Giorno: 7 aprile 2010

CORPOREA – Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese

CORPOREA - Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese - 2009 Le Voci della Luna Poesia


Morning Swim

Maxine Kumin



Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom

I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.

There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.

Night fog thick as terry cloth
closed me in its fuzzy growth.

I hang my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.

Invaded and invader, I
went overhand on that flat sky.

Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name

and in the rhythm of the swim
I hummed a two-four-time slow hymn.

I hummed “Abide With Me.” The beat
rose in the fine thrash of my feet,

rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.

My bones drank water; water fell
through all my doors. I was the well

that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”



Nuotata mattutina

Maxine Kumin



Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina

da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.

Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.

La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.

A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.

Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.

Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare

e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.

Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dei miei piedi all’elegante falcata,

saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.

Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni mia porta. Io ero la sorgente

che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.

Traduzione di Loredana Magazzeni



The Cruellest Season

Brenda Porster

“April is the cruellest month…”

Only slightly joking,
I said you were
my cruellest season
you never would
quite get the point,
although you could
great sperm-whale of the mind –
spout flashy geysers of remembered verse.

Not so long after
I understood
how earth might not desire
the softening rain,
her pain
at penetration, the stretch-marked crust’s
slow smoothing to the touch
of liquefying fingers,
the shyness of green shoots
just daring to suggest –
while toughened roots
already presage
oncoming drought.



La stagione più crudele

Brenda Porster

“Aprile è il mese più crudele…”

Scherzando, ma solo un poco,
ti ho detto che eri
la mia stagione più crudele
non hai mai voluto
capirlo del tutto,
sebbene tu sapessi
– grande capodoglio della mente –
schizzare vistosi geyser di versi a memoria.

Non molto tempo dopo
ho capito
come la terra possa non desiderare
la pioggia che ammorbidisce,
il suo dolore
mentre vi penetra, la crosta smagliata
che si spiana lentamente al tocco
di dita che sciolgono,
la timidezza dei verdi germogli
che osano appena insinuare –
mentre radici indurite
già presagiscono
siccità imminente.

Traduzione di Andrea Sirotti



The Marriage

Anne Stevenson



They will fit, she thinks,
but only if her backbone
cuts exactly into his rib cage,
and only if his knees
dock exactly under her knees
and all four
agree on a common angle.

All would be well
if only
they could face each other.

Even as it is
there are compensations
for having to meet
nose to neck
chest to scapula
groin to rump
when they sleep.

They look, at least,
as if they were going
in the same direction.



Il matrimonio

Anne Stevenson



Funzionerà, lo sente,
ma solo se la spina dorsale di lei
combacia esattamente col torace di lui
e solo se le ginocchia di lui
approdano proprio sotto le sue
e tutt’e quattro
appartengono allo stesso angolo.

Tutto andrebbe bene
se solo
potessero guardarsi in viso.

Anche com’è adesso
c’è una ricompensa
nel dover far collimare
il naso con il collo
il busto con la scapola
l’inguine con il sedere
mentre stanno dormendo.

Hanno l’aria, almeno,
di stare andando
in una stessa direzione.

Traduzione di Loredana Magazzeni



A Woman in Another War

Mary Dorcey



Somedays when we kiss
we close our eyes.
Somedays when we close our eyes
we kiss.
Somedays we do not read the newspaper.

A woman was getting on a bus,
I was reading the newspaper.
The woman carried a baby in a carry cot –
Mind your step, another woman said,
and offered her a seat.

I was reading the newspaper –
I was reading the story
of a woman in another country,
a woman in another war.
The story of a woman
who was raped by soldiers.

The soldiers came into her town.
They ordered the women into the street,
they told them to lie on the ground.
They made them lie in rows
and the soldiers raped them
in rows.
One woman after another.
One soldier after another.

One of the women
had a baby,
a newborn baby.
It lay on the earth beside her.
It cried to be fed.
She heard it cry.
She asked the man who was raping her
to stop – to stop
long enough to let her
feed the child.

Bring me my child, she said.
The man stopped.
He got up from her body
and lifted the baby.
He carried it in his arms,
he held it over her.
He took out a knife,
he smiled.
He cut the child’s neck from his shoulders
and held the bleeding head
to the woman’s breast:
Here’s your baby, he said,
feed it.

There was a woman in another country,
a woman in another war.
The soldiers came into the town,
they ordered the women into the streets.
They raped them one after another,
row after row;
one soldier after another,
one woman after another.

The woman on the bus
was helped by another
to sit down.
She lifted the baby
from its cot.
You have to be careful of the head,
the other woman said.
Yes, the woman answered
and with her hand
she cradled the baby’s head.

Somedays when we kiss
we close our eyes.
Somedays when we close our eyes
we kiss.
Somedays we don’t read the newspaper.



