo sulla foglia d’ulivo s’appresta all’ascolto indolente frammento

all’angolo, mondato.

eri come me.

eri con me.

primitivo e risorto sul nostro grano dipinto.

questo (canone a tre guglie) rivolta stesura d’aurora e ombra trapassa l’anfratto di piume speziate.

imbandita è la chirurgica damiera.

lo scacco è prossimo e si nasconde il matto tra le trame del giorno perduto mentre avanza con metodo sulla

espressa macchia dormiente dentro la balaustra della mia mente smarrita.

dietro ogni specchio c’è una tonalità – non precisa – oscillante e ogni rimando cela il dialogo alto sulla guglia

– la terza

consapevole del suo slancio, cruento.

guglia

– la seconda

è materia, isolata.

scardinata sbarra compressa e l’aria è naufraga spira di fumo.

c’è un io.

c’è un tu sulla corsia gremita d’incenso a mezzabocca. volubili le lineette imbarazzano sintomo sul guanciale di ghiaia. al borgo il canapè è fermo sulla tasca del corriere di latta con i jeans conciati sul (canone a tre guglie) così  – istrionico – il piede infioretta il dorso della dama alla torre votata, riversa memoria.

nasso è lontana da bere. non si scompone il fiato e il delirio riconquista il bucolico primato d’operatorio agire – bluette – ai piedi dell’anatomico lacero. dentro la ferita di casa l’immagine sfuma il contorno lessato sulla macchina a gas. fuori tegame assolto spasmo d’argilla, ideata movenza. consapevole regista del violato metraggio, intimo rivolo al ginocchio imputato – una notte – sulla proda sfiorata dell’occhiello esaltato.

una ipotesi integrale è la quinta infilzata sul collant a righe di salsedine odoroso.

così consulta il breviario la superficie di gomma

– precotta

– distratta

smorzata l’immagine al vento sovviene condottiero sul cristallo, ancora

– a sud del primo seno –

e non mi muovo.

e tu

– fantasma –

ricalchi sulla sponda il merovingio castello predato.

paladini gli sguardi guadano specchiera come alice.

come il cappello sulla sfinge ri-creata alla sera dopo il nostro calumet.

ricordi?

era di fiori d’arancio e albicocca sapiente l’affissa distrazione alla parete.

ricordo?

l’intonazione è di vetro.

non ingombro sibilo d’osanna e il candelabro sul costato incendia il cardine lunato sull’uscio maturo.

la fuga è precisa dopo il confine di cotone  ed ebbro si riconsegna l’ascolto a quell’anno offerto sul

frontespizio d’avola

– nero

– ombrato

ombelico tuo divino.

scende il gioco sulla damiera di ghiaccio e il poncho svicola copioso sul fard.

sono attimi predati al viaggio degli stili. sono attimi d’assenza smaltati. attimi che configgono fluente eco

non udito da smodato torpore riflesso sul camma di alice.

confidavo sorgere – io – treccia sulla torre.

al girovita d’inchiostro, annodata.

confidavo e spegnevo ciocco di titolo spoglio al modello sublimato.

nel seme del tuo gustare lento rinvieni il (canone a tre guglie) nello specchio rivale.

il presagio denuda la scena al sorgere del sole a pochi spicchi dalla striscia di lingua assoldata sulla fronte.

asserito il volume sul tinello confonde e supplica sotto lenzuolo l’abbraccio subìto dell’angelo vicino.

spettinata appaio sulla soglia

– sospesa

sul nome non piantato alle tue spalle.

ma forse era ieri il sogno interrotto sul davanzale fiorito.

forse!

le pareti rivolgono il presente ai tulipani scalfiti sul vertice d’orione pressato – una volta – nel duello di alice.

e il riporto mi inganna quando ago non libra il recondito affanno sulla maglia sfibrata  sommersa – poi –

sull’aorta di un adespoto poeta di oz.

l’intorno è sottratto incavo del tuo gesto e riparo cerco dall’ombra che mi diede vita sulla guglia.

