Giorno: 14 giugno 2010

Da “Quattro Quartetti”: day three, day four, day five. Daniele Gennaro

Il terzo giorno si apre con mustacchiosi sbaffi di sole sul cuscino la finestra
Rimasta aperta per la notte il primo pensiero la letteratura accumulata sul comodino
Mia moglie dorme i figli chiacchierano ridendo sollevando pieghe rosse
Nel buio penombra assonnata con l’indice tolgo polvere dalla costa viola
Del libro.

Quello che vede o intravede il poeta sporgendosi dal suo teatro celeste
Meraviglierà probabilmente anche lui che di nulla si meraviglia
Durante la vita non aveva vissuto aveva bevuto molto conosciuto uomini
Chiesto con discrezione appuntamenti a donne incontrate nei caffè di Lisbona
Con poco o nullo successo pareva un piccolo pavone spaventato dalla sua coda
Quando parlava di sé veramente togliendo il pesante cappotto della finzione
Diceva di avere un cuore freddo una freddezza dolcissima stremata però al
Servizio dell’immaginazione e dell’intelligenza la trasparenza accecava di
Precisione il linguaggio non senti leggendolo odori né fruscii di carta solo specchi
Ombre lievi rumori di acque epifanie di colori temporali nascosti dietro le nuvole
Tessuti sfrangiati brandelli piccoli pezzetti di realtà solo luminosa nitidezza.
Pensarsi fuori dai confini venire pensato in realtà alla fine credo che l’avesse
Ridotto a un’ombra perduta nel nulla un sogno sognato per procura essere tutti
E nessuno allo stesso momento intrappolato nel segmentato pallore dell’esserci
Allora inventare Caeiro ad esempio gettarsi nell’estremità negata dell’anima
Dentro gli interminabili crepuscoli dell’occidente marino luce interminabile
Svende per poco il dolore sentito ripulendo il cuore dall’autunno dalla
Mistica invadenza della filosofia una grammatica della mente e dell’occhio
Contemplare la superficie della realtà ma l’infinito ritorna con de Campos
Il fluire della natura è rabbia prepotenza del cuore ritorno dei sensi inzuppandosi
Di alberi fiori abbeverandosi ai mari offendendosi per poco farsi rissoso ambulante
Malato inebriato retorico ingorgo di letteratura tutta antica e moderna.
Le tende si abbassano le cose troppo piccole per un cacciatore d’infinito ritornano
Le frantumate malinconie afferrare un pugno d’acqua nell’istante della sete.

La gola piena del gustoso sale della vita sì ricomincio da Whitman canto il corpo
Elettrico la forma femminile la libertà la musica la potenza dello sguardo la fame
Di terra mondo limiti forzati miti abbandonati sulla riva trasparente del fiume
Il viaggio di Pessoa riassume il prima il dopo l’andar per mare il ritorno il cammino
La forma e la dissoluzione delle cose l’innaturale presenza fermata dei venti.

Il cuore traduce in stupore delicato la perfezione innaturale del sentimento provato
Il lato celeste dell’uomo la grande avventura del viaggio terrestre siderale la forza
Tenace della fuga la descrizione presente dell’utopia e della speranza.
La poesia sapete è davvero in grado di salvare vite versi scritti con la mano
Che trema nelle periferie molli delle città dove il canale prende il colore dell’erba
La faccia nel sole e gli occhi ambrati di miele che si perdono nella dolcezza infinita
Geometrica e triste degli ultimi versi di Caproni.

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LA DERIVA DEI CONTINENTI (I am the Walrus)

Non mi uccideva da bambina l’idea di essere minuscola senza possibilità di appello. Piuttosto, allontanava l’ossessione. Quieta, cantavo.
“La mia eternità è fatta di poche ore, le persone sorridono.
Appartengo, io appartengo all’aria che mi accoglie”.

[I am he
as you are he
as you are me
and we are all together]

ti chiedo se infine esploderanno i corpi, le nostre parole
(hanno la consistenza delle nuvole)

lettere spaesate rimangono appese, affamate
di deboli significati

ti chiedo di questa paura di consumare i vuoti coi silenzi
un tempo era sacro l’obiettivo:
io, l’albero
tu, la radice
noi, la terra
voi, il resto del cielo

[umana pangea]

così non è ora – non più
è deriva, miei amori – separazione

lenti raggiungiamo i posti assegnati

(stefania crozzoletti, inedito 2010)

Silvia Rosa – DI SOLE VOCI

 

 

LABIRINTO

 E non ne esco
da questo labirinto
fosco di pensieri

mi si dissolve il corpo
in sguardi tremuli
che ricadono nell’occhio

e non vedono
che il riverbero convulso della pelle
quando si snuda

lentamente
da ogni buio sgraffio
e veste inerme

il velo lucido fecondo
dell’essere
-me stessa-

fino all'(e)stremo
sul precipizio del Mondo
-oscena- tesa

una vertigine di Luce
accesa
nella carne.

 

 COME UN SEGNO NERO A MARGINE

 

 Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato. 

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DELIRIO DELL’EBBRO DI SOLE

Butta, cielo, butta.
Infierisci con tutta la forza che hai.
Rovescia quello che hai in serbo
per l’anno a venire.
Colma le strade di bianco
e rendici muti dal gelo.
Ricorda a tutti cosa sai fare
nei mesi d’inverno.
Mostra i muscoli delle tue nubi
e invadi la terra
che ormai secca ogni cosa.
E facci rimpiangere quando sei terso d’estare
e l’aria che porta i profumi cotti dal sole.

nei mari, sui mari, dei mari morti

L’amore è una sciocca pretesa
le anime, in fondo, saltellano
e ridere o piangere è identico
nei mari, sui mari dei mari morti
le anime, bagnate, oscillano a colpi
saprò trovarti quel vago vento sacro
sbagli però se pensi che potrà asciugarti
l’amore è solo un’isola di donne e di bambine
e favole lebbrose dolci salpano dai suoi porti
le anime sanno assorbire quelle folte piaghe
eppoi cicatrizzarle sotto gravidi raggi di sole brillanti.
Non si ricorda niente del fascino immortale che vinceva
in te l’aggrovigliato battito di te fuochi grossi celesti
dell’altalena d’inverno tutte le lievi cicliche parole
ed un solo millesimo di fini strette sbocciate al secondo
le anime non ricordano, ferme sui porti a tessere le stelle
le chiuderei volentieri negli armadi vuoti di molte nostre case
ma non ricordano, gravide di (morbide linee trasudanti sulla pelle)
le hanno li, così, calde gomme di lue, d’amore, pacchi di secche foglie rose.