IL RISVEGLIO DEL CAVALIERE (o era la sua fuga?)

… ALL’ALBAA VIIIIINNCEROOOOO

VIINNCEROOOOOO

VIIIINNCEEEEEEEEEEEEEROOOOOOOOOOOO 

TATATATATATAAAA  TATAAAAAAAAA

TATATATATATAAAA  TATAAAAAA  TAAA TAAA  TATATAAAAAAAAA!

TITITÌ TITITÌ TITITÌ TITITÌ… Fu così che il sogno lirico del piccolo cavaliere venne bruscamente interrotto dalla sveglia digitale, un oggetto dal raffinato design alloggiato in un apposito vano del comodino che era tutt’uno con la testiera del letto che si configurava come una propaggine della parete della camera da letto che appariva come una cellula della zona notte sospesa su travi di legno lamellare nel volume vuoto dell’ala destra della sua villa scolpita nella nuda roccia di un meraviglioso promontorio distrattamente tutelato da vincolo paesistico ed ambientale, il tutto progettato dal famoso architetto Renzo Spiano.

– ‘Rrrco cazzo, era solo un sogno…ero bello, alto…cantavo…nessun dormaaaa… vincerooo-oo.. sospirò.

Il piccolo cavaliere scese dal letto scivolando sulla pancia, artigliando le lenzuola con le dita per frenare la caduta libera. Si diresse verso il bagno. Camminava a piedi nudi sul caldo parquet di legno esotico riscaldato da una sottostante serpentina d’acqua calda. Entrò nella toilette allestita alla maniera delle terme romane e pensò bene di sbirciare il proprio aspetto allo specchio. Salì sullo sgabello che gli permetteva di superare in altezza il lavandino mosaicato, si guardò e ci rimase subito male. Scese con metodo dal supporto e s’avviò verso il water. Una volta giunto al prezioso vaso – terza dinastia Ming opportunamente adattato per il nuovo, prosaico uso – abbassò i pantaloni del pigiamino e lo slippino fino alle caviglie, poi se li tolse del tutto per adottare la sua posizione preferita: mani sui fianchi, gambe semi-divaricate con punte dei piedi divergenti, mento volitivo leggermente innalzato ad indicare il futuro ricco di promesse dinanzi a sé. Iniziò la sua minzione, a pisciare, insomma.

Stava andando tutto bene, fin quando il mento volitivo deviò per un istante dal promettente futuro e si abbassò sul presente del suo pisellino che sgocciolava svogliatamente. Guardalo lì! Un vecchio rubinetto incrostato che perde, un lombrichino con i conati di vomito, un… vero schifo. Lo scrollò penosamente inumidendosi le dita, poi si voltò e allungò le mani verso la fonte d’acqua minerale gasata che sgorgava da un monolite posto di fianco, lavando via il ribrezzo per la sua stessa roba. Tornò al lavandino, rimontò sullo sgabello e iniziò a radersi cercando di evitare il contropelo sulle cuciture, così come gli avevano insegnato i suoi chirurghi: un cedimento strutturale delle giunture del viso avrebbe avuto conseguenze catastrofiche, vanificando il lavoro del fior fiore dei professionisti dell’immagine (falsa), che stipendiava profumatamente. Nel mentre si sbarbava, per risparmiare tempo, il nostro decise di cominciare le sue quotidiane “prove sorriso”. Dette prove consistevano nella diligente esecuzione di trenta sorrisi ogni mattina, suddivisi in sei gruppi di cinque ripetizioni ciascuno: sorrisi-ottimismo, sorrisi-sufficienza, sorrisi-derisione, sorrisi-barzelletta, sorrisi-gaffe e i famigerati sorrisi-potere, con tutti i denti bene in vista. Di pessimo umore, i soli sorrisi che riuscì a produrre ricordavano l’espressione di un beccamorto che s’accinge a svolgere i suoi uffici.

Terminata la rasatura si sciacquò abbondantemente per rimuovere i residui di schiuma da barba, quindi afferrò l’asciugamano tessuto con il vello di una specie protetta (male) dal WWF; con movimenti calibrati tamponò con la preziosa stoffa il suo delicato faccino, quindi lasciò cadere a terra l’umido frutto del bracconaggio. Si fissò a lungo negli occhi sormontati dalle palpebre di ricambio, sostenendo lo sguardo della sua copia riflessa. Forse sperava di sorprendere un minuscolo movimento fuori tempo, uno sbatter di ciglia, un’inezia non perfettamente sincronizzata, qualsiasi cosa potesse provare che “quello” di fronte non era lui, ma un’entità autonoma.

– Quella scultura moderna non posso essere io…, si rammaricò.

Si sfiorò con la mano i capelli piantati appena due settimane prima, ne sollevò un ciuffetto con delicatezza saggiando la tenuta dell’ancoraggio, poi l’abbandonò al suo destino. Ma quello osò rimanere in piedi. La cosa lo fece imbestialire. Si colpì nervosamente il cranio spiaccicando al suolo quell’insolente, il gesto di un clown da circo in rovina.

