Giorno: 27 giugno 2010

Ivano Mugnaini – poesie (post di natàlia castaldi)

 

Ivano Mugnaini

[…]

Lasciamo che il verso trovi

per sé e per noi la sua strada, il suo senso.

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”. […]

 

                  poesie di  Ivano Mugnaini

 

         Un sole ritrovato

Il tempo, tarlo ilare, ti lascia spossato, sereno

quasi, a chiederti come, per chi, per cosa si possa

ancora resistere. Nel trionfo di ombre ricurve,

sorrisi acquistati in negozi blu metilene,

nel riemergere di relitti adulanti, vedi

riflesso un cielo senza tempo umano, liturgia

becera e ostinata del nulla interrotto soltanto

da auto, caffè, creme antirughe, deodoranti

dai taumaturgici poteri. Ma nell’atto del cedere,

nel riso spento, vano di resa, ti squarcia, ti salva

rabbia densa, lava, coscienza, molecola, un bosco,

una fuga, il gelo, il fuoco, paura e fame

di respirare. C’eri anche tu, ci sei

nei boschi, nelle macchie, nelle vie esposte

agli occhi d’acciaio delle finestre, è tuo il sangue,

il tremore,  non è dispersa la lama di un sole

ritrovato. Oggi è ancora fitto il buio, urla

grida soffocate di iena, di faina, avanza

astuta la minaccia camuffata, veli di tulle e organza.

Non resta che guardarci in faccia, risalire

zaino in spalla antiche mulattiere della mente,

offrire al piombo e al vento il petto e un riso

d’alta quota, canto assurdo, che sa di futuro:

dire ancora con avida gioia un sì e un no, l’orrore,

la speranza di un eterno divenire, la certezza,

volo di farfalla che smuove il cosmo, il tonfo, la rincorsa,

quasi dolce, quasi lieve, del ricominciare.

***

Inetto a raccontare

Inetto a raccontare la propria verità,

finì per non credere, neppure lui,

il naufrago, al sale dell’onda

che gli bruciava le labbra

e gli chiudeva la gola.

Soltanto una visione, gli restava,

una sola: l’attimo, fulmineo,

della caduta. La testa lieve, quasi

dolce il sangue, il corpo che si adagia,

inerte, ad una specie di riso

che ti prende, mortale.

Le braccia distese, sconfitte, a cercare

l’abisso. Ma neppure questo era concesso

in dono. L’onda, dura come marmo,

si fece soffice, per accoglierlo,

soffocandolo di lentezza infinita.

Nel dondolio incessante, irridente,

riesplose nella testa la domanda

di sempre; speranza, forse, di trovare

una ragione. C’era solamente l’urlo

del sole ad ascoltare.

Dopo giorni lunghi come anni

gli sembrò una beffa il saluto della nave

mercantile passata per caso nel suo tratto

di mare, pronta a raccoglierlo, a salvarlo,

quando, quasi, era riuscito a dimenticare.

***

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Alessia Fava – PANCIA DI CARTA

 

