Mese: agosto 2010

Antonio Moresco – Pensieri a capo scoperchiato – da “il primo amore”

Leggo il punto di vista di Antonio Moresco sullo stato attuale dell’editoria italiana, in particolare, sulla situazione Mondadori e polemiche di questi giorni. Sono d’accordo con Moresco su molti punti, soprattutto sulla complessità della questione e di come questa  non possa essere risolta o spiegata con degli slogan. Pubblico qui l’articolo raccogliendo l’invito di Moresco a diffonderlo.

Pensieri a cranio scoperchiato
Antonio Moresco

 

   In questi giorni di fine agosto i giornali stanno parlando molto dell’ennesima legge “ad personam” (in questo caso “ad aziendam”) che consente alla Mondadori di non pagare al fisco una cifra enorme. Dopo la presa di posizione pubblica di Vito Mancuso, che ha espresso i suoi dubbi se continuare a pubblicare con questo editore e che ha chiamato, nome per nome, alcune persone che pubblicano presso lo stesso a pronunciarsi, si è dato fuoco alle polveri. Opinionisti, giornalisti e politici abituati a capitalizzare fulmineamente ogni cosa si sono gettati sulla vicenda con continue richieste di abiura editoriale rivolte a scrittori e saggisti (i poeti -chissà perché- non vengono presi in considerazione) che pubblicano con questo editore e con questo gruppo. Argomenti moralmente e politicamente ricattatori, ironie e sfottimenti in caso di risposte non gradite o evasive, esibizione di superiorità civile e morale, soprattutto da parte di giornali di gruppi editoriali concorrenti e di persone bene acquartierate in essi. Perché in Italia le cose funzionano così.
   Si invitano gli scrittori a schierarsi su questa “crisi di coscienza” trasformata in una macchina da guerra contro un’altra macchina da guerra, ad abbandonare questo editore per altri più virtuosi, ciascuno vantando le proprie benemerenze e la propria superiorità etica, in una battaglia che viene da lontano e che nasconde anche altri fini, sperando tra l’altro di scrollare l’albero e di accaparrarsi qualche frutto caduto, soprattutto se questo ha una buona quotazione di mercato e porta quattrini. Perché in Italia le cose funzionano così, tanto più in questi anni difficili, torbidi, in questo clima intossicato da una situazione politica, sociale e civile sempre più difficile da sopportare.
   Così può succedere che persino gli scrittori -che in Italia non sono tenuti in gran conto, a meno che non rimpinguino i fatturati- vengano utili all’interno di questi movimenti militari e di queste campagne. Lavagnette e specchietti con tanto di elenchi e faccine dei buoni, dei meno buoni e dei cattivi, di quelli più virtuosi e di quelli meno virtuosi. Pareri usa-e-getta da inserire in questo mosaico, esibizione di muscoli, esercitazioni, parate. Perché in Italia le cose funzionano così.
   Non metto in questo elenco gli scrittori cui, per ragioni di censura o di opportunità politica, sono stati rifiutati i libri da case editrici del gruppo Mondadori e che, giustamente, se ne sono andati.
   Siccome anch’io ho le mie convinzioni e le mie passioni ma non sono un soldatino, siccome non ci sto a farmi appiattire su quest’unica dimensione e a farmi schiacciare su queste semplificazioni strumentali e parziali, ma siccome non mi è neppure congeniale starmene zitto e coperto, in attesa che la polvere torni a posarsi e che la bolla si sgonfi, provo a esprimere qui, per iscritto, i pensieri, tutti i pensieri che mi sono passati per la testa in questi giorni, compresi quelli scomodi, non eleganti, quelli che in genere si preferisce lasciare nell’ombra, senza autocensurarmi né autolobotomizzarmi.

   La Mondadori oggi

   E’ la più grande casa editrice e il più grande gruppo editoriale italiano, ma il suo assetto proprietario consegna anch’essa -come molte altre cose palesi e occulte nell’Italia di oggi- a un gigantesco conflitto di interessi. La sua acquisizione da parte di Berlusconi a spese di De Benedetti e i modi con cui questa è avvenuta sono noti e sono stati anche materia di un clamoroso processo.

   La Mondadori ieri

   Ma neppure in passato, ai tempi del mitico fondatore Arnoldo, il percorso di questa casa editrice è stato ineccepibile e lineare. Perché evidentemente, per diventare il più grande gruppo editoriale italiano bisogna anche avere delle grandi maniglie. Perché in Italia le cose funzionano evidentemente così.
   Ma vediamo un po’ com’era la vecchia, mitica Mondadori:
   Nata dall’intelligenza e dall’intraprendenza di un giovane di un paese del mantovano (un altro che, come suol dirsi -e ammesso e non concesso che le cose stiano esclusivamente così- si era “fatto da sé”), da piccola bottega diventa via via la più grande casa editrice italiana, anche attraverso rapporti privilegiati con i potenti di turno, opportunismi, trasformismi.
   Ma è giusto ridurre tutto e solo a questo? All’interno di questa casa editrice hanno lavorato e si sono fatti le ossa uomini che poi sono diventati importanti editori, come Valentino Bompiani e Angelo Rizzoli, e soprattutto questa casa editrice non ha pubblicato solo il Vate o il fascistissimo Guido Da Verona, oppure un libro intitolato “Dux”, ma ha pubblicato anche e fatto conoscere in Italia scrittori come Kafka, Joyce, Gide, Alain-Fournier, Faulkner, Fitzgerald, Dos Passos, De Roberto, Pascoli, Verga, Pirandello, Thomas Mann, Lawrence, Vittorini, Malaparte, Brancati, Henry Miller, Sartre, Eliot, Ungaretti, Montale, Erich Maria Remarque, Hemingway, Bernanos, Döblin, London, Fante, Virginia Woolf, Saint-Exupéry e molti altri. Senza dimenticare tanti formidabili autori di “libri gialli” e di fantascienza, che ho letto con entusiasmo durante la mia adolescenza e che leggo ancora.
   Hanno fatto un’azione eticamente riprovevole, si sono disonorati tutti questi scrittori e questi poeti (parlo naturalmente di quelli in vita al momento della firma dei contratti) a pubblicare con questo editore?
   Per non parlare della casa editrice Einaudi, ora acquisita dal gruppo Mondadori, e degli autori che si trovano nel suo straordinario catalogo, i cui libri (quindi anche “Se questo è un uomo” e le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”) a detta di alcuni non sarebbe più eticamente e politicamente corretto comperare.
   Una casa editrice è abitata da persone vive e che, in qualche caso, possono anche fare la differenza. Non si può ridurre tutto ai comportamenti dell’editore, al suo assetto proprietario e ai suoi consigli di amministrazione, che magari sono più che altro interessati a leggere i bilanci di fine anno e ad assicurarsi che siano in attivo. E che magari possono anche cambiare. Cinquant’anni fa la Mondadori era di Arnoldo, adesso della famiglia Berlusconi. Di chi sarà -se ancora ci sarà- fra altri cinquant’anni?

   (altro…)

ETEREA (un braccio a te, una gamba per il re) – Stefania Crozzoletti

Al circo arrivo con gli stivali magici
dal cilindro estraggo stupefacente materia:
fiori di plastica, distrazioni del corpo,
un seno o due, l’arrosto ben cotto

braccia e gambe in buone condizioni
poi la testa nel tripudio generale

Eppure a te, universo indifferente
seduto in terza fila, non avrei voluto dare
le mie ossa da sgranocchiare
ma un soffio di vita appena accennato
parole da tenere un poco nella bocca
il transito leggero delle fate nel bosco.

A te non sono riuscita a chiedere
nemmeno un sottile filo di pensiero
minuti sospesi, secondi dedicati.

D’altra parte l’etereo mal si concilia
con i miei occhi scuri, l’andatura stanca
la pesantezza del giorno
il viaggio senza sogni a capofitto nella notte.

Stefania Crozzoletti, inedito, 2010

Giovanni Catalano – La nave di Teseo

Non uscirai dalla mia vita.

Deve essere una mania
come i trenini elettrici
e i pesci tropicali
se per finire questo libro
non avrò bisogno di te.

Lo sai, il più delle volte
scrivevo la sera
ed era come versare la birra
nei bicchieri
inclinati, senza schiuma.
Non è la stessa cosa.

Se non altro, adesso,
con la stessa pazienza
di chi colloca i pezzi
sulla scacchiera
rimetto a posto i piatti.
E penso al lavoro
che abbiamo scelto.
Penso a domani.

Chi lavora
deve sempre sperare
che ci sia un giorno di ferie
per finire un libro
perché non può finire così
in pausa pranzo
o la notte

quando ti rimetti a letto
o ti alzi.

E un nuovo nodo
sembra un discorso da calzolai,
di stringhe, di mani sporche
di colla e piccoli chiodi
sotto le suole.

Deve essere un disordine,
una compulsione,
come oscillare nervosamente
un piede, tamburellare
con la punta delle dita.

Un’ossessione
questa di scendere e salire,
controllare di continuo
d’aver chiuso a chiave,
la certezza di aprire e chiudere
di nuovo.

O lavarsi sempre le mani,
conservare tutto e di tutto
fare sempre una copia:
delle lettere mai spedite,
dei certificati, i fax di inizio
malattia, le ricevute del taxi.

E a maggior ragione
se ognuno di noi è un voto,
una causa, un giuramento.

Ci sono scrittori
che per tutta la vita
hanno scritto un solo libro
sugli storioni del Po
o del fiume Oreto.

Credevano
in ciò che scrivono e questo
li rende meno pericolosi.
Io personalmente preferisco
stare con un piede dentro
e uno fuori.

Leggere a mente.

Non c’entra la voce,
potrei leggere anche solo
con le dita
se i nomi avessero
un rilievo come sulle cassette
postali o sulle targhe
automobilistiche.

Perchè vai ai reading, allora?
Uno scrittore non dovrebbe
interpretare, è il regista
non l’attore.

Ma a forza di guardare
ognuno vede nelle nuvole
ciò che vorrebbe vedere,
sente ciò che vuole
sentirsi dire.

Anche se il segno
che lasciamo è arbitrario
il n’y a pas de hors-texte
mi dici – non c’è lettura
che non produca scrittura e viceversa
io lo dico a te
come se fosse la prima volta
che leggi i Lunch Poems
di Frank O’Hara.

Io leggo perché scrivo
ma tu? What are you reading
for?
Deve essere un’ossessione
com’era per i collezionisti
di francobolli
ma ha anche a che fare
con il futuro, con la capacità
di ascoltare.

Come nella danza moderna
l’importante è andare a tempo.
Come nel nuoto
sincronizziamo respiro e bracciata,
fino ad entrare in risonanza.
C’è un momento in cui
i guadagni compensano le perdite.

Ma è solo un modo
per nascondersi.

Lo sai, si dà a certa poesia
un peso e uno spessore
che altrimenti non avrebbe
e in questo c’è
deve esserci – credo
una contraddizione
continua.

Non è poesia contemporanea,
né può essere attuale
al massimo precede la realtà,
la rende impraticabile.

Prima si immagina
una ragazza
e poi si incontra
sul serio
con quel taglio,
al mare in quel giorno
di luglio, lo stesso
nome che le avevamo dato
anni prima di conoscerla,
di nascosto.

O ti dimentichi di qualcuno
come nelle lettere dei suicidi,
dimentichi qualcosa e tutto cambia.
Come quando gli eserciti
rompono il passo
quando attraversano i ponti
o i pellegrini
in cima alla scalinata
smettono all’improvviso di pregare.
Cosa chiedevano, cosa hanno
ottenuto?

Non c’è vento.

Gli amici chiamano
per dirti che stasera non escono.

Non esce nessuno.

Inedito, da “L’amico di Wigner”.

La forza o la debolezza della memoria

Questo brano è uno stralcio della conclusione del romanzo La soppressione benevola, uscito in edizione elettronica per LeggereLeggere di Milano (http://www.leggereleggere.it/indice_ebook/narrativa%20contemporanea/Giuseppe_Barreca.html). Il protagonista riflette, a posteriori, sull’epoca da lui vissuta vent’anni prima, quando una legge aveva decretato la morte obbligatoria per gli anziani. Anche suo padre era stato colpito dagli effetti della legge. Questa conclusione dà l’occasione al narratore della storia di elaborare alcune riflessioni sul senso del ricordare e sulla necessità, talvolta, di dimenticare.

La legge è stata abolita diciotto fa, solo poco dopo la morte di mio papà. Mio padre aveva avuto la sfortuna di essere tra i “sopprimendi” nel momento iniziale, quando la fobia anti-anziani era al suo climax. Per non perdere la mia testa e la mia vita, ho deciso di non pormi più domande troppo profonde su quel che è accaduto in quegli anni. Molti di quelli che, come me, hanno vissuto quegli anni tragici, da decenni non si fanno più domande: è un meccanismo di difesa. Eppure il male assoluto non si dimentica mai e resta impresso sulla pelle, avvinghiato ai filamenti nervosi del cervello, incastrato tra lingua e gola. È come un pezzo di pietra che non scende e non sale. Niente lo cancella. Ma ci si deve pur difendere da lui. Per questo, per quanto è possibile, si convive con il male assoluto: lo si tratta come un mobile brutto, che però non si ha il coraggio di buttare via perché è ingombrante e non passerebbe mai attraverso la porta di casa nostra, se non a prezzo di immani sforzi. E noi siamo vecchi: non abbiamo più la forza, né la voglia per compiere certi sforzi.