Mezzo rintronato decise di riprendere l’ispezione del suo viso, pizzicandosi sotto il mento per accertarsi della riuscita della recente asportazione del bargiglio: tutto a posto. Finalmente un mezzo sorriso umanizzò il suo volto.
Ridiscese dal trespolo procedendo verso la doccia. Al suo avvicinarsi le porte di cristallo si aprirono, scorrendo nella parete con un tenue sibilo del tipo “pudica manifestazione di meteorismo”: la cabina doccia – che avrebbe potuto ospitare un’intera squadra sudata di calcetto – gli si spalancò maestosamente davanti. Di fronte a quell’immensità piena di soffioni, ugelli, miscelatori e misteriose manopole che spuntavano dalle pareti, si domandò incredulo perché mai (egli stesso) l’avesse voluta così grande, ma non si rispose.

Dopo un breve armeggiare alla parete fu investito da quattro diversi getti d’acqua già saponata e variamente riscaldata. Aveva appena cominciato a massaggiarsi, ricoprendosi di tiepida schiuma che stendeva affettuosamente sul proprio corpicino, allorquando la sua manina giunse alla pigra escrescenza che aveva tra le gambe. Quasi sovrappensiero tentò un’estemporanea autogratificazione che purtroppo non gli riuscì: il coso non ne voleva proprio sapere. Uscì di scatto dalla doccia, afferrò l’accappatoio e l’indossò nervosamente facendogli assorbire la schiuma che ancora lo ricopriva. Tornò in camera da letto a rapidi passetti, quindi si diresse verso il salone-armadio dove si liberò dell’accappatoio gettandolo a terra.

– Altro che sorrisi del cazzo… ottimismo… sufficienza… potere… ma andate tutti affanculo, andate….

A volte, quand’era certo che nessuno potesse vederlo né sentirlo, si sfogava piagnucolando da solo.

Montò sul secondo gradino di un’apposita pedana e strappò una gruccia che reggeva un doppiopetto completo, corredato di camicia coordinata, cravatta, maglietta della salute, calzini e mutande. Si vestì in piedi, ancora fumante di rabbia per la cilecca masturbatoria: non riusciva proprio ad accettare la vecchiaia.

Terminata rapidamente la vestizione, a piedi scalzi approcciò una nuda parete; un sensore aprì due grosse ante che occultavano una nicchia interna: su tre scaffali illuminati da una costellazione di faretti alogeni, sessanta paia di scarpine “speciali” erano pronte per la rivista. Con compiaciuta attenzione le percorse tutte con lo sguardo, prima di soffermarsi su un modello “E5”, dove la E stava per “estero” e il “5” indicava il numero di centimetri di cui avrebbe beneficiato la sua statura: una scarpa da viaggio diplomatico. Ne prese una, l’accarezzò piano, poi la sollevò all’altezza del naso con la punta rivolta verso il viso. Chiuse un occhio per osservarne l’accuratezza della linea, annusò la morbida pelle, le calzò. Fece tre passetti indietro, tre passetti avanti, tre passetti indietro, quindi si diresse verso uno specchio grande come mezzo campo da tennis dove, complice l’impeccabile vestito che migliorava alquanto le sue fattezze, cominciava finalmente a rassegnarsi al proprio aspetto. D’improvviso sciolse le braccia come avrebbe fatto un pupo siciliano, poi le alzò portando i gomiti in avanti per verificare l’effettiva libertà di cui godevano le articolazioni scapolo-omerali; le riabbassò con soddisfazione: il vestitino gli stava a pennello.

Tornò in bagno per l’ultima operazione: la pietrificazione della chioma mediante un rarissimo gel a base di sperma di ornitorinco. Con pochi, esperti tocchi di pettine e lisciatine riuscì a domare i capelli ribelli, stavolta senza violenza. Si felicitò con se stesso e fece per uscire.

Si avvicinò alla porta della stanza da letto, la aprì. Un armadio in doppiopetto nero, occhiali da sole, auricolare e valigetta gli si parò davanti, impedendogli di proseguire oltre. Il suo viso senza occhi lo fissava. Il condottiero minimo era abituato a quelle presenze che avrebbero inquietato chiunque tranne lui: le sue case erano piene di quegli androidi che vegliavano giorno e notte sulla sua incolumità. Il legionario, con compostezza insospettata, gli aggiustò il nodo della cravatta, poi gli spolverò inutilmente una spalla. Nel frattempo il tetto sopra alle loro teste iniziò a vibrare al terribile suono di una lenta raffica di mitragliatore: le pale di un elicottero iniziavano a turbinare. Senza preavviso il colosso introdusse un ditone enorme nella propria bocca, lo ricacciò inumidito, quindi lo posò maternamente su una guancia del suo datore di lavoro per rimuovere una zona di antiestetica opacità.

– Maccheccazzo stai facendo? Non così… fermo!

– Scusi signore, solo un attimo… ecco, ho finito.

Dopo essersi ricomposto ed aver controllato, carezzandola, la propria chioma consegnata all’eternità da quel magico gel, il basso duce alzò la sua manina e aspettò; l’angelo custode la guardò e come tutte le mattine raccolse l’invito, stringendola con amorevole delicatezza. I due s’avviarono mano nella mano verso l’ascensore che li avrebbe condotti al tetto, all’elicottero, alla libertà…

Luigi Di Costanzo (detto Gino)

6 comments

  1. Io porto il casatiello e la pastiera… col freddo ci vogliono le calorie… :-D)

    (grazie, Daniela)

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  2. personalmente non ho ancora fatto il cambio dal guardaroba invernale a quello estivo..non è che ci siano grandi possibilità di scelta!
    ma, a prescindere, il tuo raccontare, caro gino, è sempre bello e coinvolgente! ;)

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