Giorno: 3 luglio 2010

Marina Pizzi – Il cantiere delle parvenze – inediti 2010 (post di natàlia castaldi)

Se la poesia fosse la risposta, allora avremmo bisogno di poeti al governo degli Stati. Se la poesia fosse illuminazione e strada certa, allora, data l’abbondanza della produzione poetica nostrana, avremmo il Paese più illuminato del globo.

Ma non è.

Poesia è creazione artistica che fonda e centra sulla parola lo svilupparsi del verso,  “il corrimano” di un possibile pensiero.

Pensiero. Dello scrivente o del lettore? E cos’è questo pensiero: rappresentazione artistica o cronaca di un fatto, di un sentimento, di uno stato in luogo?

Troppo poco. Troppo riduttivo.

Eppure si tende a cercare l’intimo vissuto come voyeur letterari, onanisti, escavatori e quando non si comprende, non si coglie il lato nudo, non va bene, e la sentenza è pronta: Non è poesia.

Ma quale poesia? Quella dell’oratorio di parrocchia o di partito, o quella di una “mise en-scene” che non necessita altro che transito, così com’è, nella sua pura teatralità espressiva, senza altre “archeologie”?

La parola.

In Marina Pizzi il senso risiede nella ricerca “paleografica” della parola, parola che fu segno, tratto, immagine che torna nell’insolvenza di una gamma apparente di significati da rimessare nel Cantiere delle parvenze.

Ecco, già il titolo è una premessa, un’indicazione di lettura, un passepartout per non cadere nel broglio della ricerca di una traccia, di un indizio di vita che sia visibile ed a portata di mano, come un  seno, un ventre, una lacrima, una vita, una morte che sia data, certa, spiattellata come in un talk show letterario.

No.

Marina Pizzi rispecchia l’esistenza senza ricorrere a mappature, a scandagli quotidiani, a scuole di pensiero e verso da cronachismo. La salvezza è nel senso del suono, nella capacità di ancorare phoné e dolore al risvolto di ogni possibile immagine, in una drammaticità che transita dalla vista alla trachea fin dentro gli organi a fiato del corpo che si rende attore della sua lettura.

E nel rimessaggio di questa drammaticità, tanto antica quanto attuale e tagliente nella successione cinematografica in presa diretta sfocata, seppiata, accecante, Marina dirige un moderno canto dei capri, quasi una liturgica litania, dalla quale si esce tramortiti, purificati; senza altro senso o significato da ricercare oltre la pronuncia del proprio vissuto, della propria esistenza.

Se solo si smettesse di cercare nella poesia la risposta assoluta e si ascoltasse d’essa il solo e possibile apodittico percorso creativo, oltre il limite del proprio personale gusto, allora – forse – si avrebbe una ragionevole speranza di crescita e pluralità attraverso ogni singola lettura.

– Buona visione –

nc

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Marina Pizzi: Il cantiere delle parvenze – inediti 2010

1.

la mia sciarpa è un tragitto lontano

Michal Macku Photography – Carbon print n. 9 – senza titolo

uno scalmanato talamo di nebbia

dove è agreste il cielo e logica la tana

di perdere la vita.

rotta anemia della città calva

senza nidi di cuccioli cantanti

né elemosine badanti il veritiero

abbraccio. s’intani il mio straccio

che non vede né attende nulla.

la maestria dell’alba bada a non

gridar di troppo le rondini bambine.

le grotte scialbe come fandonie

dove ristagna il secolo al petrolio

espanso. la fatica senza saliva

delle mie abitudini-arsure su

per l’acredine di attese morenti

nel trotto della pupilla impazzita.

il lutto m’incolla la salsedine addosso

questo proverbio che non serve

a consolare la resina del sangue.

2.

quale sarà il chiodo che mi sonnecchia dentro

che vitalizza l’edera della malasorte

che si diverte con un attizzatoio

verso la zattera che mi malmena

tetra malizia corvo miliziano?

invano l’azione del tubero rinasce

al cielo, qui la penombra perpetua

della slitta chiama l’oasi ad appassire.

quale paese d’asma andrà vicino

al rantolo? perché qui le smanie

delle serve vogliono morire

di un attacco immune, colpo sordo

non imposto randagismo.

(altro…)

Pasquale Vitagliano: 5 poesie inedite (post di natàlia castaldi)

http://www.michal-macku.eu/

Michal Macku Photography – Carbon print – senza titolo

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Ne ho sentiti di silenzi,

scialbe assenze di volume,

o loquaci più di un corpo autoptico.

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1)
Ne ho sentiti di silenzi,
uno spazio bieco, lasciato fuori
dall’altra parte dei volumi.
Non ne ho più trovato uno come
questo risvolto oltre l’intero, come
questo luogo, insediamento di parole.
L’immagine negativa del pieno,
la scia che resta dopo l’onda ritratta
dalla riva, via da lettere e particelle.
Ne assaporo il peso come ghiaccio rovente in bocca.
*
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2)
Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il buio rimbombo del rumore.
Anche se mi parli, tu taci
il lessico dei tuoi occhi,
tu taci le sillabe traverse,
tu taci i battiti podalici del sangue.
Tu taci, anche se mi guardi.
Anche se taci, io ti ascolto.
*
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3)
Carta
Quanto tempo è rimasta là,
sulla mensola, quella carta dorata,
scartato involucro di dolcezze negate,
fossilizzata come una spora, una crosta
lucente e oscena sopra i vapori dell’invisibile.
Non è riuscita ad agglutinarla neppure
il tempo, nell’ora degli affreschi, così che
giace mummificata sul laminato, come se
fosse narcotizzata, fissata nella sua realtà,
un apparente omaggio ed invece irrigidita langue
come il corpo morto di un sapore svanito,
un drappo staccato sospeso nell’aria
che non gli appartiene come un impiccato.
*
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4)
A biliardo
Ho giocato con te
come su un panno verde,
fino a strapparlo
con la stecca
che colpiva la palla rossa
numero tre
che non andava in buca,
ma balzava di sponda
in sponda come
una frusta nera
che batte pazza la terra.
*
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5)
Notti
Mi sono svegliato,
e mi è rimasta appiccicata
l’immagine di noi due
che abbiamo risolto tutto,
come un cartone srotolato
dentro la mia testa,
come una tenda che pende
davanti ai miei occhi.
Richiudo gli occhi
ingenuamente.
E’ inutile.
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*