Non tutti ci riescono però. Qualcuno non è capace di convivere con quel rimorso che diventa un senso di colpa assiduo, e ne muore. Sì, è successo. Avevo un amico che negli anni ha vissuto sentendosi in colpa per la morte di suo padre. Naturalmente, sapeva che non avevano alcuna colpa reale; ma questo lo diceva la ragione, mentre il suo animo gli suggeriva un’altra cosa. Per decenni il mio amico ha resistito. Poi, un anno fa, diciannove anni dopo la soppressione di suo padre, si è ucciso. Si è lanciato dal balcone del terzo piano. Non è stato il solo. Altri, consumati dai rimorsi, si sono uccisi molti anni dopo la soppressione benevola dei loro congiunti anziani. Non è strano che si siano suicidati dieci o vent’anni dopo che il loro caro è stato soppresso. Il tempo non lenisce nulla e la sofferenza assoluta non è come il colore di una parete che sbiadisce con il trascorrere degli anni. Questa sofferenza, l’ho detto, diventa parte di noi e non tutti la sopportano allo stesso modo. Io e altri abbiamo deciso di convivere con lei: senza ignorarla, siamo riusciti a metterla in un cantuccio, in modo che non si facesse vedere né sentire eccessivamente. Perché non potevamo dimenticarla. Altri invece, forse più coraggiosi e onesti, non l’hanno messa in nessun cantuccio, ma hanno lottato ogni giorno contro di lei, finché, come il mio amico, hanno capito che non ce la facevano. E hanno trovato l’unico modo, per chiudere i conti a viso aperto con questa sofferenza: uccidersi. Loro, sì, si sono comportati da uomini, io invece… Credo di no.

Forse alcune volte la capacità di mettere da parte i ricordi tragici è una qualità, se non nobile, quantomeno utile. La memoria si conserva solo se riesce a ripulirsi con frequenza, a resettarsi. Quando vado nelle scuole a fare delle conferenze per rievocare il periodo della soppressione benevola, e dico che la memoria va ripulita, sento chiedermi dai giovani: se dimentichiamo quell’orrore, come faremo a evitare che torni? Chi ci racconterà di lui quando voi testimoni sarete morti? I libri?

Io rispondo sempre che il problema non è non dimenticare la barbarie rappresentata da quella legge, ma è come ricordarla. Il ricordo che funzione possiede? Perché non possiamo rinunciarvi? Io credo che i ricordi siano paragonabili a delle piccole ancore che ci tengono attaccati a un’asticella. Noi siamo uomini, dunque esseri fragili, e penzoliamo da queste asticelle. Alcune di esse sono robuste, altre meno, ma è più importante che robusti siano i ricordi, ossia le ancore, perché sono loro che ci tengono legati alle asticelle e che ci fanno sopravvivere. Per questo io penso che un uomo senza ricordi non sia più un uomo: l’asticella non lo può sorreggere più e lui cade nel vuoto. Credo che la nostra società soffra oggi di una malattia pericolosa, legata all’eccessiva quantità di ricordi accumulati. Quando dico queste cose, i giovani spesso strabuzzano gli occhi. Forse pensano che la mia sia una boutade; e invece non lo è. Io sostengo che dovremmo salvaguardarci sia dalla perdita dei ricordi, sia da un loro accatastarsi alla rinfusa. È una questione di ordine. Del periodo della soppressione benevola abbiamo parecchie testimonianze: filmati, libri, quotidiani, pagine web. Non manca nulla. E ogni mezzo di comunicazione illumina una prospettiva particolare sull’evento: ma io a volte mi perdo. Possediamo troppi ricordi, troppe immagini e rischiamo di non capire più qual è l’argomento in discussione e qual è l’uso corretto che di queste testimonianze dobbiamo fare.

