Giorno: 28 luglio 2010

sola, i/o

Immobile davanti alle vetrine

che ti rapiscono lo sguardo

con luccichio intermittente

tra ipocrisia e bisogno

ti neghi alla pioggia

con un ombrello fatto d’ali,

ali di falena morente.

 

Le gocce dure sulla pelle

chiazzata di sonno e polvere

come nascondiglio notturno

di leopardo sui rami nascosto

tu, sulle soglie di periferie

che senza pena visibile

ti ospitano, al crepuscolo.

 

L’odore dell’aria

pesa sul cappotto di panno

sulle scarpe incollate alla strada

i capelli, che vorticosi

al vento in sosta su di te,

chiedono visibile presenza

fra le ciocche dei tuoi incubi.

Vicini – Raymond Carver

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim.
Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint
Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante. Bill e Jim si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina. Harriet e Arlene si tennero a vicenda per i gomiti mentre si sfioravano le labbra con un bacio.
“Divertitevi”, Bill disse a Harriet.
“Come no”, rispose Harriet. “Anche voi, ragazzi!”
Arlene annuì.
Jim le strizzò l’occhio. “Ciao, Arlene. Mi raccomando, trattalo bene il tuo vecchio”.
“Come no”, disse Arlene.
“Divertitevi”, ripeté Bill.
“Ci puoi scommettere”, disse Jim, colpendo scherzosamente Bill sul braccio. “E grazie ancora, ragazzi”.
Gli Stone agitarono le mani in segno di saluto dalla macchina mentre si allontanavano e i Miller risposero al saluto.
“Be’, mi piacerebbe essere al posto loro”, disse Bill.
“Dio solo sa se non farebbe bene anche a noi una vacanza”, disse Arlene. Mentre risalivano nel loro appartamento, prese il braccio del marito e se lo mise attorno alla vita.
Dopo cena Arlene disse: “Non ti scordare. La prima sera Kitty deve mangiare il cibo a base di fegato”. Rimase in piedi sulla soglia della cucina a piegare la tovaglietta fatta a mano che Harriet le aveva portato da Santa Fe l’anno prima. Entrando nell’appartamento degli Stone, Bill trasse un respiro profondo. L’aria s’era già fatta pesante e vagamente dolce. L’orologio a forma di sole sopra al televisore segnava le otto e mezza.
Ricordava ancora quando Harriet aveva portato a casa quell’orologio e aveva attraversato il pianerottolo per mostrarlo ad Arlene, cullandone la cassa d’ottone tra le braccia e parlandogli attraverso la carta velina che lo avvolgeva quasi fosse un bambino.
Kitty gli si strofinò contro le pantofole e si sdraiò su un fianco, ma saltò su subito appena lui si diresse in cucina e scelse una delle scatolette allineate in bell’ordine sul piano immacolato del lavello. Lasciò la gatta a sbocconcellare il cibo e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse gli occhi e si guardò di nuovo. Aprì lo sportello dei medicinali. Trovò un flacone di pillole e ne lesse l’etichetta – Harriet Stone. Una compressa al giorno come da ricetta – quindi se l’infilò in tasca. Tornò in cucina, riempì la brocca d’acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, poggiò la brocca sulla moquette e aprì la credenza dove erano conservati i liquori. Allungò una mano fino in fondo e ne tirò fuori la bottiglia di Chivas Regal. Prese due sorsi attaccandosi alla bottiglia, si asciugò le labbra sulla manica e ripose la bottiglia nella credenza.
Kitty s’era messa a dormire sul divano. Bill spense le luci e lentamente si tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Aveva come la sensazione di essersi scordato qualcosa.
“Come mai ci hai messo tanto?”, gli chiese Arlene. Guardava la televisione con le gambe piegate sotto di sé.
“Niente. Mi sono messo a giocare un po’ con Kitty”, rispose lui, poi andò da lei e le carezzò i seni.
“Andiamocene a letto, tesoro”, le disse.
