Ivano Mugnaini – poesie (post di natàlia castaldi)

 

Ivano Mugnaini

[…]

Lasciamo che il verso trovi

per sé e per noi la sua strada, il suo senso.

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”. […]

 

                  poesie di  Ivano Mugnaini

 

         Un sole ritrovato

Il tempo, tarlo ilare, ti lascia spossato, sereno

quasi, a chiederti come, per chi, per cosa si possa

ancora resistere. Nel trionfo di ombre ricurve,

sorrisi acquistati in negozi blu metilene,

nel riemergere di relitti adulanti, vedi

riflesso un cielo senza tempo umano, liturgia

becera e ostinata del nulla interrotto soltanto

da auto, caffè, creme antirughe, deodoranti

dai taumaturgici poteri. Ma nell’atto del cedere,

nel riso spento, vano di resa, ti squarcia, ti salva

rabbia densa, lava, coscienza, molecola, un bosco,

una fuga, il gelo, il fuoco, paura e fame

di respirare. C’eri anche tu, ci sei

nei boschi, nelle macchie, nelle vie esposte

agli occhi d’acciaio delle finestre, è tuo il sangue,

il tremore,  non è dispersa la lama di un sole

ritrovato. Oggi è ancora fitto il buio, urla

grida soffocate di iena, di faina, avanza

astuta la minaccia camuffata, veli di tulle e organza.

Non resta che guardarci in faccia, risalire

zaino in spalla antiche mulattiere della mente,

offrire al piombo e al vento il petto e un riso

d’alta quota, canto assurdo, che sa di futuro:

dire ancora con avida gioia un sì e un no, l’orrore,

la speranza di un eterno divenire, la certezza,

volo di farfalla che smuove il cosmo, il tonfo, la rincorsa,

quasi dolce, quasi lieve, del ricominciare.

***

Inetto a raccontare

Inetto a raccontare la propria verità,

finì per non credere, neppure lui,

il naufrago, al sale dell’onda

che gli bruciava le labbra

e gli chiudeva la gola.

Soltanto una visione, gli restava,

una sola: l’attimo, fulmineo,

della caduta. La testa lieve, quasi

dolce il sangue, il corpo che si adagia,

inerte, ad una specie di riso

che ti prende, mortale.

Le braccia distese, sconfitte, a cercare

l’abisso. Ma neppure questo era concesso

in dono. L’onda, dura come marmo,

si fece soffice, per accoglierlo,

soffocandolo di lentezza infinita.

Nel dondolio incessante, irridente,

riesplose nella testa la domanda

di sempre; speranza, forse, di trovare

una ragione. C’era solamente l’urlo

del sole ad ascoltare.

Dopo giorni lunghi come anni

gli sembrò una beffa il saluto della nave

mercantile passata per caso nel suo tratto

di mare, pronta a raccoglierlo, a salvarlo,

quando, quasi, era riuscito a dimenticare.

***

E’ gia passata

Il segreto è capire, che siamo

gesti distratti, lembi di stoffa,

tessuto, cotone, mani che

si allontanano mentre cercano

di sfiorarsi, osservati da occhi

gelidi, distanti.

Siamo due dei tanti, sherpa

storditi da vane infinite salite,

cani feroci, azzannati, straniti,

corpi buoni per fare da sfondo

al sorriso di pietra dei palazzi

bombardati di foto dai turisti,

niente di più, erba dei prati,

asfalto di vicoli imperfetti,

troppo aspri o troppo lisci,

cibo di lente mandibole nere

o di una sola avida vampata

sospinta da un ghigno di vento

curioso di folla che guarda,

ride, ed è già passata.

***

VLADIMIR: Questo ci ha fatto passare il tempo

ESTRAGON: Ma sarebbe passato in ogni caso

VLADIMIR: Sì, ma non così velocemente

S. Beckett, Aspettando Godot

 

La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi

e le idee adeguate annotate con cura

hanno ridisceso una per una scale di ferro

senza ringhiera, ora che perfino l’afa

lascia spazio alla coscienza della sera,

sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,

come un naufrago che si innamora

dell’acqua che lo strangola e si abbandona

ad occhi aperti ad un infinito abbraccio.