Ci vorrebbe un po’ di igiene mentale. Nel senso buono del termine. Dovremmo diventare più rigorosi, affinare la capacità di selezionare i ricordi, le fonti, ossia la capacità di buttare via i ricordi superflui. Per questo io credo che una memoria troppo ricolma non serva a nulla. È come se le ancore di cui parlavo nella metafora diventassero, sovraccaricate di ricordi, troppo pesanti per le asticelle e le spezzassero. L’uomo scompare se è schiacciato da ricordi che non sa gestire. Un po’ di pulizia è necessaria. Perciò di quel che è accaduto non dobbiamo conservare tutto, perché non avremo poi nulla in mano che potesse darci la consapevolezza dell’orrore patito. Non sapremo che farcene di mille testimonianze. Quel che accaduto deve diventare memoria collettiva in modo sobrio, misurato, corretto. Parlando di me, io posso affermare che combatto ancora la mia battaglia quotidiana con i fantasmi di un passato atroce. La forza mi manca sempre più spesso, ma conservo ancora la lucidità per distinguere la mia vicenda personale da quella collettiva. E per parlarne. Spero che qualcuno, soprattutto tra i giovani, mi voglia ascoltare. E non sia semplicemente stupito, né solo inorridito, nell’apprendere cosa è successo. Domandarsi: “Come è stato possibile?”, è sbagliato, perché è un modo per assolversi a prescindere, pensando che quell’abominio di legge appartiene al passato, a una fase barbara della nostra società, e sia stata solo un’interruzione, dolorosa, del suo felice percorso storico. Ma non è così…

Toni Caredda – poesie

Oggi vi propongo in lettura alcune poesie di Toni Caredda. Le sue poesie mi piacciono particolarmente per l’originalità, l’ironia, per lo sguardo attento e profondo. Eccole

***

urbi et orbi

“noi siamo i salvatori”
è scritto sulla fronte dei due sposi,
novelli papà e mamma
“del mondo e forse… dell’universo”
complimenti, sarà stata
un’impresa titanica.

il pupo non sa nulla dei terrestri,
nel passeggino
si gode il suo ciucciotto.
fino al nuovo comando.

l’amore all’arma bianca muove sempre
un brivido soriano, dalle strade
la città lo capisce e si trasforma
nel posto giusto, il senso e l’occasione
aleggiano nell’aria.

e lì ti rendi conto
che dietro le finestre esiste gente
capace addirittura di provare
sentimenti. capisci
che forse c’è qualcuno ad aspettare
con un sorriso adatto alla tua pelle.
cominci a diventare quasi umano,
riproposto alla mensa dei viventi
per volontà divina.
magari un giorno
potrai urlare alle genti
“guardate, ho fatto una cazzo di scopata!”
(standing ovation)
e loro adoreranno il tuo frutto
per almeno sei mesi.

poi ci sarà il ritorno al calcio in culo,
il cartellino, i suoceri, le cene
e tutte queste cose che ti fanno

uomo.

tutto questo in ventuno secondi.
svoltato l’angolo c’è un’altra missione:
parcheggiare
i miei buoni propositi
nel centro più lontano dalle rotte
commerciali, nel mondo messo lì
a casaccio, l’universo
dove l’ho scampata bella.

***

Alberi e gin Tonic

Il mio innesto è il limone con l’arancia.
Tutt’altra specie il tuo.
Siamo stati gli eroi dei nostri tempi
– Abbaye de Bonne Esperance –
Poi, ognuno a modo suo, lungo le stelle
di notti parallele.
Mi dici fortunato(e mi fai ridere).
Guardali, per te quattro sorrisi,
fra le braccia puoi stringere
tutti i sogni più belli che hai vestito,
per me soltanto quelli che ho pisciato
sui muri più corrosi della strada,
i conti, lo sai, tornano sempre:

in primavera, Forse
siamo stati la stessa pianta,
ma l’albero giusto è quello
che ha radici. Il restante
è legna che non sa
bruciare.

Nemmeno per l’inverno.

***

Terra!

Fertile e donna
la mia terra sommersa,
l’attacco e la difesa, il mio rifugio
da obbedire, combattere. L’aratro.
Esilio, ti chiedo
sopra quel luogo, punto che ci offende
in comune, libertà
di perdere e fuggire come l’uomo
che non sa più arrestare la discesa.
Verso il tuo sguardo lungo
cerco il mio naufragio,
sopra questa roccia che non tocca
nemmeno le nuvole più basse,
mi consegno al vento
che mi porti sognato in qualche nido
di lavanda, lenzuola ad asciugare,
un letto grande, un tavolo, il tuo pane,
baciare la tua pelle e coltivare
l’oasi
che mi tieni in grembo.

***

Terrigno

L’Alma latina incendia le sue mute,
le contrazioni e le doglie, la pangea
che avevi offerto, intera da isolare,
si è sommersa sotto una landa nordica.
L’argilla che mi hai dato è creta, un cotto
che si spacca l’ocarina.
Eppure non è suono sepolto.
Mi basta un breve fiato, il tuo traverso,
– da sempre un capogiro sulle punte –
la scaletta di pietra che va al mare
di Torre delle Stelle,
e tutte le maree si fanno terme.
Quali mani quest’ora mi hanno reso,
non lo dico, ne mangio il cibo
e non ignoro la gelosia del vento,
il cozzare del ferro sulla porta.
Le nostre spiagge sono sempre nuove,
i nostri limiti invalicabili
sono le servitù che ci dobbiamo
per aderire meglio a questa terra,
dove leghiamo i piedi al mutuo dissapore.
La libertà che stringe e ci abbandona
è una cavalla bianca da domare,
e se ci riusciremo, tutto di te
diventerà un recinto, tutto su me
quel baio brado che cadde, e fu abbattuto.

***

Sparedda & Alegusta

A Efisio

Fertile dicevi
troveremo Dio sul nostro pozzo,
basta una lenza, il molo
e qualche scampolo di cielo da guardare,
un po’ banale
come quella magia che ti prendeva
il viso, al miracolo del pane
diviso, applausi
senza cercare il picco nelle cose
l’emorragia di un sogno, la sua voce
sul palpito impreciso di ogni dove
e le sue mani sul tuo cuore, come
la fantasia di vivere davvero
per qualcosa
il tuo sorriso acceso fra le rose
come se niente fosse, adesso piove
sul mare, sopra tutto ciò che muove
i nostri passi, al molo
hanno levato l’acqua.
Non vado più a pescare. Adiosu.

@ poesie di Toni Caredda

CRONACHETTA DI UN SUICIDIO – ovvero “Sull’utilità della mancanza di una coscienza di classe”

Sono passati circa sei mesi dal mio riuscito suicidio, adesso riesco a parlarne. Fu un’esperienza orrenda, di quelle che ti segnano per tutta la vita, cioè per tutti quei secondi in cui ti rendi conto che stai per morire. Ma non è il caso di divagare proprio adesso, procediamo con ordine.
La morte della mia bisnonna per overdose fu un duro colpo, caddi in un viscoso stato di prostrazione che per alcune settimane ridusse il mio interesse per la vita alla pura sopravvivenza biologica. Mi sentivo smembrato, lacerato dentro. Tentai di uscirne facendo leva sulla consistenza del mio carattere da guerriero in incognito, così presi in prestito alcune sostanze liofilizzate con cui la povera bisnonna esercitava le sue narici, tirandomi su il morale. L’affetto del mio barboncino nero, Louisarmstrong, che due volte al giorno mi pisciava sui piedi col guinzaglio in bocca per catturare la mia attenzione, fece il resto.
Ero quasi guarito da quel profondo stato depressivo quando, una mattina di Aprile simile ad altre mattine di Aprile, lessi sul giornale che la cantante Isa Banicchi si sarebbe candidata alle elezioni. A quella sciagura nemmeno il combattente sotto mentite spoglie che ero seppe opporre resistenza, e mi arresi: la faccio finita!
Il problema vero sorse in seguito, allorquando mi accinsi a progettare le modalità della mia morte volontaria: mi resi conto per la prima volta che il soldato che mi batteva in petto era un disertore vigliacco, e di fare il volontario proprio non ne voleva sapere.
Ci pensai su un paio di giorni, poi ebbi l’illuminazione: bisognava trovare qualcuno che avrebbe fatto il lavoro per me, ma chi?
Una sera, durante una delle pisciatine casalinghe di Louisarmstrong, dopo essermi rosicchiato tutte le unghie e spolpato le falangi, trovai la risposta. Cullai quell’idea tutta la notte, considerando anche lo spreco che avrebbe comportato la morte prematura di un genio come me. Ma il pensiero della possibile elezione di Isa Banicchi sostenne e condusse la mia determinazione fino al compimento del giorno dopo, quando, terminato il periodo di ferie per malattia che mi ero preso, sarei tornato al lavoro.
Arrivai in cantiere di buon mattino, alle sette e trenta circa. Lavoravo per un’azienda che si occupava di edilizia residenziale: realizzavamo edifici inguardabili che avrebbero deturpato luoghi già offesi dall’uomo. Radunai tutti gli operai, che accorsero mostrando la sollecitudine che avrebbero immancabilmente smarrito nel corso della giornata. Quando fui sicuro di avere la loro attenzione,  con la voce ferma di uno che non torna più indietro, dissi loro: “ Sono comunista”.
Erano in dieci, e trasalirono simultaneamente. Riavutisi dalla sorpresa cominciarono a scambiarsi oblique occhiate d’intesa, mentre pian pianino riducevano la distanza che mi separava da loro, che li separava da me. Dietro la mia impassibilità quasi me la ridevo per la facilità con cui stavo manipolando quei lavoratori, costringendoli a fare il mio lavoro sporco. Mi circondarono, i primi ad afferrarmi per le braccia furono i due manovali, dei qualunquisti convertiti al satanismo, ansiosi di sperimentare il loro primo sacrificio umano. Mentre questi mi tenevano fermo, uno dei tre muratori, devoto di Salvio Perusconi, mi colpì al mento, proprio con un pugno da muratore. Altri due dietro di lui, muratori pure loro, affezionati sostenitori di Lino Raudi, si contendevano  il diritto di raggiungere anch’essi l’agognata meta: la mia faccia. Ma il bello venne quando entrarono in campo i cinque carpentieri, tre di Forza Uova e due leghisti oriundi, dei veri operai insomma, che cominciarono a colpirmi anche da dietro, fin quasi a farmi perdere conoscenza. Una voce che non riconobbi, ad un certo punto disse: “ Non qui, portiamo ‘sto Gorbaciov nel magazzino!”
Mi sollevarono di peso, mi portarono nella baracca degli attrezzi e mi fecero a pezzi, sì, proprio “a brandelli”, mostrando grande versatilità ed eclettismo in quell’uso alternativo degli utensili.
Da morto fresco di giornata, come ero sei mesi fa, mi confortò il pensiero che non avrei mai più corso il pericolo di vedere o sentire il “deputato Banicchi”. Solo che, purtroppo, continuavo a sentirmi smembrato e lacerato, disseminato come ero – e sono – in sei pilastri di calcestruzzo di questo edificio in costruzione di cui farò parte per sempre.
 

