Giorno: 9 aprile 2010

‘O CAMMURRISTA

Pigliai o’ fierro (la pistola) e mi sparai. Mò vi spiego, ‘nu poco ‘e pazienza!
Cinquanta chili di muscoli arraggiati (stizziti), sguardo tremendo incorniciato da un collare borchiato, bava permanente e assoluta mancanza di scrupoli: Movepiglioamuorzi, il mio rottweiler, così si chiamava l’orgoglio mio!
Nel mio paese, Sodale di Principe, non m’ero ancora guadagnato il rispetto ‘e tutti i fetienti, ero un killer meza botta di primo livello (killer apprendista), e stavo sotto esame per il secondo livello. Tentavo ancora di farmi strada nel “Clan dei Sodalesi” – ‘na maniata ‘e chiavichi mai vista! (un raro insieme di luridi malvagi) – e pensavo che incutere terrore cu ‘stu sfaccimma ‘e cane avrebbe dato un pochino lustro alla mia immagine, ultimamente un po’ in ribasso. Certo, fare carriera era difficile, si cominciava con il grado di avventizio o palo, che si otteneva dopo un corso di sei mesi ed un esame finale, e solo dopo si accedeva ai corsi di killeraggio di primo, secondo e terzo livello. Da ragazzo non volli frequentare le lezioni, nun tenevo genio (ero svogliato), così mi presentai da privatista all’esame per diventare avventizio. Alla commissione esibii la faccia intorzata (tumefatta) di mia madre che avevo all’uopo riempita di botte e trascinata con me, un triciclo arrubbato a un creaturo di quattro anni dopo averlo cecato con una sputazzata in faccia, e un biglietto da cento euro scippato fuori all’ufficio postale a ‘na vecchia zoppa che mi dette pure ‘na bastonata ‘n capa – ma ‘sta figura ‘e mmerda ai professori non la raccontai. Quelli, dopo aver visionato quel popò di curriculum che m’ero portato appresso, prima si pisciarono sotto dalle risate, poi all’improvviso m’arrivò ‘nu buffettone… ma ‘nu buffettone così pesante sulla faccia, che per un istante mi parve di vedere la Madonna di Pompei con le braccia aperte in segno di pace. Mi guardarono in silenzio. In quella sessione d’esami la commissione era composta da Totonno ‘a cazzimma (Antonio la cattiveria inusitata), Gennarino o’ zuzzuso (Gennaro il sudicio), Pascalone o’ piscione (Pasquale il superdotato) e Feliciello o’ pirito (Felice la scoreggia), un camorrista, quest’ultimo, particolarmente temuto dagli altri, soprattutto nei luoghi chiusi. Ricordo che il silenzio fu interrotto da Gennarino o’ zuzzuso che disse:  “Vabbuò, dammice ‘na possibilità a ‘stu guaglione! Ma statti accorto, ti teniamo d’occhio!!”  Decisero in pochi secondi: una flatulenza di Feliciello o’ pirito aveva rapidamente messo tutti d’accordo, accelerando lo scioglimento della riunione.

Che bei ricordi di gioventù! A proposito, scusate assai, non mi sono presentato, io sono Giggino ‘a fetecchia, (Luigi la cilecca) soprannome che mi affibbiarono all’esame per killer di secondo livello che non andò troppo bene e fui bocciato, ma torniamo al cane.
Una mese fa lo lasciai legato al cancello che divide il mio giardino dalla strada, perché avevo dimenticato o’ fierro (la pistola) sul comò. Torno in casa, piglio o’ fierro, esco fuori e che ti vedo? Movepiglioamuorzi stava sdraiato sulla pancia con la lingua da fuori e dietro a lui ‘nu chihuahua ‘e mmerda, pure lui con la lingua da fuori ma non per il caldo, che con grande impegno se lo stava facendo!… MA… MA… MARONN’!! O’ CANE E’ RICCHIONE!! Mi precipitai come un fulmine ma era troppo tardi: Cirotto o’ ribbotto (Ciro la doppietta) e ‘Aitano ‘a nzogna (Gaetano la sugna), un camorrista grasso e untuoso, i miei tutors, si stavano già sganasciando con le panze in mano sul marciapiede di fronte. Ero rovinato, l’avrebbe saputo tutto il paese, l’ennesimo, definitivo stop alla mia carriera! Trascinai quello scuorno di cane depravato nel retro della casa – con sommo dispiacere del chihuahua che non aveva ancora finito – e gli sparai due colpi in testa, anzi tre, il primo (e io ‘o ssapevo!) aveva fatto fetecchia. Fu allora che decisi di tentare il tutto per tutto, bruciare le tappe e sottopormi con un anno di anticipo alla prova pratica per killer di terzo livello.
 