Sarebbe tempo di percorrere le strade

dei perché lasciando a casa le borse

dei come, cercare una voce, una chiave

nelle ossa spezzate dei cani o nella carne

soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,

se il tempo non fosse fragile, imperfetto,

regolato da cronografi tarati male, ancora

soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,

costretti a fare algebra dell’aritmetica,

sbagliando i più elementari teoremi,

contenti, in fondo, di fallire gli schemi

essenziali, le basi, i calcoli, le proporzioni,

felici, nonostante tutto, di sprecare un’altra

estate fingendo di studiare, per poi tornare,

assetati, vibranti, al primo giorno di scuola,

immutabilmente, finché sussiste la speranza

di settembre.

***

 Con sollievo

Sì, lasciamo che il testo

trovi la sua strada, l’oggetto, il messaggio.

Niente sarà sprecato, non un gesto,

un sorriso, uno slancio, un pensiero

dedicato a lei che, ferma di fronte

al portone serrato del sogno, ci dava

appuntamenti per il giorno sbagliato,

ridendo, giocando a scardinare il tempo

che giocava a dadi, distratto, muto.

Lasciamo che il verso trovi

per sé e per noi la sua strada, il suo senso.

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”.

Forse, magari nel regno del sonno, quando

sarà pace il silenzio e prato il respiro,

ci sarà detto dove conduce il sentiero

e diverremo noi il cammino, saldo, sicuro,

ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,

ed ogni interrogativo irrisolto sarà arte

arcana di filosofia astratta e carnale, volto

incrociato lungo un viale straniero, quando

è già quasi sera, e, con sollievo, non si è certi

di distinguere buio e luce, falso e vero.

***

E’ meglio scrivere di riso che di lacrime.

                            Perché il riso è il segno dell’uomo.

                                                     F. Rabelais

  I bambini là fuori

I bambini là fuori, ridono di gioia

vedendo uno sprazzo di sole

che sbuca tra le nuvole.

Sono gli stessi con cui, tra qualche anno,

dividerai il buio degli sguardi e il silenzio

delle parole.

Sono gli stessi che sfrecceranno sulle strada,

ombre tetre, mutilando la carezza

delle foglie.

Forse lo sono, anzi, lo sono certamente.

Ma intanto ridono, e alzare la testa

per vedere il sole, è anche per te, ora,

una forma vitale di follia.

***

     Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,

irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi

gelidi, incolume, feroce, ancora serena.

Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,

senza pagare lo scotto, la ruga che scava

la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.

Passarle addosso il peso del corpo e lamiere

squadrate come si fa con l’asfalto, confidando

nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.

Ma l’asfalto si squama, si sgretola.

La strada non è la stessa. Lacera, deborda

la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.

Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,

e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti

blaterare tra i denti frasi che si schiantano

sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza

del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,

una danza imparata da bambino, gambe

salde tra i grumi e l’aria, cosparge

cantando la strada al giusto livello, la quantità

ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta

farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo

dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail

con la coda dell’occhio lasciando solo un esile

spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde

di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,

sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra

del tutto, del niente.

***

 

    Qualcosa dentro

 

   Qualcosa dentro ancora non si adatta,

non si adegua, continua a pulsare per moto

proprio, ad ammalarsi, a guarire, con impulso

autonomo, indipendente; scorre la vita

a dispetto di te, ti porta, immobile, su lidi

secchi, inattesi, proprio nell’attimo in cui

senti che niente muta il niente che, lento,

divora.

Ma qualcosa ancora non si attaglia,

non si allinea. Sfiora la superficie un pensiero

cristallino, perla di luce ignota, tanto salda

da farti oscillare, scivolando via da te

con riso stranito, sognando il tonfo, il crepitio

sarcastico dello schianto, il profilo cupo

dello scoglio. O un prato semplice, bambino,

dove la distanza è solo

il salto di un fosso, di slancio, ad occhi chiusi;

l’attimo in cui la mente diventa riflesso dorato

di sole, riso profondo, leggero, del cuore.

***

   Non è più concesso

Non è più concesso, o almeno opportuno,

lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano

sogno, brivido che squassava la schiena,

speranza, pazzia. E’ bene guardare, ora,

la foglia che cade sul tratto di via

che hai di fronte, prendere il sole che c’è,

amaro o scialbo, non importa.