Il giorno dopo Bill si prese solo dieci dei venti minuti di pausa previsti nel pomeriggio e staccò un quarto d’ora prima delle cinque. Parcheggiò la macchina nel posto riservato a lui proprio mentre Arlene scendeva dall’autobus. Attese che lei entrasse nell’edificio e poi corse su per le scale per sorprenderla all’uscita dall’ascensore.
“Bill! Oddio, a momenti mi fai prendere un colpo. Sei in anticipo”, disse.
Lui si strinse nelle spalle. “Non c’era niente da fare, in ufficio”, disse.
Lei gli diede la sua chiave per aprire la porta. Bill lanciò un’occhiata alla porta dell’appartamento di fronte prima di seguirla in casa.
“Andiamocene a letto”, disse lui.
“Adesso?”, Arlene fece una risatina. “Ma Bill, che t’ha preso?”
“Niente. Togliti i vestiti”. Cercò goffamente di afferrarla e lei esclamò: “Dio Santo, Bill!”
Lui si slacciò la cintura.
Dopo, ordinarono cibo cinese per telefono e quando arrivò lo mangiarono con appetito, senza parlare, e si misero ad ascoltare dei dischi.
“Non ci scordiamo di dare da mangiare a Kitty”, disse lei.
“Stavo proprio pensando la stessa cosa”, disse lui. “Vado subito”.
Scelse una scatoletta al gusto di pesce per la gatta, poi riempì la brocca e andò ad annaffiare. Quando tornò in cucina, la gatta grattava la sabbia della lettiera. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Aprì tutti gli sportelli e passò in rassegna le scatolette, le scatole di cereali, il cibo confezionato, i bicchieri da cocktail e da vino, tazze, bricchi, piatti, piattini, pentole e padelle. Aprì il frigo. Annusò un gambo di sedano, staccò due morsi di cheddar e mangiucchiò una mela avviandosi in camera da letto. Il letto sembrava immenso, con una sovra coperta bianca e morbida che arrivava fino a terra. Aprì un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di sigarette semivuoto e se l’infilò in tasca. Si avvicinò quindi al guardaroba e stava per aprirlo quando sentì bussare alla porta d’ingresso.
Mentre andava ad aprire si fermò in bagno e tirò lo sciacquone.
“Ma come mai ci metti tanto?”, chiese Arlene. “È più di un’ora che sei qui”.
“Ah, sì?”, disse lui.
“Eh, già”.
“Sono dovuto andare in bagno”.
“Guarda che il bagno ce l’ hai anche a casa”, disse lei.
“Era urgente”, disse lui.
Quella sera fecero di nuovo l’amore.
La mattina dopo chiese ad Arlene di chiamare l’ufficio per avvertire che non sarebbe andato al lavoro. Si fece una doccia, si vestì e si preparò una colazione leggera. Provò a cominciare a leggere un libro. Uscì a fare una passeggiata e si sentì meglio. Però dopo un po’ se ne tornò a casa con le mani in tasca. Si fermò davanti alla porta degli Stone per sentire se per caso la gatta gironzolava dentro l’appartamento. Poi aprì la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la chiave dei vicini.
Una volta all’interno gli parve che facesse più fresco qui che a casa sua; era pure più scuro. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la temperatura dell’aria. Guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo, con attenzione, una cosa alla volta. Guardò posacenere, mobili, utensili di cucina, l’orologio. Tutto. Alla fine entrò in camera da letto e la gatta apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse dentro.
Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lì a occhi chiusi qualche minuto, poi s’infilò una mano sotto la cintura. Cercò di ricordarsi che giorno era. Cercò di ricordare quand’era che gli Stone dovevano tornare e poi si chiese se sarebbero mai tornati. Non ricordava già più che faccia avevano e neanche come si vestivano o come parlavano. Con un sospiro e qualche difficoltà rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi allo specchio.
Aprì il guardaroba e scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non trovo un paio di bermuda, ben stirati e appesi sopra un paio di calzoni di gabardine marroni. Si tolse i vestiti che portava e s’infilò i calzoncini e la camicia. Si riguardò nello specchio.
Andò in soggiorno e si versò da bere. Tornando in camera da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia azzurra, un completo scuro, una cravatta bianca e blu, scarpe nere eleganti. Intanto il bicchiere s’era svuotato e andò a versarsene un altro. Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltroncina, accavallò le gambe e sorrise, osservandosi allo specchio. Il telefono squillò un paio di volte e poi tacque. Svuotò di nuovo il bicchiere e si tolse il completo. Rovistò nei cassetti superiori finché non trovò un paio di mutandine e un reggiseno. S’infilò le mutandine e si agganciò il reggiseno, poi frugò nel guardaroba in cerca di un vestitino. Si mise una gonna a scacchi e cercò di chiudere la cerniera. Indossò una camicetta bordeaux con l’abbottonatura davanti. Esaminò le scarpe di Harriet, ma capì subito che non
gli sarebbero entrate. Passò parecchio tempo dietro le tende della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto e rimise a posto ogni cosa.
Non aveva appetito. Neanche lei mangiò molto, del resto. Si scambiarono uno sguardo impacciato e un sorriso. Arlene si alzò da tavola e andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola, poi sparecchiò in tutta fretta.
Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide prendere la chiave.
“Mettiti comodo intanto che vado di là”, disse lei. “Leggiti il giornale o qualcosa del genere”. Strinse la chiave in pugno. Aveva un’aria stanca, gli disse lei.
Lui cercò di concentrarsi sulle notizie. Lesse il giornale e accese la televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa.
“Sono io. Sei ancora lì, amore?”, chiamò.
Dopo un po’ la serratura scattò e Arlene uscì e si chiuse la porta alle spalle. “Sono stata via tanto?”, chiese.
“Be’, insomma, sì”, rispose lui.
“Sul serio?”, disse lei. “Credo di avere giocato tutto il tempo con Kitty”.
Lui la scrutò, ma lei distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul pomello.
“È strano, sai?”, disse lei. “Voglio dire… entrare così, in casa d’altri…”
Lui annuì, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. Entrarono nel proprio appartamento.
“Infatti è strano”, disse lui.
Notò della lanugine bianca attaccata sul retro del golf di Arlene e che aveva le guance molto colorite. Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si girò e cominciò a baciarlo a sua volta.
“Oh, accidenti!”, esclamò di colpo Arlene. “Accidenti, accidenti!”, si mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani.
“Mi sono appena ricordata di una cosa. Non ci crederai, ma mi sono dimenticata di fare quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare alla gatta né ho annaffiato le piante”. Lo guardò. “Si può essere più stupidi?”
“Ma no, dai”, la rassicurò lui. “Aspetta un attimo. Prendo le sigarette e torniamo di là insieme”.
Lei attese che lui chiudesse la porta di casa loro per attaccarglisi al braccio, poco sopra al gomito, e disse: “Mi sa che è meglio che te lo dica subito. Sai, ho trovato delle foto”.
Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. “Che genere di foto?”
“Adesso le vedrai”, disse e lo guardò negli occhi.
“Ma va!” Sorrise. “E dove?”
“In un cassetto”, disse lei.
“Ma va!”, disse lui.
E poi lei disse: “Magari non tornano più”, e rimase subito stupefatta da quello che aveva appena detto.
“Potrebbe succedere”, disse lui. “Potrebbe succedere di tutto”.
“O magari, per tornare tornano, ma…” Non finì la frase.
Attraversarono il pianerottolo tenendosi per mano e quando lui le parlò, lei quasi non lo udì.
“La chiave”, disse lui. “Dalla a me”.
“Cosa?”, chiese lei. Si mise a fissare la porta.
“La chiave”, disse lui. “Ce l’hai tu”.
“Oddio mio!”, disse lei. “L’ho lasciata dentro!”
Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò.
“Non ti preoccupare”, le disse all’orecchio. “Per l’amor di Dio, non ti preoccupare”.
Rimasero lì. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

