Giorno: 8 aprile 2010

Una resa a cinque stelle

Ecco la domanda inevitabile, la più scomoda di questi tempi, per i produttori di arte e cultura italiani: Può uno scrittore impegnato, con una visione progressista del suo paese e del futuro, pubblicare i suoi libri da una casa editrice che appartiene ed è diretta dai Berlusconi, come è il caso della Mondadori e delle sue “sorelle”? La mia esperienza riguardo a questi “rapporti pericolosi” mi fa credere di no, che non è possibile. E qualsiasi ragionamento che voglia giustificarli è cercare forzatamente la quadratura del cerchio. Riuscite a concepire Pablo Neruda che pubblica da una casa editrice diretta da Pinochet? O Che Guevara che pubblica i suoi saggi politici sponsorizzato dalla CIA? O Pasolini che chiede a Licio Gelli un anticipo per finanziare la produzione di un suo film? Difficile da immaginare. Invece nella grande confusione e nel conflitto tra coerenza ideologica (nel caso assente) e interesse di avere grande visibilità editoriale e mediatica, tanti scrittori e registi che oggi si presentano pubblicamente come “di sinistra”, accettano il patto col diavolo. E cioè di essere finanziati e distribuiti dalla Medusa Film, o da Mediaset, entrambe dei Berlusconi, o pubblicati dopo il suo “Visto, si stampi” nelle imprese editoriali delle quali possiede il controllo azionario, il potere patrimoniale che è il marchio del suo regime, quel potere alla fine decisivo nel sistema in cui ci siamo impantanati, oggi ancor più incancrenito dai nuovi modelli di commistioni spurie tra cultura, politica e affari.
Questa nuova servitù intellettuale ha poi la sfacciataggine di cercare furbescamente di fare bella figura con tutti, con i loro vecchi ammiratori e con il “capo” che è l’oppressore degli stessi ammiratori (forse sarebbe il caso di ricordare loro la saggezza popolare italiana, quando dice che “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”).
È grottesca anche la semplice discussione pubblica di una tesi così stramba, quella di allearsi al nemico per meglio combatterlo. E “a ridaie” con la vecchia metafora del cavallo di Troia, che non ha mai convinto nessuno. Nella pancia del cavallo troverete un buffet con champagne francese e simpatici, si fa per dire, gadget sotto il tovagliolo, accanto all’argenteria. E da quella pancia poi non se ne esce più. Dopo il banchetto, chi si ricorda più cosa si era andati a fare lì? A quel punto uno si sentirà, magari inconsciamente, già parte di quelle “beautiful people” che il berlusconismo promuove oggi a classe dirigente.
Chi ha esperienza delle cose politiche e culturali si ricorderà quante volte, per non perdere i privilegi della “discreta combutta” che si vuole avere con la destra, scrittori detti “di sinistra” hanno cercato di fare appello alla favola del “cavallo di Troia”, del “sabotaggio da dentro”. Ma chi ci crede più? Gli interessi sono evidenti. Qualcuno sta cercando di nascondere i raggi del sole con un settaccio a maglie larghe. Cercano di imbrogliare i loro lettori, di raggirare la gente che ancora si fida della loro coerenza smarrita e che non vuole dover inghiottire una così grande e così triste delusione politica.
Altrettanto ridicolo è l’argomento della “disideologizzazione” di un lavoro così assolutamente ideologico, sempre e comunque, come fare film o scrivere romanzi. Rileggete le idee di Pasolini a riguardo, imparate qualcosa da Gramsci o da Bertold Brecht sulla coerenza richiesta dal poeta, dall’intellettuale, e sugli stratagemmi “astuti” per provare a raggirarla. Non c’è niente di più patetico che uno scrittore di sinistra tentato dai privilegi e dai valori della destra che cerca di goderli senza perdere il rispetto dei suoi lettori. Li perderà di sicuro, non c’è niente da fare. E merita di perderli, perché commette un tradimento grave e cerca di farla franca.
Ogni periodo storico ha la sua Gestapo e la sua Krupp. A volte viene utilizzata la violenza diretta, brutale, come a Genova nel 2001, e a volte si tenta di cooptare e di comprare gli intellettuali (e non di rado ci si riesce, facendo leva sulle loro difficoltà economiche, ma più spesso ancora sulla loro vanità. È il narcisismo che li frega quando cominciano a credere, per autogiustificarsi, di essere al di sopra del bene e del male e di poter prendere assegni impunemente dalle ditte che fanno capo ai Berlusconi).
Argomenti ridicoli infatti non mancano agli scrittori venali. C’è anche quello che dice che “non si può lasciare case editrici così tradizionali, con un nome storico e rispettato, nelle sole mani di quelli della destra, perché sarebbe una sorta di resa, quindi bisogna fare il ‘sacrificio’ di non mollare e continuare a pubblicare da loro”. Ma, domando io, non te ne accorgi che a questo punto sei diventato anche tu uno di “loro”? Che dietro questa fragile ipocrisia stai soltanto cercando di preservare il tuo posto di lavoro ben remunerato e la nutrita visibilità nei media, proprio come quei “loro” che fai finta di condannare? E poi, non c’è logica più oscena come quella dei “mezzi che giustificano i fini” quando è chiaro che in questo caso sono proprio i mezzi ad inquinare e a cancellare i fini, o meglio a trasmutarli in fini di ben altro tipo, pro domo sua. Non si tratta di un “conflitto di interessi”, ma di interessi puri e semplici. E poi, il nome di una impresa editoriale è rispettato non a causa di una fantomatica “eredità” canonica, ma per quello che oggi fa o non fa, pubblica o non pubblica, per i suoi legami e appartenenze, spesso oscuri e pericolosi, per i fili visibili o invisibili che la tirano, insomma per quello che è diventata. E nel caso in questione già da parecchi anni questo rispetto si è dissolto e quelle case editrici sono diventate strumenti di affermazione e di propaganda di un potere ignobile.
Ma di tutti gli argomenti, il più ridicolo – quasi comico se non fosse tragico – è quello che insiste nel dire che “se i Berlusconi lasciano quelli che sono i loro oppositori liberi di pubblicare quel che vogliono e non fanno alcuna pressione perché cambino il contenuto dei testi, non c’è alcuna ragione perché uno se ne debba andare”. Bene, bravo. Sdogani il “liberale” Berlusconi e gli regali l’ingiusta legittimazione a cui aspira. Ma non ti sei mai chiesto perché interessa tanto ai Berlusconi avere scrittori “di sinistra” – e anche siti internet culturali tradizionalmente “di sinistra” sono oggi colonizzati da funzionari della Mondadori – orbitando intorno al loro potere? O ti sei fatto la domanda e la risposta vera non ti conviene? Comunque collabori (nel senso proprio di “collaborazionismo”) con il deterioramento dello scenario culturale italiano. La strategia di questa destra spavalda è comprare tutti gli spazi per non fare lavorare i loro oppositori, quelli veri, quelli che non sono riusciti a cooptare. E non dimentichiamo che quando l’egemonia culturale è onnicomprensiva e si rigonfia al punto di sfiorare l’unanimità passa a chiamarsi non più egemonia ma totalitarismo. Le parole giuste servono. E ricordati: sarà anche tuo il sigillo morale del totalitarismo.
Così, tra poco non resteranno più spazi che non appartengano in un modo o nell’altro a Berlusconi, e sarà regime. Ai pochi rimasti “desberlusconizzati” non rimarrà alcuna visibilità pubblica, saranno resi invisibili.
Questa anomalia viene ammessa e metabolizzata da alcuni scrittori italiani come normale ma normale non è, perché in altri paesi raramente si trova una tale dissonanza tra la visione di mondo degli autori e la linea editoriale delle case editrici che li pubblicano. Penso alla Francia, alla Spagna, alla Germania certamente, al Brasile, al Messico e all’Argentina, ma anche agli Stati Uniti, dove un autore come Samuel Beckett ha scelto una casa editrice alternativa newyorkese, la Grove Press, per pubblicare la sua opera, e lo stesso fece Jean Genet e William Burroughs, ma anche Lawrence Ferlinghetti e il suo gruppo che da sempre pubblicano per la piccola City Lights Books.
Inoltre, quando un ambiente editoriale diventa complessivamente asfittico, tocca agli scrittori creare dei poli alternativi, come riviste, siti internet e anche case editrici. Molti di loro, forse i più bravi, quando nel loro paese si dilagano i miasmi del regime, creano case editrici indipendenti – gli esempi del Messico, del Brasile e degli Stati Uniti degli anni ’60 sono eloquenti – oppure si organizzano in modo da fare appelli collettivi perché si pubblichi solo per quelle case editrici indipendenti o in sintonia con le loro proposte. Domando, non è arrivata l’ora che gli scrittori italiani prendano posizioni pubbliche comuni, anche riguardo a chi dovrà pubblicare i loro libri? Bisogna far chiarezza anche sull’aspetto pratico, su cosa significa essere un autore impegnato, e magari questa polemica sulla Mondadori e le altre case editrici di appartenenza dei Berlusconi sarà il divisore delle acque.
Dallo scrittore impegnato uno si aspetta giustamente coerenza e onestà. E non esiste “coerenza relativa” né mezza onestà. Puoi chiamare il tradimento e la corruzione con mille nomi, il dizionario è pieno di sinonimi e la fantasia può produrre molti eufemismi carini, ma si tratterà pur sempre di tradimento e di corruzione. Forse è l’ora di tornare al dizionario per cercare il senso di parole come “venale” e “prezzolato” e tenerlo ben vivo nella coscienza.
Circa otto anni fa è stato pubblicato un volume storicamente importante, un’antologia di testi di intellettuali, scrittori e registi italiani con il significativo titolo di “Non siamo in vendita!”. C’era anche un racconto mio ispirato al massacro di Genova del 2001. Oggi, dopo un decennio in cui la destra ha imposto la sua egemonia con le buone e con le cattive, con il contratto ben farcito regalato all’artista “addomesticato” o la spietata censura ai talk show televisivi, quanti di quegli intellettuali del “Non siamo in vendita!” possono ancora confermare di non essersi messi all’asta? Meno della metà, sicuramente. Gli altri sono diventati tutti funzionari più o meno mascherati della stampa berlusconiana, di Panorama, Libero o Il Giornale, di Mediaset, di Fininvest o della Mondadori e delle sue sussidiarie.
Invece aveva ragione Brecht:  solo quelli che lottano tutta la vita sono gli imprescindibili. Gli altri, quelli che hanno cambiato bandiera, che hanno allungato il muso per le briglie del padrone in cambio dello zuccherino e ora cercano di giustificare l’insanabile contraddizione con goffi ragionamenti arzigogolati, come li dobbiamo chiamare?
Lasciamo perdere i dizionari. La parola giusta la conosciamo tutti.
 
[Julio Monteiro Martins]