Giorno: 6 giugno 2010

Italian-Party

La domenica mattina ascoltando i tiggì nazionali ho avuto la sensazione che mi crescessero ali sottili come quelle delle mosche e che, più o meno come nella metamorfosi di Kafka, mi ritrovassi improvvisamente mutato in un insetto che riposa sul bordo di un fossato. Dentro a quel fossato trasformato in un’enorme sala da ballo ho avuto l’impressione che si agitassero i corpi di uomini e donne avvolti in una nuvola di luci e impegnati in danze sfrenate e lascive. Stanchi, sudati, coi musi schiumosi come di animali assetati, quegli uomini e quelle donne si muovevano su un tappeto di cadaveri invisibili. In questa luce bianca ho capito che l’Italia moderna, al contrario di quanto è scritto nella costituzione, è una nazione fondata su un’ecatombe inavvertita. Così, mentre i tiggì ribattevano le sparate di un ministro del governo impegnato a dare una definizione tutta sua di diritti umani, mi sono messo a frugare nel web alla ricerca di qualche dato ufficiale. Questi sono i numeri della festa.

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ITALIAN-PARTY

Questo giorno piovigginoso di settembre ’09
sta succedendo debolmente qualcosa
Sono seduto sul pavimento della camera e ascolto
il cinguettio maligno degli avvoltoi
sorbisco il resoconto della giornata politica
nell’odore di vernice fresca appena stesa
sui muri di casa
Si dice che il nuovo autunno non sarà come quello passato
– A casa loro, sì, dove sono cittadini
latra il ministro prima di un comizio a Ferrara
– qui sono i nostri che hanno i diritti!
Ministro lei sa che la dichiarazione universale
dei diritti umani è del ’48?
E che la storia dell’uomo è nata in Africa?
E sa che la Carta di Kurukan Fuga
fu voluta dal re del Mali nel 1236
ed è la più vecchia costituzione al mondo?
Oh ministro lei di certo
scrollerà le spalle e volgerà gli occhiali
al suo fine uditorio in mutande e canottiera
e un’espressione di suprema derisione allagherà
le sue rughe e la sua camicia a quadri da uomo
che lavora
E lei invece presidente?
Dio le ha dato in pregio un doppiopetto che infiamma
le cosce delle vergini
e tutto il mondo conosce la sua opinione
su giornali, mafia e immigrazione
ma se ne infischia se nei primi sei mesi di quest’anno
nel solo Mediterraneo lungo le rotte dell’emigrazione
i morti sono stati quattrocentocinquantanove
e che dall’88 gli emigranti e i rifugiati
scomparsi lungo le frontiere europee sono almeno
QUATTORDICIMILASEICENTOSETTANTANOVE
Sissignore rilegga bene e con ponderazione
L’Italia è un party con donne in topless
e noi non ci morderemo la mano
se non sarà più lei, presidente, la lapdancer a ballare
su questa montagna di cadaveri

(Andrea Pomella – Settembre 2009)

non mi lasciasti

se non straccetti sfilati da ricucire

lenti fili da allargare, neanche forbici

per definire i segni che imparavo.

Ma graffi, sì! quelli immemori, lontani

da te

che ora dici non esser tuoi, solo incubi,

solo alibi..

Avrei preferito stracciarmi le vesti che nuove addobbavi

sul corpo di bambina sempre inadeguato

al tuo disegno d’oro e di meraviglia.

Un’altra meraviglia  possedevo,  nascosta da te.

Ché l’avresti soffocata in un ditale d’ansia raggelata,

in quattro mura costruite di fretta con fango e pietre.

Volevo solo le formiche.

Loro aspettavano i miei funerali,

quando tu mi seppellivi nelle tue paure.

né ero

eugenio leonetti

senza fine dentro

né senza  meta.

Nel nero    non c’è

fine    non c’è    dentro

la matrice è perfetta.

Quale sia la madre

quale sia il  seme

né tutta la luce   né tutto

l’oscuro  la coglie  la spoglia.

A n c o r a

il nero è

un attracco     la materia

prima       della mente

un neo    del profondo

nero       ne ero piena

quando

né ero consapevole della vastità

né ero fedele alla mia notte.

Senza fine   un tempo

in cui m’imparo e mi seguo

mi fessuro mi spergiuro

mi precipito

mi dispaccio con scritture

nere del distacco

vene di un chiarore

l’infedele

parola   turpe

turbinata  rupe

pura e    senza tempo

senza fine senza

c h i a v i

senza

la morte.

la fonte annega

nel liquido promiscuo dello sguardo

un guado oltre

il confine nero

né ero

io da quella parte

spacciata –  amore io ero –

scomparsa aperta      una stanza

dell’attesa e tu che

non venivi

lasciavi giorni     in quell’incuria gravida

di vita   tu tenero  scabro    tu di grano

germe lascivo    aperto    in sommossa

della corrente

nera    coerente sera     dell’attesa

della promulgazione di ogni attesa

con furia e con rumore

cadde il mio nero

né ero in quel tempo

né ero

oltre

di te

di me di questi luoghi di silenzio

dove mi estinguo

come una lettura

nero   chiostro nel cuore   lanciato

assassinato    dissanguato  silenzioso

nero     dell’osso    nero

– fummo in un secondo

tempo –

stretto traguardo

medicamento del tuo occhio

il taciuto godimento al buio di ogni verità.

Né ero consapevole

alla fine     della lastra

dio     di  quella cifra     in chiaro.

Zero.

Lo zero di tutto il vero.

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f.f.- inedito 2010Nella perfezione della crudeltà.  Un teatro d’ombre