Una donna in un’altra guerra

Mary Dorcey



Certi giorni quando ci baciamo
chiudiamo gli occhi.
Certi giorni quando chiudiamo gli occhi
ci baciamo.
Certi giorni non leggiamo il giornale.

Una donna saliva sull’autobus,
leggevo il giornale.
La donna portava un neonato in una culla portatile –
Fai attenzione, disse un’altra donna,
e le offrì il posto.

Leggevo il giornale –
leggevo la storia
di una donna in un altro paese,
una donna in un’altra guerra.
La storia di una donna
che fu violentata dai soldati.

I soldati vennero nella sua città.
Fecero uscire le donne nelle strade,
dissero loro di stendersi per terra.
Le fecero stendere in fila
e i soldati le violentarono
in fila.
Una donna dopo l’altra.
Un soldato dopo l’altro.

Una delle donne
aveva un bambino,
un bambino appena nato.
Stava per terra davanti a lei.
Piangeva perché voleva essere allattato.
Lei lo udì piangere.
Chiese all’uomo che la stava violentando
di fermarsi – di fermarsi
per lasciarle
allattare il bambino.

Portami il bambino, disse.
L’uomo si fermò.
Si alzò dal suo corpo
e sollevò il bambino.
Lo portò sulle braccia,
lo tenne sopra di lei.
Tirò fuori un coltello,
sorrise.
Recise la gola del bambino dalle spalle
e porse la testa sanguinante
al seno della donna:
Ecco il tuo bambino, disse,
allattalo.

C’era una donna in un altro paese,
una donna in un’altra guerra.
I soldati vennero nella città,
fecero uscire le donne nelle strade.
Le violentarono una dopo l’altra,
una fila dopo l’altra;
un soldato dopo l’altro,
una donna dopo l’altra.

La donna sull’autobus
è stata aiutata da un’altra
a sedersi.
Ha sollevato il bambino
dalla culla.
Devi stare attenta alla testa,
disse l’altra donna.
Sì, rispose la donna
e con la mano
tenne la testa del bambino.

Certi giorni quando ci baciamo
chiudiamo gli occhi.
Certi giorni quando chiudiamo gli occhi
ci baciamo.
Certi giorni non leggiamo il giornale.

Traduzione di Anna Maria Robustelli

Altri testi e recensioni qui:

blanc de ta nuque

la dimora del tempo sospeso

imperfetta ellisse

bibliomanie.it

In direzione dell’acqua.

Ci spostavamo verso la vita.

Ricordo che  cercammo per giorni e giorni.

Era buio,  la notte dentro quella sabbia

non cedeva mai di un passo il nostro cammino.

– Noi siamo il mare.

Ripetavamo spesso

– Noi siamo il mare.

Come onde che dicono  e ripetono il loro nome alla terra   mute

noi lo dicevamo a noi stesse.

Noi eravamo un mare.

Una lunga carovana di ombre     date

disseminate in giorni senza fine

tuniche che hanno lasciato il corpo tra i campi

e come  lievissime tracce  si disperdono

come semi     in  sentieri senza orme

turbolenze  in raccolti d’aria    segni  diari degli uccelli

e più in basso ascoltando le vibrazioni che  assalivano le piante

dai piedi       attraversando anche  il nostro corpo

riconoscevamo

dalle tante nostre paure   le voci della terra

parole dimenticate   da troppo tempo   devastate frantumate

dall’ignoranza degli uomini.

Avevamo lasciato le nostre case  di notte

in una notte che durava ormai da mesi    da anni   addirittura da secoli.

Indossavamo lunghe vesti nere

noi eravamo sconosciute   a noi stesse

le une addossate alle altre quasi a formare un  corpo solo

di frammenti . Non  era facile per noi così rapprese vedere

la compagna     madre    amica      sorella

ma dal profondo l’una con l’altra     noi

ci sentivamo una sola frontiera e da quella

cresciuto nel buio nascevamo    ora per ora   un corpo   il nostro

che con fatica tentava di mostrarsi

tentava di affacciarsi al nostro sguardo impaurito e sottomesso

ma non aveva ancora  luce sufficiente.

Una specie di follia ci teneva sveglie

i sensi tesi protesi a sentire anche il più lieve fruscio di una veste

un battito    il respiro di una fonte.

Il vento     era l’abito comune  e  la casa

da giorni       ci portava con sé impetuoso e forte

Noi    un popolo in lutto

ci sentivamo una parete   su cui segnare un cielo  terso

una fuga di valli e lune     morbide  mattine    oasi d’estate

gigli densi di bianco  e  scritture di pollini    un mare di colombe fattisi volo

dentro le onde.    E fu così      che avvenne

che finalmente raggiungemmo   il cielo

in un liquido tramonto valicando l’infiammata

montagna della nostra costernazione

là       come  grida di uccelli       noi

liberi  azzurri sul limite di un orizzonte    finalmente nostro.

.

f.f.