Giorno: 10 Mag 2010

Francesco Tomada – poesie (post di natàlia castaldi)

Gorizia 1917 – Villa Moresca

Non è facile parlare delle poesie di un amico, e si rischia di apparire troppo intenti a carpire la captatio benevolentiae del lettore nei confronti dei versi che si andranno a presentare, ma nel caso di Francesco Tomada, per quanto io possa scrivere con immenso affetto queste poche righe, sarà l’onestà dei suoi versi a parlare da sola, rendendo vano e superfluo, qualunque mio sforzo introduttivo.

 Nei suoi due libri “L’infanzia vista da qui” e “A ogni cosa il suo nome”, ci sono poesie che, seppur rilette a distanza di tempo, provocano la stessa intima spaccatura, facendo vivere o, meglio,  rivivere emozioni, assenze, silenzi, vuoti, lutti, che nel momento stesso in cui Francesco poggia nero su bianco, sembrano smettere di appartenere solo a lui, per transitare nei ricordi ed in quelle emozioni di tutti, spesso soffocate dalla corazza degli anni e della disattenzione per la storia.

[…]
volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore
[…] da “L’infanzia vista da qui”

Uno stato di attonito sbigottimento si delinea nei contrasti tra cose e misure: immensamente grande/troppo piccolo. Scorrendo le parole di Francesco, si entra in un tunnel dimensionale che denuda fragilità e precarietà delle cose e di noi stessi, sempre in cerca di risposte anch’esse troppo grandi o solo troppo piccole, minuscole, come la meschinità di quella sconcertante banalità del male che, appartenendoci, ci “misura” in relazione a ruoli e cose, decretando il nostro fallimento umano e terreno.

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
- non posso proprio chiamarlo vivere –

c’è una stanza intera piena di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti

La sospensione del tempo che aspetta se stesso, si incide nel “sopravvivere” delle cose, degli oggetti alla tragica parentesi d’esistenza cui appartennero, fissando “ciò che è stato” negli occhi di chi transita in un luogo tragico e d’indefinito.

La famiglia, la sua terra di confine, gli affetti spezzati, le tracce insanabili delle atrocità di una guerra infinita e cucita sulla pelle di un’umanità che ha declinato se stessa al procedere per inerzia, le piccole cose intime e quotidiane contrapposte ad i “finti grandi cambiamenti” ed agli avvenimenti di cronaca e storia, sono così fortemente presenti e pulsanti in questa poesia, da non lasciare indifferenti per la nuda e delicata fragilità ed onestà con cui si manifestano.

(nc)

Brevi cenni biografici:

Francesco Tomada nasce a Gorizia nel 1966.

Ha vinto il Premio Nazionale “Beppe Manfredi” nel 2007 come migliore opera prima.

Pubblicazioni:

 “L’infanzia vista da qui” – ed.: Sottomondo, dicembre 2005 – ristampa marzo 2006;

“A ogni cosa il suo nome” – ed.:  Le Voci della Luna, 2008.

Alcune sue opere sono presenti nell’antologia “Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est” – ed.: Fara, 2008.

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Gorizia – notte di natale del 1917

da “L’infanzia vista da qui”

L’ allargamento dell’Unione Europea

Ci sono caprioli che percorrono di notte

i sentieri jugoslavi di pattuglia

per evitare i rovi

come acrobati sul ciglio del confine

voi dite “non esiste più il confine”

ma io lo vedo ancora

è una traccia senza erba fra le spine

sono i cippi conficcati nella terra

perché fra tutti gli animali

l’uomo è il solo

che segna il territorio con le pietre

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