Giorno: 1 giugno 2010

Genny – di Isabella Messina

Mercoledì.
Gentilissima Genny,
sarei felice di averla mia ospite sabato prossimo nel pomeriggio, per un tè e una intervista.
Isabella

Domenica.
Genny è arrivata. Mi è apparsa sulla soglia. E’ luminosa, elegante, porta i capelli raccolti dentro un grazioso cappellino che le copre parte della fronte. Il suo bellissimo viso si china lentamente, molto gentile, molto ammodo. Poi entra decisa, forse un po’ troppo nervosa, se ne va in salotto senza dirmi niente. A quanto pare conosce la strada. La ritrovo che mi volta le spalle, con i bei piedini sul mio tappeto nel centro della stanza.
Genny: “L’invito era per ieri, se ne rende conto?”
“Sì, me ne rendo conto, mi dispiace”.
“Spero proprio che non succeda più”. Si toglie il cappellino, lo posa sul divano e si siede. “Io ho moltissime cose da fare e a cui pensare ogni giorno, senza dovermi accollare anche i suoi capricci”, dice guardandomi con un sorriso.
Mi aspettavo qualcosa del genere, mi ero preparata. Quindi non mi offendo. E comunque tocca a me fare le domande. Mi piacerebbe chiederle quali sono tutte queste cose che deve fare e pensare ogni giorno, ma mi frena la sua aria di condiscendenza, ho paura che la prenda come una provocazione. E anche se lo facessi, ho l’opprimente sensazione che non ne verrei a capo comunque, lei troverebbe il modo di non rispondere, probabilmente sorvolerebbe con un frettoloso gesto della mano, distogliendo lo sguardo e posandolo su qualcosa d’insignificante, come un soprammobile o il lampadario, e a quel punto direbbe “ha traslocato da poco, vero?” e subito dopo cambierebbe discorso.
Ma intanto guarda me, a busto eretto, senza batter ciglio. La sua bellezza m’intimorisce. Lei pare non sentire il silenzio. Io invece me lo sento tutto sulle spalle e mi imbarazza, devo assolutamente dire qualcosa prima che sia troppo tardi.
“Come sta suo marito?”. Domanda folle, mi sento avvampare. In tutti i salotti si sa delle scappatelle di Genny. Il marito è compatito. Che ho fatto?!
Genny non fa caso alla mia confusione, anzi, si lascia un poco andare sul divano con un leggero sospiro artefatto –è una giovane signora di cento anni fa, sa come ci si deve comportare in un salotto. “E’ infelice come al solito”.
Penso a Eugenio, così bello… Come può essere infelice? “Mi dispiace, mi dispiace molto”.
“Non c’è nulla di cui dispiacersi, è normale, è sempre stato così. Semmai c’è di che annoiarsi”.
“E’ molto dura con lui” mormoro io. Le parole fanno fatica ad uscire, questa intervista appena cominciata già mi sta sfiancando.
“Ma no che non sono dura”. Posa la tazza vuota sul tavolino. Ha bevuto il tè a piccoli sorsi, senza zucchero né latte né limone. “E’ così e basta”.
Silenzio.
“Mi hanno detto che Eugenio l’ama molto”.
“E’ preso da un amore irrimediabile per me”.
“E’ per questo che è infelice?”.
“No, mia cara, in questo fa tutto da solo”.
“Che significa?”.
Genny mi guarda con attenzione. Poi si alza e dice: “C’è uno specchio in questa camera?”.
Gliene indico uno sul muro.
Raggiunge lo specchio e con pochi gesti sicuri si appunta il cappellino sul capo.
All’improvviso ha deciso di andarsene… Non aspetta nemmeno che io mi alzi e l’accompagni, se ne va da sola verso l’ingresso, tanto è sicura che io la seguirò e prontamente le aprirò la porta.
Ma prima di sparire, quando già ha varcato la soglia, mi fa un bel sorriso –di circostanza- e a chiare lettere dice: “Se vuole scrivere questa storia si deve mettere in testa una cosa, mia cara signora: mio marito non è altro che una pustola, e come tale segue il suo inevitabile corso fino a che non sparisce senza lasciare traccia”.
Ecco, se n’è andata.

@ isabella messina

Tutto fu. Ieri non esiste più. – f.f.

.

La storia è caduta.

Precipitata dalla rupe di questa primitività nuova: di zecca

le farse   studiate a tavolino per un ventunesimo secolo senza vergogna.

La parola

è morta.  Trucidata da avventori che hanno tradito

la sua semplicità

sta sul fondo della discarica sotto quintali di immondizia

e tossici     rifiuti sociali.

Il dialogo

è caduto in un attentato di terrore.

Si è trattato di un  assassinio (in) pubblico

e  nessuno può parlarne perché  ora

la parola è morta.

Quelle che uso le ho raccattate per strade di campagna

e da  pozzi d’acqua in disuso     da deserti luoghi

dai respiri risparmiati     tessuti come lenzuola di canapa ruvida e nodosa

dove i popoli   sfruttati

consumati come  miniere  da estrazione

nei campi da mietere e sotto le pietre delle loro storie

hanno lasciato sillabe di fame   hanno lasciato le braccia  e le gambe

hanno lasciato    una bocca che non tace.

La guerra è oggi

non è sulla linea di un fronte o alla frontiera.

Circola di casa in casa a far fronte all’ immortale immorale

barbarie del forte

cresciuta oltre ogni  misura: dissangua

chi di sangue non ne ha più e lavora lavora

sgravandosi del corpo

crepando di cancro

prima che il favore gli sia restituito.

Tutto fu: ieri

quando la storia dice  con chiarezza cosa

succede. In tutti i tempi del tempo succede.

In questi frangenti i salvagenti non sono i valori

commerciali

non sono i conti in banca

qui crolla l’uomo si uccide

la sua fragilissima sostanza

fatta

di un fiato di vento e qualche sogno alla rinfusa.

.

f.f.- inedito – Il due giugno 2010 la RES non è più pubblica.

Discorso sulla poesia – Una apologia della Parola

« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa.

Cosa pensate possa avere la meglio tra la Testimonianza e la Giustificazione? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.

I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.

Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.

Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.

Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la Ragione ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.

La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.

Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]

Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di Ginestra, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.

Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della metafisica per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria Natura è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della Ragione. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.

Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la Parola non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.

Ma in un’epoca in cui la Ragione analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la Parola non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di liberare il dire da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.

Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.

Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la Poesia? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una Poesia che lo metta in pratica è l’unica Poesia etica possibile.

Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:

«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»

Così, anche la Poesia più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della Parola, se attraverso questa non cerca di risolvere quella sintesi dell’assoluto inaccessibile alla Ragione che non ammette correspondances, se non mira ad un dérèglement della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla Ragione con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.

Quando la Parola smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.

«Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,

e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»

(Giacomo Leopardi)



[1] Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.

[2] L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.

[3] La Ginestra, Giacomo Leopardi.

[4] Rimbaud. Poesie e prose, Oscar Mondadori, 1975.

[5] Cos’è la Letteratura, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.