Giorno: 12 luglio 2010

Fuoritempo

In ricordo di Francesco, il Pittore;
rullante della banda degli Ottoni a scoppio di Milano, costantemente, tenacemente bellamente fuori tempo.

Perderti
È Il male che ci incastra,
e Il vino che ci scioglie
per ogni bicchiere in meno.

Desiderarti
È il tempo che ci resta,
Immobile tra le pelli
e le pause delle pance

Trovarti
È ogni eco di battito
Che ci completa a stento
Dietro ogni stemperata
Tua cadenza.

Jacopo Ninni

Descrizione della mia morte – Giovanni Giudici (Da “O Beatrice”)

Descrizione della mia morte – Giovanni Giudici (Da “O Beatrice”)

Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa. preparati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista
e che si esorta: sii uomo, non è niente.
Percià conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un pò deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un pò burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo stato.

Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrotta o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donne scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.

Sottile

Sottile

Sottile il profumo delle lune

e il tuo svenire esile di fango

sotto il respiro di un “si farà”

Sottile la lingua

e tu scalza di vento,

ti incamminavi nivea alla salita.

Sottile sia ogni mio  “mi ricordo”

mentre svanivi in spigoli di pioggia

Sottile sia, oggi e lento

il canto pudico di maggio.

Jacopo Ninni

La liturgia degli occhi

La liturgia si sversa sugli occhi appena sotto il respiro, ma tu ed io sappiamo che il destino ha reso la vita rovinosa e malata,tutto ha un disegno e il nostro traccia due linee parallele ingovernabili e che non troveranno ma l’incrocio, non qui, non ora, non nel grembo di madre notte che trema di paura. Che ad occhi aperti, le lacrime non servono, nulla crea chiarezza che alla fine, di tregue ne ho piene le tasche, mentre mancano le parole segnate sui fianchi, i ritardi sulle gambe, la viscida inappetenza, perchè di sbranarsi si è bravi tutti è rimanere nel sangue che è un mestiere per pochi eletti. Nel credo d’ogni giorno, mi sussurro che non devo incaricare al prossimo la mia urgenza di vita, ma solo a me e devo discuterne in una riunione di condominio con festino annesso, perchè i festeggiamenti son sempre di rigore dopo, a chiarimenti avvenuti, quando poi tireremo fuori l’amore il fuggi fuggi sarà il peggiore del secolo, regalandomi dopo, le cose peggiori in pacchetti dalle carte aggraziate di rose ammuffite. Io solo mi so bastare, io solo mi so soffocare, io solo so venirmi a capo quando sto bene. Ed è nelle rarità che mi disperdo ed è tutto dannatamente bello, ha un sapore oscuro, quanto basta alla pancia per piegarsi d’amore assorto ed io so di te che m’avviluppi l’incertezza e me la coccoli con la lingua.
Da ora in avanti saremo l’arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera