PENSIERI IN ROSSO

Sono in prima fila, il sottofondo musicale è una lenta melopea di motori sedati: il semaforo è rosso.
Un tabellone luminoso m’informa che 31 gradi centigradi mi stanno inumidendo la faccia e la schiena. La mia macchina non è dotata di impianto per l’aria condizionata ed è lurida dentro e fuori. In compenso vanta un’elegante ammaccatura sul lato sinistro, regalo di un autobus dell’azienda municipale che se la svignò alla chetichella dopo il fattaccio. Augurai al conducente una psoriasi violenta. Il ricordo sanguina ancora, torniamo al semaforo.
Dal finestrino aperto, preceduto da sgradevoli miasmi di sudore e idrocarburi combusti, il sorriso di un africano pretende di convincermi ad acquistare il solito pacco di scadenti fazzoletti di carta.

– DAI CAPO, PRENDI! DÀ QUELLO CHE VUÒ.

Addestrato dalla consuetudine a difendermi da questi assalti all’arma bianca, reagisco prontamente con una collaudata resa incondizionata. Funziona sempre, se compri poi ti lasciano in pace – tutta questione di acume tattico. Gli dò un euro.
Dallo specchietto lo osservo proseguire la sua tournée tra le auto in coda. Il suo abbigliamento si limita allo stretto indispensabile: canottiera rossa, jeans moderatamente sporco, scarpe sportive di marca, certamente contraffatte. L’afa e la noia m’inducono oziose riflessioni.
Sarà un clandestino? Probabile. Clandestino, cioè irregolare, abusivo, illegittimo, non autorizzato.
Mi chiedo come questa qualità possa essere seriamente applicata ad un essere umano per il solo fatto di esistere e di aver scelto di risiedere in un qualsiasi posto di questo pianeta.


Irregolare. Può una persona essere definita “irregolare”? Sembra una burla:

– BUONGIORNO, PERMETTA CHE MI PRESENTI, MI CHIAMO ICS IPSILON, MA SONO IRREGOLARE.
– AH SÌ? E COME MAI?
– SA, ESISTO E CERCO DI SOPRAVVIVERE, MA QUI DA VOI NON MI HANNO AUTORIZZATO A FARLO.
– MA NON MI DICA!
– E INVECE GLIELO DICO. AFFERMANO CHE IO NON SIA LEGITTIMATO A VIVERE QUI, MA AL MIO PAESE SAREI GIÀ MORTO AMMAZZATO, DI FAME O DI MALATTIA… EPPURE QUI NON POSSO RESTARE. E’ EVIDENTE CHE COME ESSERE UMANO SONO ABUSIVO.

Una conversazione surreale, penso, e sorrido. Comunque gli ho dato un euro.
Il caldo mi assedia implacabile, il semaforo è stabile sul rosso – sarà inceppato? Cerco ancora riparo all’ombra di probi pensieri umanitari.
Se uno fuggisse da persecuzioni politiche, da un cataclisma o da altre sciagure collettive come la carestia, la guerra portatrice di democrazia o il genocidio, dovrebbe essere almeno risarcito con il mesto titolo di “profugo”, non marchiato con quello di “clandestino”, o no?
Mi interrompo, quello nella station wagon dietro di me nemmeno l’ha guardato in faccia. Il venditore di carta da naso non appare in vena di insistere, deve aver imparato che per alcuni è invisibile malgrado il suo deciso colore da senegalese, oppure fa troppo caldo anche per lui. Riprendo.
Se poi il profugo suddetto si rifugiasse qui da noi – si noti il verbo, “rifugiasse” – dovrebbe obbligatoriamente essere beneficiato del triste appellativo di “rifugiato” desumo, congratulandomi con me stesso per la logica stringente delle mie meditazioni.
Sulla Terra nessun essere umano è clandestino, insisto, immaginandomi mentre parlo ad un attento uditorio. Una massima talmente vera, quest’ultima, ma così lontana dalla realtà da apparirmi subito irrimediabilmente ingenua. Almeno io gli ho dato un euro.
Il terzo – o è il quarto? – automobilista della fila lo allontana bruscamente, agitandosi quanto basta ad esibire la squisitezza di un grizzly. L’ambulante contrattacca ignorandolo, seguitando lento a risalire il fiume di automobili.
Malgrado mi stia liquefacendo nella mia sozza auto che non conosce vergogna, mi conforta il sapere che tra qualche secondo il semaforo darà il via libera. So anche che quell’euro che ho scucito, e tutte le altre monete che lo seguiranno, non basteranno a pagare il riscatto per una coscienza sequestrata da un semaforo rosso. Anzi, quei pochi spiccioli formeranno gli anelli della catena che imprigionerà il nero e tutti gli altri come lui a quel semaforo.
La mia lercia auto non conosce vergogna. Io sì.