– la prima

del nostro inverso canone.

complica – luce – la misura del fiatare quando gola rimanda siero detergente ferita. lo sguardo riordina il

verso impagliato nell’estremo recesso del toccarsi piano le morbide dita lasciate all’ombra della gerla

perlata. il carillon recide il felpato passo e il brano rastrella lo specchio piombato. nel cheto andare

rumoreggia il tacco sull’adunco tuo profilo e le ali si perdono sotto cateratta d’empireo.

nella porta che indugia guardo il senso del vestire – opaco – mentre alice gitana si rende nel frammento

della danza. è solo ritornello quella briciola eccedente ombra  a ritroso sul naviglio di cemento. è solo

visuale di carta il tuo apostrofo mancato.

elettrico l’inchiostro disloca damiera e la macchia è di caffè ora che dubbio presenzia alla mossa del

cavallo.  non è richiamo il nitrito e sposto il piede orizzontale nel mosto. l’incertezza del vero effonde

l’aroma del vino sulla crespa del (canone a tre guglie). il cantico di alice arcua falda e rintocco giunge

al galoppo del gabbiano ferrato.

scenica la corsa di fondo fino a quando permane deserta la memoria del camino.

altrove si spoglia d’acanto la foglia sommersa

– a sud del primo seno –

e piove inganno sul bardato souvenir, nell’ora della liturgia promessa.

l’armacollo completa la distesa crociata e il rimando è conciso alone sulla siepe.

non saremo e siamo quel verbo che rogo dispone sulla riga degli amanti sottratti all’errore del miraggio.

non saremo e siamo quello specchio abdicato sul dorso del canale – puntuale – al richiamo dell’ingiuriosa

risacca.

non sente, alice.

non cammino, io.

l’ombra sfogliata insinua il paesaggio e si compie damiera sull’azzardo del viso appoggiato al tuo angolo

– refuso

– pressato

– inchiodato

al nudo fianco del poliedrico soggiorno fuori oz, dentro mucosa plissettata nel buio della fronte riflessa sulla

banchina,  al di là del subisso.

di cristallo bisturi opera il segno assolto da una lacrima filtrata sul ritorno.

sorgeremo nel rilancio dalla torre?

l’ombra è arpione che memoria trapassa nell’orpello bandito, mio signore?

–          di l’una presunta vestale.

…“se non ci fosse questa venatura non mi troverei, se non ci fosse”

Daìta Martinez

Altre due poesie di S. Dobyns

Ripropongo anche qui altri due testi di Stephen Dobyns, stavolta tradotti da Francesco Randazzo (su Mirkal qui e qui), che ringrazio.

Tomatoes

A woman travels to Brazil for plastic
surgery and a face-lift. She is sixty
and has the usual desire to stay pretty.
Once she is healed she takes her new face
out on the streets of Rio. A young man
with a gun wants her money. Bang, she’s dead.
The body is shipped back to New York,
but in the morgue there is a mix-up. The son
is sent for. He is told that his mother
is one of these ten different women.
Each has been shot. Such is modern life.
He studies them all but can’t find her.
With her new face, she has become a stranger.
Maybe it’s this one, maybe it’s that one.
He looks at their breasts. Which ones nursed him?
He presses their hands to his cheek.
Which ones consoled him? He even tries
climbing into their laps to see which
feels more familiar but the coroner stops him.
Well, says the coroner, which is your mother?
They all are, says the young man, let me
take them as a package. The coroner hesitates,
then agrees. Actually it solves a lot of problems.
The young man has the ten women shipped home,
then cremates them all together. You’ve seen
how some people have a little urn on the mantle?
This man has a huge silver garbage can.
In the spring, he drags the garbage can
out to the garden and begins working the teeth,
the ash, the bits of bone into the soil.
Then he plants tomatoes. His mother loved tomatoes.
They grow straight from seed, so fast and big
that the young man is amazed. He takes the first
ten into the kitchen. In their roundness,
he sees his mother’s breasts. In their smoothness,
he finds the consoling touch of her hands.
Mother, mother, he cries, and flings himself
on the tomatoes. Forget about the knife, the fork,
the pinch of salt. Try to imagine the filial
starvation, think of his ravenous kisses.

