Giorno: 26 luglio 2010

Anteprima de “L’ALTRO” – di Maria Grazia Galatà. Prefazione a cura di Gio Ferri (post di natàlia castaldi)

 

L’ALTRO – poesie e fotografie di Maria Grazia Galatà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ALTRO
testi e fotografie
di
Maria Grazia Galatà

 

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Prefazione a cura di Gio Ferri

L’altro segno

Questa plaquette di Maria Grazia Galatà s’intitola L’altro. Che io voglio intendere – sebbene, è ovvio, non si tratti dell’unico pre-testo – l’altro segno. Ed è un passo avanti (non tanto per qualità, sempre di gran livello) rispetto a Congiunzioni, edita nel 2003, in quella occasione con le immagini fotografiche di Costantino Spatafora. Ora invece le fotografie sono della stessa Galatà. Allora si trattò di due spazialità diverse, fotografia e scrittura (e anche voce, poiché se ne trassero delle performances), congiunte in un rapporto di vicinanza,
di adiacenza (è lemma che devo alla teoria critica dello scrittore Adam Vaccaro).
Una dialettica fra la luce e l’ombra.
Perché ora dico dell’altro segno? Perché, a mio parere, la congiunzione dà vita qui a un’altra, una terza, materialità segnica, appunto. In cui la lettera e la luce fotografica si fanno unitariamente non tanto adiacenza, bensì unità. Ciò è dovuto anche al fatto che le foto-grafie, così come le verbo-grafie, godono della espressività esecutiva di un unico autore.
La luce e l’ombra giocano sempre i loro ruoli, ma in una con-fusione che non le separa. In merito a questa unità mi è capitato di sottolineare altre volte i primi versetti della Genesi: “Dio disse: / Vi sia la luce! / E apparve la luce. / Dio vide che la luce era bella / e separò la luce dalle tenebre”. Anche a parere di alcuni esperti, sia per il senso, sia per la traduzione, sembra che ogni possibile traduzione debba avere proprio questo senso. Quindi se ne può dedurre che prima, le tenebre e la luce convivevano in un’unica realtà?
Questa originaria, pre-metafisica suggestione ci colpisce quando leggiamo: “restando in corto / si dissipano disuguaglianze / accantonate // ritagliando spazi / di intercapedine // obnubilando” a fronte di una scrittura fotografica in cui la luce, per sprazzi energetici, repentini fasci di luminosità, testimonia le ragioni altrettanto vitali delle tenebre, in una danza strettamente congiunta nella ritmicità. C’è molto di biologico (neuroni e sinapsi) e di cosmologico (orbite e sonorità astrali).
Ciò avviene in un corto circuito con conseguente aumento della intensità d’energia (se vogliamo usare una terminologia elettrico-fisica!), obnubilando, cioè in un perturbamento della coscienza. Tuttavia si tratta di un attimo, un attimo tanto limitato quanto esteso, di verità. Per analogia potremmo citare due versi dal “Purgatorio”: “… tal decreto / più corto per buon prieghi non diventa…”.
Non dura a lungo.
Perché il momento di verità della poesia è ritagliato in spazi, seppure unitari, atomici, oltre i quali la luminosa purezza della scrittura viene subito dopo fagocitata dalla banalità del discorso comune e utilitaristico.
Un perturbamento della coscienza… E’ il perturbamento, ancora, della poesia e dei suoi eventi segnici, che riporta alla superficie le memorie dell’inconscio.
Per dirla con i neurofisiologi, del limbo – magazzino di memorie ataviche e genetiche.
Tutto ciò è sentito e ribadito in
“Nutrono specchi / le onde che danzano // poggiando l’occhio / al cunicolo /lungo sino alla morte // in corsa // abbi riguardo / dei tuoi sconnessi abissi / di coscienza //Esclamazione!”
E l’onda fotografico-scritturale della luminosa tenebra attraversa rapida il “cunicolo / lungo sino alla morte”.
La dismisura della comunione fra ombra e luce trova un altro compimento nella pagina nera che reca i bianchi versi di “memorabili luoghi / conosciuti”…tuttavia in uno “sconnesso albore…”.
Mi sbaglio se rilevo, in questa meta-fisica, attraversata da ipotesi tanto poetiche
quanto pseudologiche, perciò mentalmente metamorfiche (“irrespirabile /metamorfosi”) la lezione di Duchamp? Della sua gassosa, atmosferica, dinamidinamico-spaziale? E della fisica letta attraverso formule incomprensibili, di “nessuna logica attritica” in “lettera dopo lettera”… di “stagione d’inferno…”?
Dicevo di rapidità e dinamismo nel connubio fra parola e scrittura fotografica: un’opera di Duchamp s’intitola “Il re e la regina attraversati da nudi veloci” – se il re e la regina sono la luce erettile e la tenebra pubica (nello sposalizio sessuale – tema della “sposa messa a nudo”), i nudi sono le saette, le comete incontaminate, le esplosioni coitali che attraversano il connubio nella inscindibilità spaziale. Le troviamo nella saettante scrittura che colloquia “e pure l’incognita…”.
Ma il rimando sessuale a Duchamp si ritrova nello sposalizio immaginario ascoltando lamenti sparsi: “… mi perdòno sogni invertiti… conosco la strada infame / in moltitudini addomi… intenti / a travagliare bestiali sensi /opulando… la luce gelida si prostituisce… e lascio torbido / ritorna ritorna /al suo rimuginare // nell’incarno // ribellativo…intrecciando lembi / di sogni pulluli / al grembo stinto… nei respiri a metà (…) / s’accarezza l’istinto / nell’istante…”.
Grembo stinto, istinto, istante…: allitterazioni che possono, pur sparse in diversi testi, confermare i temi percepiti per l’intero poemetto.

WAI – da “L’Altro” di Maria Grazia Galatà

La scrittura “WAI” che, a sinistra in alto, sovrasta il magma gassoso di tenebraluce in “nei respiri a metà…”, ci rimanda alla copertina disegnata nel ‘45 da Duchamp, per la rivista “VieW”, in cui il logo sovrasta sempre in alto a sinistra altrettante tempeste gassose.
Questa che ho osato descrivere secondo la mia personale cognitiva sensazione (altre interpretazioni, ovviamente, possono darsi – il segno poetico, e questo di Maria Grazia Galatà, è in-leggibile e aperto) è la parte più coinvolgente e assolutamente originale della plaquette.
Ma c’è dell’altro, in cui si propone una più materialistica visione delle cose come verità tangibilmente terrene. Quasi che, nel terribile flusso della luminosa tenebra, entro la vibrazione inconscia del cunicolo della morte, si imponesse di tanto in tanto la necessità di una pausa di gestaltica evidenza.
Mi riferisco alla forza della potente catena in “il campo”, alla instacabilità delle vecchie mani in “perdersi”, alla mano infangata di “disossarsi”… Ma la scrittura fotografica non si arrende alla presunta concretezza delle cose, e ne coglie il senso comunque di sbieco.
La ricerca di Maria Grazia Galatà è sempre sensibilmente coinvolta nel mistero delle cose – o meglio degli spazi oltre ogni limitante temporalità – al di là delle apparenze, esaltato dall’affermazione di un segno poetico di rara espressività, e di forma perpetuamente fluente.

Gio Ferri
(luglio 2010)