Duplice omicidio con ferocia inaudita, obbligatorietà della minore età per almeno una delle vittime che saranno a scelta del candidato

…così stava scritto nella bacheca degli esami. Presentai la domanda che, dopo una settimana, con mia grande sorpresa, venne accettata. Anche se mia sorella, che per me ci tiene, afferma tutt’ora che se non fosse stato per la sua abilità orale con i membri della commissione, mi avrebbero declassato da meza botta a palo, altro che “terzo livello!”
In un paio di giorni individuai le vittime: il vedovo Paoletto Cuccurullo ditto ‘a malaciorta (Paolo Cuccurullo detto la sfortuna) e sua figlia di otto anni, Gabriella ‘a sturtarella (Gabriella la deforme), una dolce bambina che portava nel fisico gli evidenti segni del talento di suo padre nell’attirarsi sciagure. La mia scelta fu da vero figlio ‘e cantero (figlio di un orinale, uno furbo insomma). Infatti Paoletto ‘a malaciorta, oltre ad essere vedovo e con una figlia deforme, stava pure in cassa integrazione da un anno, così passeggiava quasi tutto il tempo sul corso principale di Sodale tenendo per mano lo sgorbio. Sarebbe stato chiù facile ‘e ‘n’ abuso edilizio sulla piazza di fronte al comune.
 Finalmente venette o’ iuorno (venne il giorno). Erano le dieci e trenta del mattino, ero in sella alla mia Sesterzi 1500 con carenatura giallo limone di Sorrento, fermo, a lato del marciapiede, ma col motore acceso. Chilli duie  scarugnati si stavano avvicinando. Eccoli. Scesi dalla moto e mi fermai in piedi a circa sei metri da loro, ignari. Mentre estraevo o’ fierro sentii coccosa che mi strattonava i pantaloni nei pressi delle caviglie. Guardai in basso: MANNACCIAGIESUCRISTO!! era ‘n’ata vota chillu schifo ‘e chihuahua ‘e munnezza arrapato che mi stava scopando il polpaccio; alzai la gamba ma chillu strunz’ s‘era attaccato, e chiavava pure a mezz’aria, e nun cadeva! MA CHI E’ O’ PROPRIETARIO ‘E ‘STU CANE? Gridai, ma era troppo tardi. O’ pato e ‘a figlia erano a tiro e dovetti cominciare a sparare su una sola gamba, cu chill’omm’e mmerda ‘e cane (con quell’essere spregevole d’un cane) che si sognava ‘a bonanima do cane mio, e chiavava! Vuotai tutto il caricatore, ‘nu burdello, non si capì più niente! Una fuiarella generale.
Il risultato fu: quattro contusi (quattro Carabinieri che si sbucciarono le ginocchia nel tentativo di non intervenire); due ricoverati ( i miei tutors, Cirotto o’ ribbotto e ‘Aitano ‘a nzogna, che in preda a risa isteriche ebbero uno sbalzo di pressione e furono portati via in ambulanza); un morto (mio padre, Rafele o’ pensionato -Raffaele il pensionato – così detto per non aver mai lavorato;  assistette per caso alla sparatoria e morì di crepacuore per il mio fallimento); due sopravvissuti (Paoletto ‘a malaciorta, per il quale si cominciò a studiare un nuovo soprannome in virtù dell’accaduto, e sua figlia Gabriella ‘a sturtarella, che invece rimase deforme com’era).
 