Adesso c’è il vento che sposta la foglia

sfiorandoti i piedi. E conta soltanto vedere,

con gli occhi spalancati, se l’aria che la muove

è brezza lieve o fiato di treno marcio d’olio

e di distanza. Tonnellate di ferro corrono costanti,

e, nell’attimo in cui ti sembra di cogliere una mano,

uno sguardo dal finestrino, ti distrae il grigio

e il viola, la venatura quasi pulsante della tua foglia,

che appare anch’essa, per un istante, intrisa

della stessa lontananza.

***

 Se questa tregua inattesa del tempo

Se questa tregua inattesa del tempo sia affanno

o euforia, lo dirà forse il respiro di carne che abita

nel buio di ossa umide, oscure come grotte di Matera.

Se saperti distante e vicina, prossima alle braccia,

alle dita, remota come isola bianca in atolli di palme

e corallo, sia quiete o cerchio di acque infestate

da ilari squali, è corrente ancora incerta, verdetto

inespresso del mare, capriccio di rottami e maree.

Se ascoltarti giurare che oggi più che mai mi ami

sia premio o condanna, bacio o ferita, è come cercare

nei versi un profumo di donna sincero di vita, deciso,

malioso. E’ assurdo, sbagliato, frustrante. Ma un mattino

ti svegli e assieme al passo malfermo del cuore e alla corsa

della barba da rifare, c’è un profumo insistente che aleggia

nella stanza. Dolce da far ridere, da incutere timore.

Non è tuo, non ti appartiene. Eppure ti segue, ti alita

accanto. Dolce e tenace da fare urlare di rabbia. Dolce

e tenace da inorridire. Dolce e tenace da farti vivere,

provando a respirare.

***

Quale amnistia?

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?

E’ cosa da poco, in fondo, la morte, banale,

veniale o giù di lì, di sicuro scontata,

garantita come una sentenza, o un elettrodomestico

Philips con controllo illimitato di qualità.

Perché tarda allora l’indulto al vizio comico

del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,

questo abuso, tale misera esuberanza, ma

fu solo mirabile tautologia.

Almeno allora uno sconto di pena alla pena

dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,

il lusso di un carcere aperto alla speranza

della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi

colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe

le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,

e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

***

Sandokan

Abbiamo rivisto insieme, tu ed io,

passato a tarda ora, su una rete infima,

minore, “Sandokan”, lo sceneggiato

a colori di una gioventù ruggente.

Abbiamo provato di nuovo a sognare

album di figurine da riempire

a poco a poco a scuola, durante le lezioni,

lasciando una sola casella vuota, quella

che manca, per fortuna, la Perla di Labuan,

da cercare domani, sperando

di non trovarla mai.

Ora però, neppure gli occhi della Tigre

cerchiati di kajal, sanno più ipnotizzare,

è sbiadito il rosso del sole, l’India domestica,

chiosco abusivo di Cinecittà, sa di zucchero

caramellato andato a male.

Passa adesso, eterna, inesorabile, solo

la réclame. La segue e la incalza una canzone

anni settanta; “la piazzetta del mercato è ancora

là”, sì, ma il sorriso da contratto del cantante

biondo tinto somiglia troppo, ora, a un ghigno;

o forse a un pianto.

***

Quando neppure la rabbia

Quando neppure la rabbia basta

a riempire il vuoto di cera e candeggina,

lindo il parquet, a specchio il vetro

e il tavolo, mentre nel solaio pasteggia

tronfio il grasso sorcio nero, ineluttabile.

Solo un diaframma di muro sbiancato

appena sopra la testa a separare

lo sterco dalle foglie tenere,

laccate a lungo con lo spray

apposito: il geranio e la gardenia

esposti agli occhi e al vento

davanti alla finestra spalancata.

***

Ascoltare

Scorre piano il fiume che non vedo,

flusso muto nell’ipotesi di vite

fluttuanti. Braccia soffici di puttane

stringono sogni strozzati

nel cellophane.

Manchi tu,

inutile bere brodaglie colorate,

aspirare a bocca aperta l’aria

rimescolata a vuoto dal ventilatore

che si agita e si scuote come una testa

enorme che fa segno di NO.