Gino Di Costanzo

Giovanni Catalano – L’effetto Lombard

 

Che è l’effetto di iniziare
automaticamente a parlare
a voce più alta e in modo
più accurato se i rumori
ambientali crescono.

Batto una mano
sul tavolo e non so se è questo
il rumore che fa il legno,
il rumore della mano.

È esperienza comune
che al tavolo
di un ristorante i primi
dialoghino in toni moderati.

Un vocio che è una manifestazione
tremante di sé, un annuncio.

Come se il tuo corpo – essere qui
e non altrove, non è questo
che fa di un corpo
un corpo? – non finisse dove inizia
il corpo degli altri, la loro voce.

E man mano che il locale
si affolla, si allunga
la coda – il brusio
continua a crescere di livello
per cui chi insiste
se prima parlava a molti
è costretto a parlare all’orecchio
di pochi e a voce sempre
più elevata, contribuendo
al rumore di fondo
con un calo di attenzione
e un certo affaticamento.

Comprende raucedine,
bruciore di gola,
voce strozzata e tosse
con rischi seri
di polipi e noduli
alle corde vocali.

Poi certe sordità
non sono uguali, tagliano
le alte frequenze, di più
le consonanti.

E le pareti dure e regolari
non fanno che peggiorare
l’acustica.

Dovremmo forse rivestirle
di coni di gomma
o coi cartoni delle uova.

Tutti ormai sapranno
suonare una chitarra
o il pianoforte.

Ma a volte mi sembra
di tornare indietro
e giocare a palla contro un muro
o nei parcheggi condominiali.
Il riverbero dei muri,
l’eco dei palloni.

Le sirene,
gli allarmi.

Inedito, da “L’amico di Wigner”.

Marco Annicchiarico – e poco più lontano

 

Ho conosciuto Marco Annicchiarico e le sue poesie qualche mese fa, due incontri importanti. Cose che dureranno. Le poesie di questa raccolta “e poco più lontano” mi sono piaciute da subito. Se dovessi sintetizzare in uno slogan la poetica di Marco userei urla sommesse (leggendo qui forse riderà).
Urla sommesse perché? Perché Annicchiarico quando scrive, che sia protesta, denuncia, dolore, amore; quando ci racconta in versi arriva dritto al punto, ogni volta. E ci scuote, ci fa pensare, ci riporta avanti e indietro nella nostra storia, nei nostri tumulti che siano interiori o esteriori. Ogni volta lo fa, come se ti parlasse a bassa voce, ti appoggiasse una mano sul polso e ti dicesse: ascoltami. Senza alzare la voce ma con più forza di tanti inutili strilli.
C’è musica nella vita di Marco Annicchiarico, sua grande passione. La si sente nei versi, nel suono e nella scelta delle parole:
“Le case che affacciano sulla ferrovia, d’inverno hanno
tutte la stessa facciata di gesso e di vento”

da “le case d’inverno” pag. 26

(altro…)

piccole poesie per l’estate |Daniele Gennaro (inediti 2010)