Nel presentare quest’opera io partirei dalla dedica: “Alle mie radici e ai rami estesi”. Come a dire: da un lato una sorta di rivendicazione e dall’altro lato un percorso. Se è vero che in ogni percorso è insita un’idea di crescita si potrebbe dire che in questa pancia di carta la parola transiti nel fitto reticolato delle radici sotterranee coagulandosi con la madre terra (“Nelle crepe lacerate / di solitudini affrante, / è madre suprema: / accoglie nel volo leggiadro / figli piegati di ossa e carne / sul sentiero del domani”) e che solo in seconda istanza decida di tentare un’effrazione per portarsi alla luce. Ed è da questo punto in poi che comincia la messa in opera di una sorta di caduta. I dettati poetici cominciano a disseminarsi in varie direzioni e sembra che amplifichino proprio un procedere dall’alto verso il basso. Quasi a significare che quei rami estesi, pur rappresentando una prosecuzione, cerchino una sorta di ritorno al tronco che li ha generati. Difatti l’autrice, per la regola della riconciliazione dei contrari, nel propagare il suo verbo, non dimentica la sua provenienza: quella madre terra che non esitiamo a correlare proprio con la pancia (“Ha braccia calde la mia terra, / di campanili stanchi di pietre / e vicoli ciechi in fiamme, / nel vocìo di ieri fa roseti / di cenere acre, e bende/ al crepuscolo”). Siamo in presenza quindi di un doppio movimento. Un primo movimento, essenzialmente intestino, volto a trovare o ritrovare l’altro da-sé-in-sé (la pancia), e un secondo movimento in cui l’autrice tende ad incontrarsi e scontrarsi con l’altro che viene da fuori, al fine di creare come un regime di “contiguità” (“Dita contro dita. / sentirti stringere / frammenti d’aria rossa / tatuata su di me”). Non sempre quest’incontro si risolve in una fusione ma anche le disillusioni fanno parte dell’ordine e del disordine delle cose della vita (“Di stalattiti friabili / ha ricamato il soffitto / e, con raffiche di solitudine, / ha assediato la mia stanza chiusa”). In realtà l’autrice sembra proprio propendere per la mancanza (“Rotolare sugli spilli / è restarti lontana, / saperti altrove, chissà in quale stanza, / ogni volta che il mio pensiero / ti prende per mano”), quasi come se fosse più gratificante desiderare piuttosto che possedere (“Potessi saziarti di sorpassi / e sanguinanti assenze, / sfiorarti le labbra con gli occhi, / sfumarne i contorni. // E non saper distinguere / il tuo corpo: / dove finisci tu, comincio io”). Le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio (“Vorrei toccarti / per accorgermi che esisti davvero, / che non sei più lontano, / che non sei solo un riflesso”) e per citarle tutte si rischierebbe di trascrivere buona parte dell’opera. Ma quello che qui conta non sono tanto le ricorrenze tematiche e concettuali quanto l’idea aprioristica che lega il titolo dell’opera a una predisposizione essenzialmente femminile. Scrivere con la pancia o scrivere di pancia è una prerogativa che si conferisce solitamente alle donne, anche perché il ventre femminile è il tramite che permette la continuazione della specie, è il ricettacolo nel quale la vita, per così dire, compie il suo apprendistato prima di portarsi verso l’esterno. Solo la donna può scrivere di pancia, solo la donna può scrivere sull’essenza e sulla natura della pancia. Ed è proprio la sua natura femminile che le permette di scrivere: “Eccomi vetro – frantumato al sole, / fonte di ignari riflessi accecanti – / contagio clandestino disegna metafore, / sinuosi desideri oltre la carne. // Fili d’erba i miei capelli sul tuo ventre, / muschio che accanisce pulsazioni. / La paura è che il cielo si ripeta, / che il soffitto si squarci e raggeli la scena”.

 

Nota d’acciaio

 

 Nota d’acciaio, stridente

sull’erba degli anni, sei risacca

metallica dalle ciglia bendate.

Figlia di notte afona, sparsa

alle rive di carne, nel saccheggio

di lacrime il costato a lacerare

i gomiti tesi lungo i fianchi,

non più inarcati in ovali di vene

rotte di vetro da ieri.

Hai voluto piegarmi di sete,

perseguitarmi di stelle

e ora sono disalberato,

sono stelo d’inchiostro,

genuflesso, stracciato di spine,

aperto all’incurante lama del tempo

ghignante. Nota d’acciaio,

ago confitto nelle pieghe

del cuore, violento sentire

che incedi con passi d’acqua

al cielo nerissimo, dolente

nella dolce pioggia ti spegni

in cenere e mi fai metallo,

senza rumore, stonato di me.

 

 

Fotogrammi

 

 Dilato la memoria,

la strappo, la ricucio

lentamente di calore,

in movenze

traslucide nell’acqua,

flessibili nel silente

spazio conico di un sì.

A dissetarsi,

in fotogrammi

di acqua rossa scolpita,

dilato la memoria.

Ti chiudo in un pugno,

raggio migrante,

ti chiudo in questa storia:

dall’incavo liquido del ricordo

la tua sembianza non è più remota.

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