Manchi tu,

stasera più che mai. La stanza

è ferma, trema, nella nuca, il mondo,

sospetto, certezza che domani

la finestra di aprirà sul nulla,

la coscienza del fluire annegherà

in se stessa. Restarai tu,

Ofelia serena, folle di saggezze

antiche assetate di rose e sospiri

lievi di menzogne d’amore

che senza te non so e non voglio

ascoltare.

***

Nella fame vorace

Finché faremo ombra al sole

su scale di marmo esile, quasi

chiaro, livido di passi d’acqua

e polvere, torneremo a chiederci

dove, in quale tana di serpe, quale

mistero di occhi incrociati

per sbaglio è celato l’enigma

della luce, trama d’acciaio e refe

calata su ossa rose da lente ferite.

Se ci vede, ci cura, ci consola, o se

invece serenamente ignora,

il chiarore sublime, la molecola,

il circuito di neuroni che piangono

e ridono fuori tempo, fuori luogo,

ai margini di ombre in cui finisce

sempre per raggiungerci. Eppure

nell’occhio sbarrato, nella retina,

resta un’immagine, ramo sfiorato

da una carezza di sole, mano calda

sul cuore, sul costato.

E la luce si perde, e si ritrova

in un tepore che nega la domanda

nell’atto di ripeterla, afferma un nulla

che nessun tutto potrà annientare,

un tutto che contiene una scommessa

persa con qualche spicciolo di gioia.

Sogno veloce, tenace, nella fame

vorace del risveglio.

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Ivano Mugnaini si è laureato in Lettere presso l’Università di Pisa, è autore di testi di poesia, prosa e saggistica. Cura il sito letterario “Dedalus, corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, http://www.ivanomugnaini.splinder.com

E’ socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa.

Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui “Il Teatro di Campana”.

Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai – Radiouno e di Radio Alma di Bruxelles.

Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia “L’Astrolabio”.

Il suo racconto “Desaparecidos” è stato inserito dell’Antologia “Parole di Carta”, edita da Marsilio.

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E’ stato premiato o segnalato in alcuni concorsi letterari, tra cui:

Premio “Eugenio Montale” (Roma) – Sez. Inediti Italiani –   Premio   “Leopardi” , Recanati ;  Premio    “Lerici-Pea” (SP) ;  Premio  “Nuove Lettere”   Istit. Italiano di Cultura (NA); Premio “Teramo” (TE).

Ha pubblicato la silloge “CONTROTEMPO”  e la raccolta di poesie “INADEGUATO ALL’ETERNO”, (Felici editore, Pisa). In prosa ha pubblicato le raccolte di racconti “LA CASA GIALLA” e i romanzi “IL MIELE DEI SERVI” e “LIMBO MINORE”  (Manni, Lecce).

Tra i critici ed autori che si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell’Aquila, Walter Mauro, Andrea Camilleri ed altri.

Segnalo, inoltre, alcuni lavori di Ivano Mugnaini, pubblicati a cura di Francesco Marotta su La dimora del tempo sospeso:

  • Inadeguato all’eterno:

http://rebstein.wordpress.com/2008/07/21/inadeguato-alleterno-di-ivano-mugnaini/

  • La congiura dei pazzi:

http://rebstein.wordpress.com/2008/09/11/la-congiura-dei-pazzi-di-ivano-mugnaini/

  • L’amigdala:

http://rebstein.wordpress.com/2008/11/19/lamigdala-un-racconto-inedito-di-ivano-mugnaini/

  • Il palcoscenico naturale:

http://rebstein.wordpress.com/2009/02/18/il-palcoscenico-naturale-di-ivano-mugnaini/

  • Viale Voltaire:

http://rebstein.wordpress.com/2009/02/18/il-palcoscenico-naturale-di-ivano-mugnaini/

  • Il mondo nuovo:

http://rebstein.wordpress.com/2010/01/26/il-mondo-nuovo/

  • Panta rei:

http://rebstein.wordpress.com/2010/03/05/panta-rei/

  • Il faro di Ustica:

http://rebstein.wordpress.com/2010/03/26/il-faro-di-ustica/

  • Nota critica a “Ritorno alla spiaggia” di Lucetta Frisa:

http://rebstein.wordpress.com/2010/06/19/una-lettura-di-ritorno-alla-spiaggia/

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