Giorno: 10 giugno 2010

James Laughlin ( 1914-1997) Editore, promotore culturale, meraviglioso poeta, sciatore. Di Daniele Gennaro

E’ per merito di Ezra Pound se il poco più che ventenne James, accolto alla “Ezuniversity” di Rapallo ( una sorta di tutoring privato che il grande poeta concedeva a pochi prescelti aspiranti scrittori) per alcuni mesi nel 1935, è divenuto uno dei più importanti editori ed organizzatori culturali della scena letteraria statunitense. Pound infatti, dopo il periodo di apprendistato, cacciò di fatto James dicendogli di tornarsene ad Harvard per prendere la laurea per fare dopo “something useful”. Far qualcosa di utile significava darsi da fare, usando l’ingente patrimonio di famiglia, per mettere su una casa editrice e pubblicare quegli autori amici di Pound che, tranne Hemingway, non avevano ancora avuto uno straccio di editore disposto a farlo.
James riuscì a farsi finanziare dal padre, proprietario a Pittsburgh di un’acciaieria, e fondò “New Directions”. Il primo libro edito fu un’antologia poetica comprendente lavori di Pound, Gertrude Stein, E.E. Cummings, William Carlos Williams, Elizabeth Bishop e Henry Miller (1936).
Dal padre James ereditò anche il senso degli affari, il primo libro targato “New Directions” fu distribuito da lui personalmente ( 600 copie) ai bookstores del Midwest. Nel corso degli anni 40 la lista degli autori pubblicati con sempre maggior successo di critica e pubblico ( che tempi quelli!!)
incrementò in modo esponenziale, i nomi – solo per citarne alcuni – : Tennessee Williams, Randall Jarrell, Paul Goodman, Eve Merriam. La lista degli autori nel corso dei decenni successivi si fece davvero impressionante, fu Laughlin a pubblicare Lawrence Ferlinghetti, Robert Creely, Gregory Corso, Kenneth Rexton, Thomas Merton e Robert Duncan. In una bella intervista apparsa sul New York Times Book Revue nel 1986, così James descriveva lo spirito che animava il suo lavoro:”…gli autori pubblicati rappresentavano sempre il nuovo, quindi inizialmente non ci si aspettavano grossi risultati commerciali…cercavamo di precedere il gusto del pubblico sensibilizzando la giovane generazione di professori nelle facoltà di lettere, che diventavano via via sempre più curiosi e promuovevano i nostri autori nei loro corsi”. Per Laughlin lo scopo principale non era quello di ottimizzare i profitti ma produrre qualità, se poi , grazie alle sue indubbie capacità manageriali, arrivavano anche quelli, bene, si reinvestiva tutto in nuovi autori.
Una grande passione di James era lo sci, sport che lo portò spessissimo in Europa sulle piste alpine, la passione lo spinse ad aprire una struttura alberghiera-sportiva nella località di Alta nello Utah, dove per un certo periodo dell’anno soleva passare il suo tempo. Il binomio lavoro-piacere era l’unico possibile per James ed è stato probabilmente il segreto del successo di “New Directions”. Secondo Massimo Bacigalupo è stato proprio questo aspetto a fare della casa editrice una realtà unica nel panorama editoriale americano, un punto di riferimento sicuro ma defilato, come il suo editore.
Non dimentichiamo inoltre che grazie a Laughlin il pubblico americano potè apprezzare per la prima volta autori fino ad allora sconosciuti, pubblicando traduzioni di Montale, Neruda, Queneau, Lorca, Pasternak, per non parlare poi del fatto che “New Directions” pubblicò un ancora sconosciuto Nabokov, e poi ancora Siddharta di H. Hesse, per non citare che i casi più eclatanti.

James Laughlin è più spesso conosciuto e ricordato per il suo lavoro di editore, meno per quello di poeta e scrittore. E’ spesso percepito come un poeta”minore”, forse perché non ha pubblicato molto nel corso della sua vita; ciò risponde , come opportunamente sottolinea Bacigalupo, ad un’aderenza connaturata ai suoi principi di economia, tanto da far pensare che la riluttanza ad autopubblicarsi di James fosse legata al fatto che avesse pensato che i suoi libri non avrebbero venduto almeno quanto quelli dei suoi altri autori. In realtà la sua opera ha suscitato nel tempo un interesse crescente da parte di editori raffinati come City Lights, Copper Canyon Presse e Moyer Bell, che nel 1994 ha pubblicato le massicce ( e autoironiche) “Collected Poems”.

La poesia di Laughlin emerge dalle temperie sperimentale del modernismo e approda, fin dall’inizio ad una forma comunicativa sobria, essenziale, funzionale, tendente ad ottenere il massimo risultato con il minimo spreco (secondo la mai dimenticata lezione di Pound).
A questo punto passerei la parola a Massimo Bacigalupo, forse il massimo esperto italiano di Laughlin, che nell’introduzione della bellissima raccolta “Scorciatoie”-poesie 1945-1997- (l’unico libro disponibile in Italia, peraltro da anni irreperibile), così scrive a proposito della scrittura di James:..”.Poesie come quadretti imagisti, chiuse in una gabbia tipografica prestabilita più che in una metrica sillabica o accentuativa. Pare che il metodo scelto da Laughlin fosse di mantenere i versi dattiloscritti sulla stessa lunghezza (= numero di battute) con uno scarto massimo di una o due battute fra riga e riga. L’effetto è di una prosa saltellante, in cui molto è legato all’a-capo o enjambement. Ma i periodi e la sintassi sono semplici e non di rado parlati…sicchè si crea una tensione fra enunciati assolutamente colloquiali e gioco dell’a-capo (o segmentazione), il che aumenta la sorpresa e il piacere della lettura attraverso la posticipazione della conclusione, una sorta di suspance o blandizia amorosa che dilaziona l’appagamento. I quadretti di Laughlin…sono per lo più fatti veri, “realia” che sono rimasti impressi nella mente del poeta. C’è sempre un sentimento, che può essere ironia, satira, passione, nostalgia, e che viene, secondo il sempreverde principio eliotiano, “oggettivato”. Gli anni in cui si collocano le storie di Laughlin vanno dal decennio 1930 con la sua dolce vita alle soglie della tragedia, agli anni ’40 con le immagini dell’Europa in macerie, agli anni ’50 quando James mette a punto il suo linguaggio in raccolte di un certo spessore (The Wild Anemone, Selected Poems). Dopo una pausa piuttosto lunga, in “Another Country (1978) avvia la serie felice dei volumi pubblicati in età avanzata, con il poemetto eponimo in stile “Amarcord” con le sue tenere scene di vita da spiaggia, molto idealizzate ma indimenticabili: un idillio italiano creato con tanti piccoli tratti lucidi e commossi.
Nell’ultimo decennio di vita Laughlin ha cercato di dare una sistemazione narrativa al suo perenne viaggio nel passato…ha scritto diverse centinaia di pagine di un poema autobiografico, “Byways”, cioè “strade secondarie”, “viottoli”, “scorciatoie”…Gli argomenti sono gli stessi delle poesie, solo su una maggiore estensione: figure bizzarre, episodi dell’infanzia, maestri e amici (a William Carlos Williams è dedicato tutto un volumetto di sessantun pagine edito a parte) soprattutto amori. Anche riflessioni sulla poesia, le sue origini misteriose, la sua necessaria stringatezza e chiarezza. Si noti a questo riguardo la vena surreale che serpeggia volentieri fra i testi di Laughlin, una delle cui forme preferite è l’apologo…per lui lo scritto vale in quanto espressione formalizzata di un vissuto, interrogazione e risposta sul senso del vivere attraverso i suoi eventi grandi e piccoli. E come si vedrà, egli non esita ad affrontare momenti alquanto tragici, quali il suicidio del figlio, e ne esce dando prova ancora una volta di saggezza poetica e umana.
“Byways” ha suscitato delle critiche prevedibili per la sua impenitente prosaicità(“prosa tagliata a pezzi” la definiva uno scrittore accademico, come ve ne sono sempre tanti in America)…ma Laughlin ha da sempre una certa sovrana indifferenza per i trucchi della retorica e a volte sembra lasciare apposta in sospeso il discorso, senza una parola conclusiva che dia l’illusione della chiusura. In ciò egli è molto più aperto di tanti zelatori dell’indeterminazione e della semiosi illimitata; la libertà dall’ossessione di concludere è uno dei meriti della poesia leggera, un lusso che si può concedere solo un poeta che ha deciso di essere minore, ma che finisce con il catturare nelle sue pagine uno spaccato di vita di grande spessore e rappresentatività.
Laughlin è uno dei pochi poeti che non si possono mettere giù. Inoltre quello che apprendiamo non è solo un fatto specifico per quanto affascinante ma anche un atteggiamento nei confronti della vita, di disponibilità, accettazione, umorismo sornione, perenne freschezza. E qui passiamo dall’informazione, la funzione referenziale del testo, alla poesia”.

Di seguito una mia selezione di poesie. Tutte le traduzioni sono di Massimo Bacigalupo, tratte da “Scorciatoie” Poesie 1945-1997, Poesia del ‘900-Oscar Mondadori- 2003. Il libro a mio avviso non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni appassionato di poesia. Ringrazio l’amico Elio Grasso per avermelo fatto conoscere.

La selezione non è in ordine cronologico, ma piuttosto in ordine “narrativo”, nel tentativo di ripercorrere, con le parole di James Laughlin, la sua storia di uomo e poeta. Grazie a James, fonte continua di istruzione alla poesia.

Provo un certo orgoglio

per il fatto che nei miei versi
non è difficilissimo vedere
quel che sto cercando di dire.

Ezra

Poi venni a Rapallo,
era il 1934, ero uno studente
annoiato dalle convenzioni accademiche
di Harward che voleva arrivare alla sorgente,
imparare la poesia dal migliore
poeta vivente, e tu mi ammettesti alla
tua Ezuversità dove non c’erano tasse
d’iscrizione, il miglior pensatoio dai giorni
di Bononia (1088). La letteratura, dicevi,
“literachoor”, è notizie che restano
notizie, e citavi un certo nonnino
di nome Rodolphus Agricola:
Ut doceat, ut moveat, ut delected,
fà che insegni, che tocchi il cuore,
che dia il piacere. Tu mi hai istruito
e commosso e mi hai dato grande
piacere. La tua conversazione era
lo spettacolo più divertente in paese,
tutto quello che avevi mai sentito o letto
fresco come quando ti era entrato
in testa. I libri che mi prestavi
erano pieni di commenti ironici sul margine:
Frankie il Ciccio (cioè Petrarca)
aveva un assistente che inseriva gli aggettivi
nei suoi versi, non importa dove; e
Aristotele era Harry Stottle,
uno che tagliava a metà un capello
ma così bene che aveva ancorato il pensiero
umano per 2000 anni; e Aristofane era
Harry-Sotto-Sottane, gran belle pagine
su vespe e rane. Credevi di
essere la reincarnazione di Sesto
Properzio, il tuo poeta latino
preferito, dicevi che Properzio aveva
dormito come Rip van Winkle dal 16 a.C.
e riscrivesti i brani migliori dal tuo
idolo in inglese, aggiornando le idee
del buon Sesto secondo le tue
inclinazioni. Nel tuo studio,
per non perderli, appendevi
gli occhiali, le penne
e le forbici con fili sopra
la tua scrivania. Avevi due
macchine da scrivere perché una
era sempre da aggiustare per il
gran pestare che facevi: le
tue lettere erano spesso piene di
maiuscole per evidenziare. Leggesti
le mie poesie e cancellasti metà delle
parole dicendo che non servivano.
Mi consigliasti di non perdere tempo a
scrivere prosa perché Flaubert
e Stendhal e James Joyce avevano
fatto tutto quello che si
poteva fare in narrativa. Dicono
che eri scorbutico, sarà vero, ma solo con
gente che lo meritava, professori
sciocchi occupati a uccidere la poesia
e banchieri internazionali dediti
all’usura e mercanti di cannoni
che vendevano armi per far
cominciare un’altra guerra.
Elucidavi i misteri
eleusini che erano una chiave
della tua religione composita, tutta
la faccenda del dromena e della epopteia,
era l’epopteia a mandare lo sperma
su nel cervello dei maschi dandogli
intelligenza. Amavi i gatti e i gatti
amavano te. Certi giorni salivamo
per le salite sassose delle colline
sopra il paese, attraverso gli
uliveti e i piccoli orti dei contadini
dove i gatti erano fermi in cima
ai muretti di pietra; ti stavano
aspettando, sapevano che gli portavi
un sacchetto di avanzi dalla tavola
da pranzo. Li chiamavi:
“Micio, micio, vieni qua,
c’è da mangiare”. Un giorno
che distribuivamo il rancio
presso la chiesetta di San
Pantaleo abbiamo discusso cosa
avresti fatto con i soldi del
Premio Nobel quando finalmente lo
prendevi, pensavi che uno chef
sarebbe stata la cosa migliore perché
eri stanco di mangiare all’
“Albuggero” Rapallo, ma gli svedesi
non te l’hanno poi dato, erano
troppo lenti per capire
i “Cantos”. E quando lo scultore
Henghes ( cioè Heinz Winterfeld
Clussman ) fece a piedi
tutta la strada da Amburgo
a Rapallo per vederti perché
aveva sentito che eri stato
amico di Gaudier, e arrivò mezzo
morto di fame, l’hai sfamato e
fatto dormire nel grosso canile sulla
terrazza ( non c’erano letti
liberi nella mansarda) e lo portasti nella bottega dello
scalpellino che produceva pietre
tombali e gli hai fatto fare credito
per un blocco di marmo, in cui scolpì
il suo “Centauro seduto”, e glielo
vendesti alla Signora Agnelli,
quella della Fiat di Torino; e questo
fu l’inizio della fama e della
fortuna di Henghes (e il disegno per
il Centauro divenne il colophon di
New Directions ). Dicevi che ero
un poeta terribile. Era meglio che
facessi qualcosa di utile per esempio l’
editore, una professione per la quale
( lasciavi capire ) non ci voleva talento e
solo l’intelligenza limitata.
E dopo pranzo ti coricavi
sul letto con il tuo capello
da cowboy per ripararti dalla luce
della finestra con il grosso dizionario
cinese posato su un cuscino sul tuo
stomaco, e fissavi i caratteri,
cercando la traccia del significato
nella calligrafia. E anni più
tardi il professore chiese a tua
figlia di definire il tuo metodo
ideogrammatico di composizione di
Cantos e lei ci pensò un momento e
rispose che guardavi nel profondo
dei caratteri per trovarne la
verità, una risposta giustamente
confuciana. Così hai scritto le tue
versi dello “Studio integrale”
e delle “Odi” facendo innoridire i
sinologi, ma la lingua
è immortale. E amavi citare le
parole di Confucio : ” Tutti possono
compiere eccessi, è facile andare
oltre il bersaglio, è
difficile stare fermi nel mezzo.”

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di lato, verso il nord

georges la tour

e con il favore del buio

oltre la siepe   dei cardinali  inizierò a (altro…)