 

@ Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore, ed. minimum fax; traduzione di Riccardo Duranti

senza peso

 

Io vivo a casa mia, tu ancora non lo so
non so quale luce accendi per prima
la sera, quando torni
come ti lasci cadere tra i cuscini
la marca della birra

io in ogni stanza ho uno specchio
e faccio caffè sempre per due
(anche l’odore è una buona compagnia)

però ci sono notti in cui vengo a prenderti
mentre sogni, ti stringo piano
e non hai peso
non mi costa nulla portarti
lasciare che tu dorma senza me.

 

 

Un sogno di balene e di parole in bocca alla notte

Riprendo un post su Filosofi per dare attenzione ad una Grandissima Donna, cha ammiro ed amo profondamente.

Hanife Ana è un sogno di balene in decomposizione, un viaggio, un ricordo, una liturgia.
Hanife Ana era una nave turca, incagliata sulla costa di Ostuni in Puglia.
L’abbiamo vista in occasione di un viaggio di pochi giorni, ancora non eravamo una compagnia.
Eravamo una scrittrice, un musicista, un futuro teatrante.
Insomma gente instabile, ma sensibile. Gente poco leggera, purtroppo.
Ana ci è parsa come una grossa balena morta. Come per ogni morte la reazione istintiva è stata di inavvicinabilità.
Lei, femminea, mostrava resti di tette e uccelli già pronti a nidificare nelle cavità morte degli occhi.
In quei pochi giorni l’esigenza di stare accanto ad Ana era intoccabile. Noi stessi, forse attratti, dalla morte in vista.
Ogni giorno di fronte ad Ana a provare ad esorcizzare terrori, a distanza, e muti ad elaborare
interrogativi di noi creature umane dinanzi alla morte del mostro.
Ora è anche una compagnia di musici, teatranti e sognatori perduti, nata nei primi mesi del 2007
dalla fusione di esperienze musicali e teatrali differenti ma complementari.
Il nucleo centrale e fondativo è costituito da
Savina Dolores Massa, Alessandro Melis e Gianfranco Fedele: una scrittrice, un teatrante, un musicista,
sensibili all’interazione tra il linguaggio musicale e quello propriamente verbale.
Il progetto nasce dalla interazione, inscindibile e a volte provocatoriamente divergente,
fra un approccio musicale jazzistico privo di preclusioni di genere e uno sguardo stremato ma lucido
su ogni partorita creatura letteraria.

Parlo di Savina Dolores Massa

Da alcuni anni scrittrice a tempo pieno, finalista con la silloge di racconti Isolamatamara al premio letterario A. Gramsci ed. 2006,
è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale.
Scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Finalista o vincitrice di numerosi premi letterari. Il suo lavoro sulla voce nasce
dall’incontro con i registi Marco Parodi e Mario Faticoni, dei quali è stata allieva negli anni 2004, 2005, 2008.

E’ amica ancor prima d’esser poeta.
Crea l’emozione come una mareggiata.
Dipinge i fondali dell’anima.
Di colori, poesia, unghie, occhi di gatto e cuore.
Meravigliosa.
A lei il mio è un amore incondizionato.

Marigosa

Severa la casa zittisce lo spettro di Grazietta in gioco
schizza di polvere il carnevalesco lampadario
mura le finestre sulle carneficine in Congo
sul maestrale inferocito di lische e baci scarnificati
di murene accasate nelle migrate orbite affondate

tace dei passi fuori sconosciuti
meravigliati per il freddo
di un inverno come un altro
no
se il mavì dei tuoi occhi non ha più ribellione
che sia silenzio che sia silenzio
la mia gatta muore

il cuore ha nicchie solo per le api stasera
e non sarà cibo reale il dono
ma la vergogna di un dolore da non dire
per quei pochi chili che tu sei
e unghie e sonno ogni imbrunire

a chi può importare
la tua acqua con petali di rosa che scompare
neanche a me dovrà importare:
io seppellisco le mie bestie di anno in anno
fino a quando

se i giudizi lo vorranno
il becchino comunale scaverà una fossa alla mia vita
nessun danno
al girare perpetuo del pianeta
nessun danno per le prossime comete
che verranno per millenni
sopra lo stupore di chi
non avrà nulla in vena del mio sangue

l’ho sempre saputo al centro del cervello
là dove regnano farfalle e barbagianni
che mi sarei conclusa roteando su me stessa
neonata ogni sera o cadavere di risate al cardo
illusionista con conigli malinconica sul mare
fertile solo per partorire appassiti malumori
e qualche uovo guasto da schiacciare
 
è sempre così nei fine d’anno
le bilance si autoflagellano di pesi
di dubbi per ogni ripassato sbaglio
di dalie purpuree estinte molto prima
della festa dei miei primi venti anni
degli insulti più crudeli
scampati dall’essere gettati oltre la schiena come un sale

e questo dire e dire scontroso
a me stessa appare offesa agli affamati di Bogotà
al bambino rom assente nel presepe del vulcano
ai miei piccoli stivali rossi amati come gigli quel Natale
se tanto sacrificio fu comprarli

mentre Marigosa smagrisce
m’affanno tra zolfi di formule e di filtri:
domani io sarò imbalsamatrice

(Marigosa nella mia lingua significa “amara”)

Cecità

Adesso crollerai il volto alla parola appena intravista
pregna d’acqua una seppia? non sapevi come dirlo
quell’affogare delle cose una seppia? tra le ciglia ottantenni
come tua madre d’azzurro liquefatto
non strillerai pianto ma straccerai madonne di ristrette vedute
scambiando i vapori di una pentola per conigli dell’infanzia
e mai più avrai fame del cibo se non troverà la bocca
le mani che avresti preferito compatirti nelle macchie
e nell’anello che ti fece onorata pur senza il velo
ignara che il difetto era lo sposo consapevolmente bello
la memoria scaltra agiterà grano nelle orecchie
un sapore di gatto cucinato in rosmarino
ché non fosse troppo affamata l’illusione promessa
da subito no almeno non da subito.