Stavo chiuso in casa da un mese, ma non per paura dei carabinieri, ché dopo un mese stavano ancora guardando da un’altra parte, ma per lo scuorno. Un  bel giorno bussarono alla porta Ciccio sett’e mmeza (Francesco sette e trenta), un killer fidato, aduso a colpire di buon mattino, e Massimino o’ schiattamuorto (Massimo il becchino), il “pulitore” del clan, quello che cancella le tracce dalla scena del delitto. Con occhi da malamente mi fissarono senza parlare, poi mi consegnarono un libro e se ne andarono.
 ‘Nu libbro? Mah! M’assettai e cominciai a leggere. Era ‘na specie ‘e storia nostra, si chiamava Sodoma, l’autore era ‘nu bbuono guaglione del paese, Alberto Aviano, detto o’mellone (Alberto il pelato). Lo lessi dall’inizio alla fine quel giorno stesso, non mi alzai dalla poltrona nemmeno per pisciare. Ci stava tutta la storia del clan in quel libro, i nomi di tutti quanti. Il mio, no.
Lo lessi ‘n’ata vota nervosamente, forse avevo zumpato qualche pagina. Niente, non c’ero. Fu una vergogna mondiale, accumminciai a chiagnere. Nemmanco Alberto o’ mellone m’aveva cacato! Perciò pigliai o’ fierro e mi sparai.
Lo so, nun me lo dicite, nun è ‘nu suicidio originale, o’ ssaccio, ma fu l’unica vota in cui nun feci fetecchia. Ve pare poco?  

 

Te(in)tris gratis

Le voglio mettere
un fuoco dentro
una brace

che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili

legni della terra radici di cielo
rami bracci fiumi consacrati del dio mai conosciuto

linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive

multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio linguaggio catena

parola nata per donarsi o bolo
incenerito nella soglia di un bacio

vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino esce dalla fronte

nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande

pronto a ferirsi morirsi e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura

o d i o

dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza

dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia

scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa

spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza

terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo
dove la luce è sparsa.

Nel lusso e nell’incuria
nazioni e nozioni
case
case
e poi ancora
case e case
un sacco di strade e cose sparse
sicuramente sperse in quei nodi
senza orizzonte chiusi
rinchiusi in matasse di serpi arse
periferie di città e regioni
nazioni di ragioni
testi di disumanazione e ferocia.
Stanze di raccolta
in serie ciò che non serve ciò che si rifà
come una riga di scrittura radiata
cancellata e poi di seguito annerita:
sillabe senza domande.
Una resa disarmante l’eccesso
l’accesso a quelle
forniture di macerie
vernici di oscuro e vertici
di agonia dei soli chiusi dentro
anelli di una specie disarmata
in matrimoni avariati dal consumo
di sesso e vita a cottimo i rimossi sogni
racconti estirpati da stazioni locali      pensieri
stanze amare in cui ci si fa
l’amore in posizioni ambigue in quotidiani inferni
atrio in cui si abita la morte già
grande soglia spoglia porta della casa.
Senza scampo la cancrenosa
malattia: l’incurabile vivere
un tempo mortale
nell’arco della penombra e
ora riflesso dell’oscurità del corpo
questa carne in cui si spillano concetti
gli arditi aforismi pensieri svolti sì in linguaggi
ma nudi e senza incanto
solo macerie e macellate ossa
d’altro fatto di una sabbia
antica frode che strappa quel poco che resta
che brilla la vita in un solo
r e s p i r o.
Là dove stava in gabbia
intrappolato luogo
il corpo non è più.

mi è capitato

di vedere uomini
trasformarsi in topi
e mi è capitato di vederli
banchettare tra loro
con la carne della loro specie
solo perché erano cavie
di altri animali ingordi
avidi e tenaci rapaci della peggior specie
ammalati di febbri antichissime
Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo
che ancora infetta la razza
e la lascia in preda alla sua sete
alla sua fame e alla sua svuotata presenza.
Sintomo di questa alienazione è la vitalità nel pretendere di porsi alla luce
in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché
le ombre lo adattino alla cecità degli altri
di tutti quelli che lo guardano. E’ così che si propaga il contagio.
Ozio e noia
davanti ai mediatici culti
ai riti cui si sottopongono e le droghe
dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione di uno stupefacente
potere con cui erigersi sopra ogni altro fallo.
Parlamentare con questa specie non è possibile
e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.
Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio
senza rispondere ai loro continui richiami
forse il primato
decadrà
finirà il banchetto delle svendite globali.

basta un clic per vedere il crac!