AnarchicAmore: Luce Fabbri (post di natàlia castaldi)

Molti non comprendono come ci si possa, oggi, definire “anarchici” … dunque potrei usare mille giri di parole per ribadire triti concetti, tentare di riportare citazioni di Malatesta, Luigi Fabbri, Danilo Dolci, di Berneri o di Gobbi, … ma quello che sento di dire con mie semplici parole é che l’anarchia non é disordine, non é terrore, non é bombe e clamore e nemmeno protagonismo di piazza o magliette stampate con la foto abusata del povero grande “Che” …

 L’anarchia é un atto d’amore, é poesia e pensiero, é resistenza ad un ordine prestabilito che condanna la libertà d’espressione, é opposizione tenace e viscerale ad ogni “fascismo”, é profondità d’ascolto e condivisione … e se devo fare riferimento ad un simbolo del recente passato per spiegare la mia anarchia, non posso che pensare alla “Luce” del pensiero, alla spinta propulsiva di chi amava “insegnare” non per amor di pulpito, ma per la gioia di costruire, grazie alla conoscenza ed alla lotta all’ignoranza, un cammino comune di libertà…. e forse, anche per questo “anarchia” nel mio dizionario emotivo é sinonimo di “resistenza” e “poesia”.

Luce_Fabbri

Luce Fabbri

E’ ormai lontano il giorno
in cui mi hanno estirpato il tuo sorriso:
da quella piaga aperta sgorga sangue
che mi ristagna dentro
e sale, impulso cieco, fino in gola.
Ma quando mordo il tempo verso il nulla,
la bimba che hai dimenticato
viene e mi osserva:
il mio stame s’impiglia nel suo sguardo
e in questo tenue abbaglio di poesia.

***

Apocalissi

Viene il giorno dell’ira.
Viene l’inferno, ingoia gl’innocenti.
L’apprendista stregone,
dopo aver scatenati tutti i venti,
preme ridendo l’ultimo bottone.
Le montagne di scoria
si sciolgono in fusione.
E’ finita la storia.
Gli oceani puzzolenti
affogano il bisonte d’Altamira.

*

Il diluvio

L’acqua cresce, s’ingorga, mangia il prato
e poi la casa e assalta la collina.
Trema il cipresso d’ali rifugiate.
E’ nera e densa l’acqua e il suo gonfiore
monta e minaccia. Restan poche ore
per questo sole trepido, isolato,
per noi che lo beviamo, per la fina
catena che ci lega all’aspettato
domani, che, or lo vedo, non verra’.

*

Natura quasi morta

Sotto la foglia grinza il coleottero
muove le sue zampette arrovesciato.
E’ vivo e disperato
e sente tutt’intorno la minaccia:
aspetta li’ la scarpa che lo schiaccia.
Tutta la vita in quell’armeggio fragile,
tutta la morte in quella foglia gialla,
che il sole scalda invano.
Le rane fanno coro di lontano.
Passa neutra nell’aria una farfalla.

*

La siepe

Ci porta volonta’ come un destino,
non verso il sonno della fiera in lustra,
ma all’insonne caverna di Leonardo.
Sol si conosce ben quel che si crea.
Crea la ginestra il fiore ed il profumo.
Resisteranno al flusso della lava?

Stiam facendo una casa per la gente
all’incrocio di tutte le autostrade.
Nessun di noi voleva far la siepe.
Ma l’abbiam fatta tutta di ginestre
contro l’ondata nera e puzzolente
che ci porta il riflusso d’Hiroshima.

*

Le parole

Vorrei giocar col vento a dir parole
ed a buttarle fuori
come palle, perche’ me le rimandi
ed io riscopra in loro il mio messaggio.

Vorrei sporger la mano che lavora,
dalla finestra di questa mia cella,
a stringer mani, a accarezzar capelli,
a chiedere e ad offrire un po’ d’amore.

Ma il buio mangia tutte le parole
ch’escon di casa prima dell’aurora.

*

Rilettura leopardiana

La terra, l’alto cielo, il nulla in mezzo.
Dove sta l’uomo?
Il pastore cammina, ma non sa
che han violato la luna
ed han riempito il nulla di satelliti.

Dove sta l’uomo?
Il pastore cammina, ma il suo gregge
vaga disperso
e le fontane sono avvelenate;
l’erba si secca.
Ma profuma il deserto una ginestra
che raccoglie la sfida del futuro.

*

Sordita’ crescente

Fa tacere le cose
il fragore remoto del tempo.
E’ remoto, ma cresce
a misura che cresce il passato.

La cicala e’ gelosa di tutto.
Fa cri-cri sulla voce sommessa
dell’amore, sul grido
solidale del grande dolore.
Ed eleva pian piano,
muratore ostinato,
la sua parete opaca ed incolore.

*

Le parole nuove

Ogni parola trova la sua carne.
Io volevo cercare nella selva
del mondo le parole trasparenti,
parole d’aria,
da leggere, da scrivere, da dire,
da proiettare al buio sullo schermo,
ma che non pesino
e che non gettin ombra sulla strada.

Queste parole, amici, non esistono,
ma c’e’ nel caos qualcosa che le cerca,
qualcosa che ha potenza di crearle.
E allora cantero’ con quelle, alfine,
cantero’ alfine un canto di vittoria.

*

Patagonia (variazione italiana)

Il deserto accogliente in riva al fiume
stava un tempo nei libri;
lo vedevo di sera nel soffitto,
al riverbero tenue della strada:
c’era il giaguaro e il puma
e la’ sul monte, nero contro il cielo,
Buffalo Bill chiamato Martin Fierro.

Poi fuggirono i puma e ritrovai
quel deserto nel fondo dell’esilio,
dopo molti anni e molto mare, quando
l’esilio smemorato era gia’ patria.

Il fiume ha preso un nome, ed e’ il Limay.
Sulla riva ho una torre di speranza
da cui guardo lontano. Il mondo e’ scuro,
il mondo e’ freddo e il tempo e’ troppo poco.
Ma li’ c’e’ un po’ di fuoco.
Stringo due mani e non ho piu’ paura.

*

Ancora un poco

Frullo di voli sulla soglia oscura.
Ancora un poco; ancor debbo pensare
a come possa misurare il nulla;
ancor debbo imparare
a scandagliare il fondo del silenzio,
a camminare nell’oscurita’.
Non sono preparata: dammi tempo
prima d’entrare.
Non c’e’ bisogno
che nessuno mi spinga: solo debbo
abituarmi a un sonno senza sogni,
al vuoto opaco dell’eternita’.

*

L’ultima parete

Una vecchia e’ seduta vacillante
sull’ultima parete e non si volta.
C’e’ nebbia dietro e nella nebbia e’ sciolta
la morte: i vivi guardan tutti avanti.

La vecchia sa. La casa sta la’ dietro,
la casa con il fuoco, il pane e il sale
per tutti. Ma le camere, le scale,
la cucina si sgretolano. Il vetro

delle finestre e’ cieco, perche’ il vento
l’ha coperto di terra del deserto.
Dio, cos’abbiamo fatto! Era la casa,
la nostra casa e l’abbiam data al mostro.

E’ l’odio nostro che avvelena i pozzi:
non sazierem mai piu’ la nostra sete.
La vecchia guarda il vuoto.
E’ seduta sull’ultima parete.

***
Scrisse poco prima di morire:

“Nel cielo e nella terra sta il futuro, / l’ormai prossimo futuro / in cui io morirò. / Rendetelo luminoso, tu e gli altri, / non lasciate che io muoia tra le tenebre / rannicchiata sotto l’orizzonte.”

e che il futuro possa rendere luminosa giustizia al suo operato, cancellando le tenebre e le ombre di questo triste presente.

n.c. 

Per la biografia di Luce Fabbri si consiglia il seguente link: QUI
*

3 comments

  1. Grande, LUCE, grande, ricordo il tuo sguardo sereno e profondo, ricordo il tuo disperato amore per la POESIA e la Giustizia. Resistere, resistere sempre, povera Italia, Luce, povera…Uruguay adesso è un paese libero dove si puó sognare, è libero anche grazie a te, lottando contro l’orrore della dittatura fascista.
    Grazie Luce !!!
    Elan

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  2. Gli anarchici sono sempre stati perseguitati perché semplicemente rifiutano il concetto stesso di “potere”. E questo il potere non può consentirlo… Hai ragione Nat, anarchia è anche poesia…

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