Ha battuto sull’incudine tuo padre
per trasformare l’erba in oro di cappelli da nozze
inutilmente denudò il cortile ma tremava muscoli alle dita
e trinciato da due soldi goduti all’imbrunire.

Non aggiungerai bastoni per costringerti il passo
se il sole ci sarà in perpetua notte
lo saprai dalla tua pelle albume
frustata dal posarsi di una mosca
che lascia lividi d’ali blu manesche

su ogni tuo piede basito pioverà il talco
il sabato delle abluzioni
nell’assoluto silenzio dei tuoi punti di vista.

Quando non si poteva contare fino a cento novanta quattro

La casa clandestina era in palazzo
salimmo scale, obbligate a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non vedere
fiocchi rosa o azzurri sulle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto

Ognuna, dei mobili in salotto, e delle altre
non ne notò la forma, ma intatto
resterà a vita quel ricordo, di come
si cercassero tra loro
le punte
irrigidite di ogni scarpa

Ognuna, entrò sola nella cucina
il tavolo puzzava di cipolle
triturate per un sugo, raffinate
con la carne e le sue spezie
il giorno prima

Ognuna, su quel tavolo
si spogliò solo le gambe

Il lutto era rosso nella vasca
embrioni da lavare a candeggina
o polvere abrasiva
acqua calda per un prossimo turno
atteso a testa bassa
taciturno

Scendemmo scale
obbligandoci a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non rubare
fiocchi rosa o azzurri dalle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto

Il bacio di Jung

Si scoprì gravida dopo un sonno di cavalle in improponibile strada
gonfia nelle ossa delle mani pronte all’espulsione
acqua e primo sangue dipinsero di unghiate il muro
perché quando la notte acceca la paura del non risvegliarsi
c’è sempre almeno una spalla di calcina a reggere il bolo della morte

non si accontentò di castrare le creature
dopo che Jung baciò loro la fronte
per distrarle malamente dal ratto dell’amore impuro
ma si dice che lei sbarrò le loro fughe con l’incestuosa proposta
di svenargli il membro se non con un coltello almeno con la bocca

tanta delicatezza fu studiata elaborata processata
la cosidetta madre priva d’avvocato alla difesa
fu impalmata in una piazza
improponibile
tra schiamazzi di cavalle e l’assenza buia dell’almeno la spalla di calcina

non gridò la sua innocenza e neppure la nitrì come sarebbe stato opportuno
per la folla accorsa a ballarsi la serata
lei tra le anche si godette soltanto la durezza di quel palo
finché un qualsiasi ignoto osò assegnarglielo per figlio
solo a vederglielo gattonare per la figa

le sorti sono sempre all’oscuro delle delicatezze
ritornano cocciute a rimestare il mosto nascituro
che vino non lo vuole diventare nonostante i vetri di bottiglia
in attesa allineati e etichettati

moribonda sussurrò all’attesa sadica di resa,
Lasciatemi morire così come uno dei miei cuori ha scelto:
non adatta alla clonazione di me stessa.

La Pizia

La notte abbandona il suo trespolo d’antro
con mammelle pietraie cangianti passeggia
nelle strade a lampioni sorniona scivola
per abbaini dell’estate bacia
ogni membro disperso maritato all’accidia
di giornate di decadenza obesa di non chiesti
e pretesti per nuca contro nuca
incubo contro incubo stasi
consola a spatolate di lingua attardandosi
sul precipitato rialzarsi dell’invecchiato

la si invoca poi in voci sonnambule
impalmando l’ombra di respiro accanto
abbandona gratitudini o volti lascia
la sorte imbambolante a coprire l’accadente

non per bontà ha oracolato in alcova
il proprio gusto ferino soddisfatto
l’accompagna nell’aggirarsi incompiuta
esposta ad armi e insulti
per compensi parlanti e occhiuti
vanvera disorientata
felice di deludere aspettative
di futuri capolavori.