Codice giallo

Il punto credo sia questo: incastonare rapide
dalla sorgente al delta.
Restare attoniti con le risorse disponibili sì,
frequentare postriboli con la faccia al vento,
d’angelico rimessage affannarsi un poco,
rimpolpando pretesti per dare e avere.
Il punto potrebbe essere anche questo:
revisionare, inflessibile alle regole, le compiacenze
dell’altrui infelicità.
Occasioni non mancano a tale
proposito, mi invecchio solo a pensare alle
conseguenze nere di un simile atteggiarsi.
Non che manchino le occasioni per aggrovigliare
in maniera precisa le noiose baldanze di un brioso
amico che ancheggia passi alla Travolta in un
annisettanta da circo equestre.
Ne ho visti passare e ne ho visti in futuro
tagliare il traguardo dell’imbecillità fatta storia.
Un ultimo punto forse: lasciar correre conviene?
Non c’è risposta, c’è sagacia , urgenza da codice
giallo, lasciar correre sì.
Le diagnosi improvvisate cambiano il corso della
notte ai più sensibili di cuore. (altro…)

Omonimia del transito

Marisa Fogliarini, Trasparenze n. 16 - Aria

Omonimia del transito

Il libro degli haiku bianchi di Nadia Agustoni

di Anna Maria Curci

“Dire la semplicità”: questa è l’impresa che i trentaquattro haiku irregolari di Nadia Agustoni affrontano, come dichiara l’autrice stessa nella nota iniziale, con la consueta frugalità piena, cifra del suo scrivere, dunque del suo esistere.
“Dire la semplicità” è “aria sui rami… puntura di vuoto”, eppure non è mai segno vuoto, in nessun caso un lancio a vuoto.
“Fora il silenzio” il segno, e la mente che lo descrive si fa, come programmaticamente svela il dodicesimo degli haiku bianchi,“omonimia del transito”. Sì, perché l’elegante ma deciso rifiuto della ridondanza, che caratterizza tutta la scrittura di Nadia Agustoni, non è qui soltanto l’ovvia conseguenza della forma espressiva scelta, ma è soprattutto l’occasione di un insospettato dispiegamento di corrispondenze.
Nella pratica che a volte accompagna le mie letture, quella della resa in lingua tedesca, è” l’omonimia del transito” a “versarsi- avverarsi” con particolare vigore, a dischiudere ulteriori ‘vie della conoscenza’.
La resa in lingua tedesca degli haiku bianchi mette a nudo l’omonimia di due voci ricorrenti: il colore “bianco” – che compare nella raccolta come aggettivo e come sostantivo – e il verbo “sa”, entrambi, semplicemente, “weiß” nella lingua d’arrivo.
Almeno sei haiku di Nadia Agustoni, nell’originale e nella traduzione in tedesco, ne sono una prova. Ne ho scelti due, che propongo di seguito. Grassetto e traduzione sono da imputare a chi scrive. (altro…)

Racconti inediti: Traghetto per Ischia – di Giuliana Argenio (post di Natàlia Castaldi)

C’era un grande raduno di fedeli in piazza San Pietro e circolava la voce che il papa si sarebbe affacciato alla finestra abituale.
Anna era arrivata in perfetto orario all’appuntamento con Marco, dopo mesi di progetti e programmi. Un abbraccio che pareva confezionato e le parole sospese qua e là, come biglietti appallottolati, vecchi pezzi di carta che non servono più.
Il suo accompagnatore la prese sottobraccio cercando un varco tra la folla e contemporaneamente un pertugio per accedere al suo personale dizionario interiore, quello che gli consentisse di trovare il linguaggio familiare degli amanti.
Non trovava niente di verosimile, neppure l’ombra di uno quei magnifici echi, di quelle risonanze che irrompono e ti toccano il petto formando frasi false, magari,
ma pur sempre frasi. Avrebbe avuto bisogno di un urlo.
Anna aveva messo sotto sforzo la vista nel tentativo di afferrare almeno la sagoma di
sua santità e quando il papa si affacciò alla finestra, Marco fu quasi contento di fermarsi.
– Ho finito per sempre con le frasi – pensò
Lei, Anna, iniziò ad applaudire, seguendo l’onda di acclamazioni crescenti, quando gli amplificatori di piazza San Pietro emisero il saluto papale in più lingue.
Ratzingher aveva l’aspetto di un papa al culmine della sua carriera. (altro…)

Giuseppe Merico – Il toro – racconto

“IL TORO” racconto di GIUSEPPE MERICO

E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte la nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l’albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla – io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate – salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d’ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se… come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nero era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.

Nota: Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) e sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop)