Giorno: 30 Mag 2010

Jozefina Dautbegovic, La televisione di Dio

Ho conosciuto Jozefina Dautbegovic a Trieste nel 2005, l’ho sentita leggere le sue poesie in italiano e nella lingua originale. A tutti gli amici ho voluto far conoscere questi testi perché ne fossero coinvolti e incantati quanto lo ero io. Con jozefina ci scambiavamo regali e brevi messaggi e c’era tra di noi un affetto che superava le difficoltà linguistiche. Ho desiderato imparare la sua lingua per poter leggere quelle sue poesie nell’originale ma anche così, come avviene per i veri poeti, le sue parole attraversano le barriere delle lingue e vanno a segno come frecce lanciate da un arciere infallibile. Come ha detto Cioran, “La vera poesia comincia al di là della poesia; e questo vale anche per la filosofia, per ogni cosa.” Jozefina andava appunto al di là: per questo la sua poesia, che va al di là di ciò che ci si aspetta dalla poesia, resterà sempre con noi.”

Bianca Tarozzi
(introduzione a Jozefina Dautbegovic, la televisione di dio, ed. Cicero, Venezia, 2009)

 

 

IL TRUCCO I

Quello che si vede non è il trucco
per riguardo ho messo solo un impiastro
per attenuare le cicatrici
che di regola offendono maggiormente
colui che guarda.

 

IL TRUCCO II

Il viso spoglio solo è trascurato
Sempre proteso verso tutte
le sciagure obbligato a mandare messaggi
a ricevere schiaffi

Il corpo avvolto negli abiti non è proprio un sostegno
logistico sicuro
Spesso si spoglia
Mentre il viso brucia la gamba destra spensieratamente
dondola.

accavallata sulla sinistra
Una mano riposa sul bracciolo
mentre l’altra sgualcisce un fazzoletto invisibile nella tasca
Le spalle si alzano e si stringono

separato da tutto tramite il collo simile a un ponte sospeso
il viso è solo e indifeso
Il collo non si degna nemmeno di girarsi
e proteggere per un attimo il viso

Esso come autodifesa ha alcune possibilità
chiudere gli occhi trattenere dolorosamente le lacrime
e come ultima risorsa
fare le linguacce

il corpo è protetto dagli indumenti
il viso è nudo e solo
bisogna truccarlo

merita l’illusione.

 

IL TRUCCO .

Da molti anni
mi trucco con costanza la faccia
per assomigliare
alle facce dei concittadini.

Davanti allo specchio esercito
la modulazione l’articolazione
scelgo le parole
spunto i capelli
provo pettinature.

Parole amare di significato complesso
dico a me stessa
dopo di che con le mani
copro lo specchio.

 

È COME SE STESSIMO CON I PIEDI BEN PIANTATI PER TERRA

È come se stessimo con i piedi ben piantati per terra
mentre essa è dimostrato non poggia su niente
ruota su se stessa nel nulla
La sorreggono soltanto leggi di gravità poco attendibili
e altre ancora più incerte di cui non m’intendo
ma so con certezza che sono come tutte le altre leggi
sono pensate per limitare la libertà e assicurare
una pace apparente.

È come se stessimo con i piedi ben piantati per terra
da tempo ormai per le nostre teste non c’è più speranza
stanno sospese tutte insieme
ma in diverse galassie
e forse proprio adesso che lo scrivo
tu sei a testa in giù
rispetto al mio emisfero
e non puoi leggere nemmeno una riga.

.

Jozefina Dautbegovic (1948-2008)

Pūpa Morbo – Daniela Montella

Mr. Odio

C’erano almeno due cose da notare mentre, sotto il pigro sguardo di un solo testimone, il tramonto si tingeva di rosso. La prima era l’assoluta mancanza di un qualunque essere vivente nel raggio di chilometri. Il vento soffiava sottovoce per non disturbare il silenzio. Sembrava ne avesse paura, e nessuno avrebbe potuto capirlo se non il suddetto testimone; ma questi era troppo preso dalla sua occupazione – criticare il tramonto – per spaventarsi. L’altra cosa da notare era il piccione appena morto nella bocca di quello che sembrava un cane impagliato. O meglio, le sue piume. Si staccavano a decine dal corpo immobile e cadevano come fatte di piombo. Il vento, per quanto discreto, non riusciva a muoverle; ma il testimone, dicevamo, non voleva interessarsi né al silenzio né alle piume. Preferiva studiare il modo in cui le nuvole al tramonto sembrassero sporche di sangue e come il mare, sotto, le osservasse morboso. Cercò di immaginare quelle nuvole come ad festoso banchetto di persone che mangiano altre persone. Uomini che mangiano madri, donne che inghiottono sé stesse, vecchi che si divorano gli intestini. Nuvole gonfie di carne cruda; nuvole cannibali. Avrebbe dovuto preoccuparsene, forse, come aveva sempre fatto il suo psichiatra. Gli chiedeva: cosa vedi qui? E mostrava una macchia. E qui? Altra macchia. Lui rispondeva – sangue, spesso, o una cistifellea ancora calda, o un’arteria incastrata fra gli incisivi – lo psichiatra scriveva qualcosa e lo mandava via. Si era preoccupato molto per lui; ma questo non aveva importanza, essendo morto. Le persone avevano un valore finché respiravano, ma avere potere era renderle oggetti. Al dottore aveva dato ascolto finché non aveva visto la sua testa spaccarsi, vuota, come un oggetto inutile, ed era stata la fine. Come terapeuta aveva solo sé stesso e non pensava di essere malato. Non c’era nulla da curare in una sana e costruttiva ossessione omicida. No, pensava Mr. Odio (si era ribattezzato così dopo la Prima Ondata che aveva distrutto gran parte degli uffici pubblici, e, di conseguenza, le facezie legate al suo nome): non era un assassino, ma un innocuo buongustaio. (altro…)