L’ARMATURA DELLA ROSA

Le lettere, insieme, formano l’assenza.

Così Dio è figlio del Proprio Nome.

R.B.

Prima

prima che esca

prima che nasca

prima ancora che ci sia un corpo    c’è

un segno sotto

là sotto la terra

un testimone  che non parla

un luogo che  aspetta.

C’è la trama di un testo

e il  gesto di un verme  forse un atto  di tragedia

e sconfina   il suo disegno    va oltre la scrittura.

Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro,

perché la ferita è invisibile al suo inizio.

R.A.

Il  seme  pone con cura la sua storia

tra un prima e  domani dispone con grazia la sua morte

con lievità depone una  resurrezione.

Torcendosi alla luce cresce   esce dal cuneo  quel nucleo che tumula

sempre la sua attesa.

Vedere è attraversare gli specchi.

In fondo, c’è la notte dell’ultimo astro.

R.E.

E’ una notte senza luci     l’inferno

precipita   ogni giorno  in sé stordendoti  come una danza

o   dentro la bestemmia di una sorte  muta  il salmo che non sai.

La vita è un veleno che si beve adagio

Niente al confronto possono i  fulmini che strappano le fibre

le orde degli insetti la catastrofe dell’inverno quando i  rasoi ti strisciano

sull’osso è il corpo   che ti si disfa addosso.

Una debolezza lancinante  diventa sistema e nei sensi   assieme alla paura

quella linfa sempre più s’intarla nel centro del tuo frutto.

Ordito e  trama si armano tessendosi l’un l’altro sul dorso

ancora un poco la morte     un poco di più l’ombra     e il mistero

che lento si avvicina ti raggrinza le  pieghe del ventre

ora che il verde non è che un’ insegna sbiadita

un precipizio dove l’ora  non conta i suoi giorni e i mesi e gli anni

in te sono fitti come aghi    una cintura di bianchi  spinosi

aculei nella polpa  del sogno    l’inizio non ancora perduto.

Si nega ancora un poco   quel nero sopra le foglie

amaro ancora di più appena l’alba solleva le sue tende

cammina cammina s’incammina verso una luce che tu sola vedi

inchiodata nell’invaso tra  i silenzi di tutto ciò che non si mostra.

Lieve attorno alla cinta delle mura da cui pensavi d’essere difesa

ancora più vicina  alle case dei malati

un rovo di pensieri   dove una volta c’era la scuola

un ciclo elementare tra le sostanze delle piante

le puntigliose guerre delle larve  gli  uncini acuminati delle vespe.

C’erano sortilegi legati alle curve di quei ponti

d’aria    dietro i muretti    altre rose ti tendevano gli agguati.

E il legno verde   la tua unica gamba

la radice in cui ti eri  nascosta in settembre s’è seccata

quando avevi cominciato ad esistere nel suo ovario.

Ma lei, tua madre, aveva detto che si doveva aspettare

ancora aspettare,  perché  mettessi le prime foglie.

Un istante basta a prendere coscienza d’un secolo.

R.K.

Mi chiedo come una rosa possa avere memoria.

Eppure questi accadimenti ricordo di averli visti

di averli vissuti nella linfa e

non avevo nemmeno un anno

anzi non ero ancora nata

avevo forse  un segno scritto dentro il fianco

là dove la nonna mi punse  con i ferri da calza

preparandomi  all’inferno.

C’era una  casa     la sentivo

una grande casa che odorava di cere e di fumo

e intorno  mia madre

si stendeva mani bocca e piedi oltre le stanze al di là  delle pareti

superando le porte e le fessure dei legni.

Vedevo enormi tesori crescere negli specchi delle sue voci

ricordo le immagini allungarsi nelle profondità di quelle prospettive

infittirsi agli stipiti dei balconi rigati di vuoto per lo studio dei tarli

rigirarsi agli angoli nelle sagome dei piedi che si facevano gradini

sopra le scale dove la notte si fermava al limite dei cassetti

nelle ghiacciaie della cucina

nelle cove delle madie imbevute come spugne di un odore aspro

di vino rinchiuso troppo a lungo

e il pane sapeva di muffa nel profondo del buio.

E’ questa la mia veste

è questa mi dico

l’armatura della rosa.

Un’ombra non è altro che un’ombra.

Il linguaggio è solo l’inizio dell’origine.

2 comments

  1. grazie Gino.Ho deciso di darmi un po’ di tempo, mi sono presa tre libri che voglio leggere in questi giorni, intanto che curo l’armatura della rosa che, da come ha preso inizio, mi si è mostrata come una raccolta, come quelle che il giardino di casa mi offriva.ferni

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