Mese: Mag 2010

Manovra da due soldi per andare alla fine del secchio.

E’ di oggi l’affermazione di Letta, http://www.ilgiornale.it/interni/letta_sacrifici_tutti_lappello_napolitano/25-05-2010/articolo-id=447856-page=0-comments=1,  riguarda la manovra per produrre ulteriori sacrifici senza per questo innescare alcuna ripresa, perchè il problema non ha la minuscola ampiezza della visione limitata degli economisti,non si risolve con questo genere di tagli e taglieggiamenti, soprattuto all’educazione, ma ha proporzioni ben più vaste,richiede scelte ben più mirate. Non sarà certo aumentando la produzione di auto che vanno ancora a idrocarburi che si sanerà la situazione attuale. Non è il danaro il problema fondamentale ma la salute del pianeta, in questi tempi, devastato da inquinamenti che non si riesce a tenere sotto controllo e avranno pesanti ripercussioni . Non è solo l’inquinamento da petrolio ma l’ideologia connessa che si deve sanare, si deve cambiare direzione altrimenti sarà impossibile uscire dal vortice. Non quartieri, ma foreste, non acquarium, ma il risanamento degli oceani, ci sarà necessità di biologi più che di ingegneri ed economisti,si devono trovare sistemi per il risanamento della poverissime aree della terra,non si può continuare con l’assillo della fame da un lato e la dispersione delle risorse dall’altro.

f.f

Giovanni Catalano – Falcone-Borsellino

Con il tramonto negli occhi,
gli occhiali scuri

quando torniamo in auto
dall’aeroporto di Punta Raisi
e all’altezza di Capaci
smettiamo all’improvviso
di chiamare le cose
coi loro nomi

osserviamo i lunghi monumenti,
le gallerie, i guardrail.

L’odore che non dura
della macchina nuova,
questo paesaggio
che fa di me un bugiardo.

Allora penso ai morti.

Che la mia morte
sarà comunque diversa
o che siamo felici
e anche per questo
non possiamo essere felici.

Perchè lo so, vediamo
che è un giorno buono.

Siamo qui
ma sono io, sei tu
e oggi, domani dico
non avremo giorni migliori.

Giovanni Catalano, inedito (2010)

Racconti inediti: Il Nobel e il suonatore di cucchiaini – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

Ero lì da quasi un anno.

Lì, al 24° piano dello Spencer Center, sede del “Metaphisycal Magazine”, l’occulto spin-off speculativo del “Wall Street Journal”; speculativo perché creato dai domatori di squali della Borsa al puro scopo di incamerare i contributi federali per l’editoria insieme ai lasciti di filantropi, mecenati ed altri scriteriati, e anche perché il giornale non parlava sostanzialmente di un cazzo.

Stagnavo.
L’unico passo in avanti che avevo compiuto – complice un asma ingigantito dal mio terapeuta Phil Bratz (un dottore, un imbonitore) e dalle mie indubbie doti di guitto – era stato passare dallo sconfinato open space, dalla batteria di polli d’allevamento della redazione al piccolo ufficio dove mi trovavo adesso, dalle finestre tendenti all’oblò ma che condividevo solo con Melania, una ragazza insipida come una radice e che si occupava delle ricerche per “Oggi è Morto”, la trafilettomorfa rubrica commemorativa della rivista. (altro…)

Noli me tangere – Viola Amarelli (post di natàlia castaldi)

Jerry Uelsmann

-come un’estranea in fuga  di
rabbia ignava morde la  mano

 – presto, un collare tutto pizzo nero
   a risalto di zigomi e occhi ghiaccio

– volevo solo insegnarle  un altro Amore
come un fiume caldo e luminoso

 – e catene , con borchie
   a difesa la carne, questa,
    fresca ed esca (altro…)

luna muta altera

 Il presente lavoro fa parte di un più vasto progetto sinergico, esposto e sviluppato su Compagno Segreto

luna prima

luna prima

.

lunambolando noctiluca, bujo

disperdi intatto d’altro – tocchi d’altri

ascolti vani, i vaniloquj scaltri,

se pure taci l’ali che t’imbujo

.

da lat’a lat’o, scuri, in volti nigri,

ma come lame d’esse, menti il semen

d’incolti eterei colpi –  l’una limen

non dire ché ella apostrophi denigri

.

da resa vuota l’anima – l’implena

il giro, vago man’a man di cosa

che vide plenissima, l’altra, rosa

. 

diquartoinquart’erosa pietra impatta

parol’e strane a dire e sass’o, matta

pagina, roccia – come spera – arena

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Sottopelle – Daniela Montella

Drug addiction

Sottopelle ho veleno che scorre. Vene blu. Sono maligne. Le strapperei una per una dai polsi e le ingoierei a forza. C’è qualcosa di crudele che scivola lezioso appena dietro le unghie. Serra la trachea. Alzo le mani verso la luce, le vedo. Le studio. Le osservo. Le capisco. Pallide pallide e tutte ossa. Coperte. Che quasi si muovono. Ho un liquido che mi dilaga dentro, stacca la pelle dal corpo. Tessuti lacerati. Perdo la vita. C’è aria, fra la pelle e me, si sta gonfiando tutto. Ho il sangue scoperto. Gli spifferi mi fanno rabbrividire.
Sottopelle qualcosa mi sta spogliando. Sarò un pezzo di carne che sanguina. Con gli occhi. E la vita al di sotto di essi che se ne va. Seni straziati che perdono inchiostro e labbra nere immonde. Non è una metafora. Immagino solo in bianco e nero. Ma vedo coi colori. Per pensare devo stringere le palpebre. Quando il veleno mi toglierà la pelle mi cadranno anche quelle e non potrò più dormire. Vedrò in eterno la luce, la polvere seccherà le lacrime. Staccherò ogni fibra per smettere di soffire. Finirò in un angolo cieca e nudissima. Riderò. Già rido. Pensavo fosse un’eco, pensavo fosse un film, uno spettacolo di varietà, vaudeville, felicità rappresentata perché altrimenti non si riconosce. Invece ero io. A prepararmi per il mio funerale. Voglio una tomba di ebano.
Sottopelle. Qualcosa. Sono in un angolo e sto per morire.

Hai mai pensato che forse ti amo? Perchè mi accarezzi e sono liscia, e sotto ho schifo che trasuda e può infettarti. Stai attento. Hai mai capito che ti odio? Forse ti bacio. Forse vomito. Vedo conati. Forse ti faccio morire soffocato nel mio vomito. Poi ti chiedo scusa perchè ti amo. O forse no. Il veleno confonde i pensieri. Non devo farmi più. Ma è tutto così bello. Quando mi illudo. La vita è così dannatamente, fottutamente, perdutamente triste. E quando ho veleno sottopelle penso che sto morendo e sono contenta. Magari ti porto con me. Ci faremo per sempre. Ti piacerà. Saremo strafatti e scoperemo e godremo come pazzi, perchè siamo noi e noi siamo imbattibili. Il marcio mi illude. Ma io voglio credergli con tutto quello di integro che mi rimane. Meglio un’illusione che questo. Questa parete lercia. Questa vita di piume che volano e fuggono. (altro…)

The privilege of the grave (post di natàlia castaldi)

Vauro

Mark Twain nel 1905 scriveva un saggio su libertà di pensiero, parola ed opinione il cui titolo ne esplicava sin dal principio l’amaro ed ironico contenuto: The privilege of the grave, Privilegio tombale.

Per Twain, infatti, la libertà di parola è solo un’illusione perché condizionata alla volontà di ogni singolo individuo d’uniformarsi all’opinione imperante e di massa, dunque, una reale libertà d’opinione sarebbe paradossalmente accessibile all’uomo solo dalla sua stessa tomba, ovvero solo allorquando questo suo utopico diritto non gli si potrà più torcere contro. Sì, perché è vero che possiamo recitare l’articolo n. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, il 21° della nostra Costituzione (ancora? – per poco!), storcere il muso comodamente seduti dinanzi al nostro computer o al televisore al manifestarsi di superbi atteggiamenti squadristi … ma poi, alla fine, quanto siamo bravi a far valere questo nostro semplice ed insindacabile “diritto” se il nostro dissenso – de facto – ci si potrebbe poi ritorcere contro sotto forma d’offesa, emarginazione, ghettizzazione o censura?

Dunque, è molto più facile scegliere un carro cui accodarsi in codazzo di corte, ossequiando il signore che muove le briglie da bravi soldatini mercenari in attesa di briciole e riverenze, vestire l’uniforme da cerberi latranti al primo segno di intrusione “aliena” che si azzardi a mettere in discussione l’“insindacabile ordine prestabilito” ed attendere pazientemente il proprio meritato zuccherino. (altro…)

Barbara Coacci – Nessuna Nuova

Nessuna Nuova
Barbara Coacci

Collana Calliope
La camera verde, Roma, 2009

Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)


Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano – senza ragione e direzione – come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”). (altro…)

Dans La Chambre_A.Taravella

Nervi in caverne oscure nella vampa delle tue parole
Bocca che dondola il respiro steso ad asciugarsi fra le tue gambe scoscese.
Mormorio di saliva mentre auspichi la vittoria sui miei fianchi caldi.

E la notte è il convivio di noi affamati.
Mentre ci cerchiamo con gli occhi bucati dalla luna e le labbra dipinte di sangue.
[Mentre un cannibalismo leggero compie da me a te la sua redenzione, e t’infiamma.

E le mani non fanno che pronunciare tutti gli argomenti dell’amore.]

Con lenzuola arrampicate alla voce.

[Un codice composto da pulsazioni di un rosso scuro.

I corpi vogliono esagerare.]
Mentre il mio ventre si fa cavo attendendo il tuo fiato e la mia perdita di senso.
Mentre mi sgusci di ora in ora mordendomi le guance.
Mentre io e te non siamo più dentro i nostri corpi [ma l’aria smossa da quel impegnato assassinarsi] e contemporaneamente non ci siamo mai stati così dentro.
nei cortocircuiti delle prese e delle instancabili tenerezze.
si zampilla zucchero, con la voce,

attendendo quello della massa compatta della carne.
Succosa ape che furibonda si morde le labbra socchiuse.

Graffiandosi le parole hanno il gusto di saporite notti. (altro…)

Anila Resuli – Petali Vorticanti

1.
sostieni la mia pelle sulla tua bocca e fanne
un ramo come un osso d’albero che si lacera
e si trattiene; volgi qui un po’ del tuo occhio
sorpreso del mio odore. sapessi quanto aspettare
richiede l’amore; sapessi come io, lunga, dal mio ventre
al tuo ginocchio mi sorprendo altra. piccola ma greve,
la fiamma s’incastra alla tua bocca e al tuo dente,
forte, diviene ancora.


7.
e forse un nodo conosce mille modi per slegarsi:
si trattiene così poco alle mani da aver paura
di contare le memorie, le dita conche e le lingue
larghe poi fino a stringersi quasi in croce. le mura
qui sanno chi sono. sanno dove il mio cordone
ombelicale termina e dove ha inizio la mia sete.
sono sterile di notte, come una lunga luna
che s’incastra all’occhio, appena ci corteggia la sera.

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