 

Pomodori

Una donna fa un viaggio in Brasile
per un intervento di plastica e un lifting.
Ha sessant’ anni ed ha il solito desiderio
d’ essere carina.
Una volta aggiustata, porta la sua nuova faccia
fuori, per le strade di Rio. Un giovane
con una pistola vuole i suoi soldi. Bang, lei muore.
Il corpo viene imbarcato per tornare a New York,
ma all’ obitorio fanno confusione. Il figlio
viene chiamato. Gli viene detto che sua madre
è una di quelle dieci differenti donne.
Ognuna è stata uccisa con un colpo di pistola.
Così è la vita moderna.
Lui le studia tutte, ma non riesce a trovarla.
Con la sua nuova faccia è diventata un’estranea.
Potrebbe essere questa o forse quest’altra.
Guarda i loro seni. Quali sono quelli che lo allattarono?
Preme le loro dita sulla sua guancia.
Quali sono quelle che lo consolarono? Prova anche
ad arrampicarsi nel loro grembo per vedere
quale sente più familiare ma
il coroner lo ferma.
Bene, dice il coroner, qual è sua madre?
Tutte lo sono, risponde il giovane, lasciatemi
prenderle tutte in blocco. Il coroner esita
poi accetta. In realtà ciò risolve un mucchio di problemi.
Il giovane riceve a casa le dieci donne,
dopo che sono state cremate tutte insieme.
Avete visto come certa gente ha una piccola urna sopra il camino?
Quest’ uomo ha un’ enorme scatola di latta argentata.
A primavera porta la scatola di latta
fuori in giardino e comincia a mescolare i denti,
la cenere, i pezzettini d’ ossa nel terreno.
Poi ci pianta pomodori. Sua madre amava i pomodori.
Crescono dritti dai semi, così veloci e grossi
che il giovane ne è stupito. Prende i primi
dieci e li porta in cucina. Nella loro rotondità
egli vede i seni di sua madre. Nella loro levigatezza
trova il tocco consolante delle sue dita.
Madre, madre, egli grida, e si avventa
sui pomodori. Dimenticandosi il coltello, la forchetta,
il pizzico di sale. Provate a immaginarvi la filiale
famelicità, pensate ai suoi voraci baci.

 

 

Confession

The Nazi within me thinks it’s time to take charge.
The world’s a mess; people are crazy.
The Nazi within me wants windows shut tight,
new locks put on the doors. There’s too much
fresh air, too much coming and going.
The Nazi within me wants more respect. He wants
the only TV camera, the only bank account,
the only really pretty girl. The Nazi within me
wants to be boss of traffic and traffic lights.
People drive too fast; they take up too much space.
The Nazi within me thinks people are getting away
with murder. He wants to be the boss of murder.
He wants to be the boss of bananas, boss of white bread.
The Nazi within me wants uniforms for everyone.
He wants them to wash their hands, sit up straight,
pay strict attention. He wants to make certain
they say yes when he says yes, no when he says no.
He imagines everybody sitting in straight chairs,
people all over the world sitting in straight chairs.
Are you ready? he asks them. They say they are ready.
Are you ready to be happy? he asks them. They say
they are ready to be happy. The Nazi within me wants
everyone to be happy but not too happy and definitely
not noisy. No singing, no dancing, no carrying on.

 

Confessione

Il Nazista dentro di me pensa sia il momento di farsi carico.
Di tutto il disastro del mondo; la gente è pazza.
Il Nazista dentro di me vuole sbarrare le finestre,
mettere nuove serrature alle porte. C’è troppa
aria fresca, troppo andare e venire.
Il Nazista dentro di me vuole più rispetto. Vuole
un’unica telecamera, un unico conto bancario,
l’unica ragazza veramente bella. Il Nazista dentro di me
vuole essere padrone del traffico e dei semafori.
La gente guida troppo veloce; prendono troppo spazio.
Il Nazista dentro di me pensa che la gente stia diventando
impunita. Vuole essere il boss degli impuniti.
Vuole essere il boss delle banane, il boss del pane bianco.
Il Nazista dentro di me vuole uniformi per tutti.
Vuole dir loro di lavarsi le mani, sedersi dritti,
esige una rigorosa attenzione. Vuole essere certo
che dicano di sì quando dice sì, non quando dice no.
Immagina tutti dritti su sedie dritte,
la gente di tutto il mondo seduta su sedie dritte.
Siete pronti? chiede loro. Dicono di essere pronti.
Sei pronto per essere felice? chiede loro. Dicono
che sono pronti per essere felici. Il Nazista dentro di me vuole
che tutti siano felici ma non troppo felici e decisamente
non rumorosi. Non cantare, non ballare, niente indecenze.

(Traduzioni di Francesco Randazzo).