7 comments

  1. qui a Padova non se ne vedono.In giro ai semafori ci sono storpi di tutti i tipi, non africani però. In centro, la strada che faccio tutti i giorni come i gironi dello stesso consueto inferno, c’è lei:la matta.Parla sempre con qualcuno, un qualcuno che lei sente e vede.Bussa al vetro e quando le do’ qualcosa mi dice grazie signora con molta gentilezza.Non protesta mai,fuma come una turca,sempre, e veste “alla moda”,la sua moda.Potrebbe fare fortuna come stilista.
    Non voglio scherzare, ma quelli che assillano, e anche loro sono in un inferno, sono le persone che chiamano al telefono per convincerti di cambiare contratto dell’enel, dell’energia che dovrebbe essere meno costosa e più pulita e mi domando, ma se è così perchè non la usano come energia per tutti e non consumano la mia, ogni dannato giorno,a rispondere che sto per uscire, che non mi interessa, che no, che…E non mi vergogno, mi difendo dai cani che vorrebbero azzannarmi, quelli che si nascondono dietro le fila dei telefonisti, mettendo loro a riscuotere la dose di insulti e da bastonare se non fanno affari.f

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    1. e la cosa peggiore Ferni è che quelli che ti martellano per telefono sono degli schiavi sfruttati per otto ore di lavoro al giorno con un paio di cuffie nelle orecchie, senza fisso base come stipendio, contratto a progetto e pagamento mensile a provvigioni. questo è ancora più triste, lo so perché l’ho fatto per un anno e da allora non riesco più ad usare il telefono neanche per sentire le persone amiche.

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      1. ” E non mi vergogno, mi difendo dai cani che vorrebbero azzannarmi, quelli che si nascondono dietro le fila dei telefonisti, mettendo loro a riscuotere la dose di insulti e da bastonare se non fanno affari”

        Infatti non me la prendo con loro, ma con gli aguzzini che hanno alle spalle e mettono loro in prima linea come ho scritto.f

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          1. il fatto è che, diversamente dalla strada, in cui qualcuno trovi (anche se anche quelli per strada sono soggetti a sfruttamento) dietro al cornetta ci sono voci, di persone che non sono persone, e spesso le reazioni sono violente, molto più violente di quelle di chi chiede che tu compra qualcosa per strada o ti vuole lavare i vetri.

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            1. in questi giorni, forse negli ultimi mesi, sono di una stanchezza incredibile, ma ho sempre avuto in mente l’idea di scrivere un articolo/racconto su quello che succede in quei bunker, in quegli stanzoni pieni di persone e vite. ci sono delle realtà aberranti. dovrei proprio prendere il coraggio e scriverlo quel acconto.
              un abbraccio Ferni ed uno a Gino (grande!).

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  2. Grazie, ragazze, per la lettura ed i commenti. I migranti sono forse il sintomo più visibile della malattia che in quest’epoca pare sia in fase terminale, il sintomo di un capitalismo morente che sta spremendo le ultime risorse del pianeta e quelle umane, prima della fine… bisogna reimparare a lottare, per fermarli…

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