Di ieri e di oggi, che poi è lo stesso – Appunti improvvisati – poesie e prose di Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Le rose precipitate – foto di Pier Maria Galli

 

[appunto improvvisato ora, perché non si ascolta se lo leggi]

da quale vento, e prima che l’aria possedesse un qualsiasi
movimento o squarcio tenue dove entrarvi, potremmo essere piegati
o anche soltanto scivolati nell’attimo successivo, quell’attimo
che è sempre più recente di noi che stiamo sempre quei pochi passi indietro
rispetto al punto più sensibile dell’assoluto da dove giungono sempre quei venti
che non hanno mai avuto inizio né cielo e quell’ora stabilita che meriteremmo
che è poi quell’aria che è un tempo che respiriamo, che è adesso

(ora, da mattina)

*

[gesto n. 8 (forse nel 2005, forse ora, forse mai)]


prima i tuoi seni smontati sul comodino.
poi le singole parti di una caffettiera
questa mattina alle 6.45.
come una trama a parte,
occorrerebbe ricostruire pezzo per pezzo
in cima ai tuoi capelli il viso e
la distanza esatta tra il mio letto e la cucina,
e l’occorrente per fare
la tua molteplice bocca.

(quasi spiegarsi a gesti
per farsi capire
dalla parola amore)
*
(un film sulle acque emerse)

c’è un’ora che è mattina
dove il film esita e
ogni grammo della pellicola
finisce lì.
ci sono due attori che si amano.
è in una certa ora della mattina
che precipitano lì
dove le mani e le labbra
hanno peso.
il paesaggio di canneti dà su una finestra
che è il pretesto degli amanti.
lui e lei dialogano di parole che cadono
verso la parte più bassa della pagina,
anch’esse. come loro che parlano.
come la finestra che li contiene.
scrivono i loro corpi
interamente e inseparabilmente. lì.
in quel punto della mattina
dove nessuno osserva gli amanti.
e l’acqua non ha più parole.
lasciando i due attori che si amano e
come per davvero
in una statura di cose non dette
che è estremamente più alta di loro.
dunque
una linea ascensionale di pioggia
li spinge a metà di quel film
che si epiloga così come procedesse dopo
sulla luce bagnata di un lago
dove in un’ora che è l’intera mattina
si appoggiano sul fondo senz’aria
delle loro bocche e senza annegare

(giugno 2005)

*


(appunto. 0 e nient’altro)


la perseveranza nell’immaginario è quel gioco di parti avverse,
io ovunque, tu casomai ieri pomeriggio:
la commedia dell’assoluto,
che l’istinto di sopravvivenza rende necessario,
ma non incombente, come quella cosa dolce
che sembra provenire dalle finestre aperte sull’estate e
priva di colori ma solo un tono di gelo,
profili di rami a lungo, e tutto quell’esserci stati e
mai si potrebbe tradurre la rinuncia poetica,
la parola esatta che trattiene sulla pagina che ci sta a fianco
l’esercizio inguaribile delle cose vissute

*
(rileggendo cocteau questa mattina)

(parlava di radiguet) “…mi insegnò il grande metodo. quello di dimenticare che si è poeti e di lasciare che il fenomeno si compia a nostra insaputa…” e aggiungeva “… mi voglio libero dalle tecniche, dall’esperienza – maldestro…” e pensavo al metodo ed allo stile della mia cucina che a volte resta consumata e poi abbandonata per giorni. penso alla poesia di me e della mia cucina, quando ci liberiamo per gioco o per tritezza l’uno dall’altra, senza cambiarci d’abito, né mutare il luogo del nostro amore. poi pensavo, qualche anno fa un patinato esclusivo blog letterario mi chiese dei testi. più, 2-3 foto mie tra le quali scegliere la più opportuna e di descrivere la mia poetica.
(avevo/ho la nausea di tutti questi critici/poeti dai corpi perfetti, così ben recintati e coltivati. e le “loro” case editrici prodigiosamente e, per provvidenza divina e di salotti/reading illuminatissimi, di nicchia)… insomma, trascrivo qui sotto la risposta che diedi:

“(origlio e trascrivo / la morbosità ricrea / mi chiedono cortesemente di parlare della mia poetica / guardare dal buco di una serratura / ma non è poetica, è morbosità / piantiamola per favore di chiamarmi poeta / poi questa mattina c’è un corpo atterrito che ride / che scrive un’antologia improvvisata / impoetica / concreta / irrimediabile, e risponde)

il mio corpo fabbricato nel novecento dopo un finire infinito di perquisizioni, fabbriche abbandonate come certi testi esemplari, roghi senza rimedio e senza fumo né cenere poi, bocche scorrevoli gratis, le mani delle attrici e solo quelle sulla mensola del bagno, le singole parti di una caffettiera alle 7 del mattino, poeticamente l’amore è quella cosa inventata da una sedia al centro di una stanza nuda, le mie dita in assenza di memoria sedute per terra in attesa di una terra dove sedersi, la parola disamore sembrandoci quel riso di un tramonto che si mette tra le colline quando fa beltempo, le principali scene di sesso senza corpi, troppi sostantivi divenuti aggettivi, la parola-cinematografica lavandino, un tardo pomeriggio d’ottobre e guidare piano, l’autoritratto dei miei vestiti ai piedi del letto, carni con quell’aria da bambina, i miei figli che ridono nell’altra stanza che ride ogni volta che i miei figli scompaiono, sedie nude, mattine di fine giornata, seni in cima ai capelli, l’armadietto dei farmaci nel chiarore malato della sera, mia madre che sbiadisce nel retrovisore attraversata dalle luci bagnate dei semafori sull’asfalto in una sera di pioggia, grandi magazzini con infinite maniacali manine protese su coppie perfette d’amanti, entrare nel sesso della mia donna con una gamba poi l’altra e facendo leva sui gomiti spingere dentro il mio corpo da capo a piedi e sparire davvero, il rumore impossibile della prima sigaretta al mattino, scena muta è il significato di come quando fuori piove, baci senza cessare di propagare caviglie sotto il tavolino di un bar, frasi d’amore sulle bocche di bambini conclusi, l’infanzia di una casa disabitata, le bocche vuote delle panchine in riva al lago, il peso insopportabile di una pagina che giro leggendo, un distributore di benzina alle 3 di notte con quella sua ipocrita aria perbene, le luci al neon lampeggianti in una notte che affondano nei capelli di una donna conclusiva, sessi bagnati come la campagna di mattina prestissimo, il romanticismo di una valigia dimenticata in una camera d’albergo, pontili e lenzuola in un pomeriggio ventoso, cinematografi a lato delle autostrade se solo esistesse la bellezza di ragazzine vogliose nei refettori di fine estate e delicatamente sfiduciate, i capelli di una donna rimasti nella vasca dopo la sparizione nell’acqua dei corpi (eccetera eccetera, all’infinito)”

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p.s. (naturalmente non pubblicarono nulla di me)
p.p.s. (giornata così, ossia no) (con i titoli di coda che scorrono precipitando tra i posti a sedere in fondo alla sala)

*

[appunto quasi improvvisato per come lentamente mi faccio lettrice]

è soltanto il rumore delle cose quando
ti allontani da loro, improvvisare a scrivere o
forse sempre messo nero su bianco,
la ragazza immaginaria
che si stacca dagli occhi del passante
c’è come una carta da parati o forse
la trama che lui ha appoggiato sopra un tavolo
come apparentasse lei ad una disciplina di frasi
ad una deposizione di cose dovute
ai piedi di una fermata domestica che li regge
nel suo privato provino di coppia.
semmai lui l’avvia nel sonno complicandosi
(fatina fatina
sparuta abissale
bambina)
perché la voce è dolce ma non necessaria
come quelle tappezzerie che la vestono
sul fondo delle tazzine in certe mattine d’estate ieri oggi o casomai
tra le prime cose da dirsi ed i movimenti d’un cameriere
che orienta nel suo passaggio le ombre tra loro.
se solo si potesse documentare la direzione
che insegue i conducenti e quindi spianare le bocche
lungo un corso d’opera come li esclamasse in disparte
da certi dossi che le parole raccolgono
loro che chiudono la stanza fuori dalla porta e
lì un sorso definitivo è inventariare le dita tra i capelli di lei
spingere le mani a quell’ipotetica bellezza appoggiata
sin dove frana la sponda nel lago
e al carteggio di visi che lo versa nello sfondo
in quell’insidia amorosa che lo usa sopra una parete nuda
o dietro ad ogni donna seduta

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4 comments

  1. Salvati tutti,i testi di questa serie.Hanno un taglio particolarmente efficace e inconsueto.Sono vivissime. Grazie Nat.ferni

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