Giorno: 28 marzo 2010

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (3)

Oltre la protesta: per una rivolta di tutta la cultura


Può sembrare paradossale e contraddittorio: nonostante il degrado circostante, non ci sentiamo autorizzati a formulare previsioni pessimistiche, né tantomeno a rassegnare la volontà di lotta alla tranquillità del peggio. Stiamo attraversando una fase di transizione che nasce dall’abbattimento di un sistema corrotto e paracriminale (diretto dal caf ed accettato da una parte del paese) e si apre, contro feroci ostilità, allo sviluppo di una rivoluzione pacifica e legale che, iniziata diversi anni or sono – con l’appoggio determinante dei giudici e della società civile – attende ora di essere ripresa e portata a compimento. Perché il moto non si blocchi, la cultura non può trarsi indietro, ma deve inserirsi nelle crepe di questo esatto frangente, per dare tutta la sua opera di intelligenza critica e di stimolo all’azione. Si prospettano i rischi di due tentazioni distinte da cui è preliminarmente doveroso guardarsi. La prima è l’illusione che possa essere in qualche modo utile un atteggiamento di mediazione e di compromesso: in realtà, un regime dell’incultura non è internamente abitabile dalla controparte strategica e l’esclusività dei suoi interessi pecuniari non le concede in partenza, né dentro né fuori di sé, alcuna credibile chance di modificazione e di recupero. La seconda è la spinta ad assumere una posizione di superiorità e di distacco, limitandosi ad una reazione di indignazione e di scandalo: e si andrebbe allora ad uno sbocco pratico che rischierebbe di perdere di vista le reali dimensioni del fenomeno e di cristallizzarsi alla fine in una sorta di indifferenza pragmatica, di per sé inchiodata alla latitanza o al silenzio. Nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori, sia che lo faccia per un impulso di saturazione e di disgusto, sia che vi sia spinto dal desiderio di allontanare l’universo dell’arte e della cultura dalle contaminazioni di una realtà tanto offensiva e compromessa. La sua sarebbe comunque una scelta prudente: l’esperienza insegna che il disgusto non “paga” e si risolve in se stesso, mentre il rifiuto di “sporcarsi le mani” in nome di un’improbabile salvezza dell’anima condanna senza scampo ad un comportamento di tipo “aventiniano”, isolando chi è invece tenuto a stare nel cuore della mischia, per difendere – assai più del prestigio o della purezza della cultura le condizione stesse della sua sopravvivenza e della sua libertà.

Al contrario, bisogna cercare di essere contemporaneamente realistici e determinati. Bisogna partire dalla constatazione disincantata dei dati oggettivi per sviluppare un piano d’intervento che miri a rimetterli in gioco e a trasformarli con il concorso di ogni soggetto antagonista. Non c’è nulla di male a denunciare i ritardi, le carenze, i residui di ignoranza e sottosviluppo che lacerano e comprimono buona parte della società italiana. Perché sorprendersi con ingenuità del voto a S. B. e gridare con disperazione alla rovina di ogni speranza? In fondo, da un popolo che per tanto tempo è vissuto di clientelismo e di tangenti, ha tollerato mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, ha sostenuto e votato uomini e partiti della peggiore delinquenza politica, ci si poteva anche aspettare un’opzione maggioritaria a favore di S. B.. Ma al tempo medesimo non si può, non si deve dimenticare che un’altra consistente parte del paese ha espresso un’opinione diametralmente contraria e che con ogni probabilità la sua area – anche a causa della coerente frantumazione del fronte nemico – è sensibilmente destinata a crescere. Il dato lampante che il paese è drammaticamente, ed irrimediabilmente, spaccato in due è una realtà che non serve nascondere, minimizzare o differire: la scissione va affrontata ed attraversata fino alle conseguenze estreme. E non è detto che non possa sortirne, in ultima analisi, un chiarimento traumatico ma salutare. Un’avvertenza, però, non deve essere omessa: gli schieramenti in campo non sono demarcati da una semplice linea di spartizione geometrica, né sono riconoscibili dallo scarto quantitativo di un equilibrato dosaggio elettorale. Quanto essi rappresentano è molto di più: sono due anime contrapposte della storia, della cultura e del costume del nostro paese, sono due risposte del tutto dicotomiche alla prospettiva di civiltà che si schiude davanti. Da una parte, si raccolgono i fautori della reazione (intimamente pervasi dell’appena ripudiata ideologia fascista), a cui si uniscono gli eredi rampanti del vecchio regime, campioni del liberismo selvaggio e dell’ideologia della merce, nemici della cultura e della parola, detrattori della magistratura e delle istituzioni, fieri avversari di ogni solidarietà etnica e sociale (si ricordi che non v’è un solo esponente del partito delle libertà che abbia prestato la sua opera contro il precedente governo del caf, mentre tanti rappresentanti ne sono stati elementi organici o complici o sodali, ricavandone vantaggi e coperture d’ogni genere. E non è un caso che, da questo punto di vista, la defezione della Lega abbia sanzionato la fine dell’unica eccezione che continuava a vivere nel Polo delle libertà, restituendo al “vecchiume”, senza più fornire ulteriori alibi, ciò che al “vecchiume” apparteneva di diritto e di fatto).
Dall’altra parte si collocano, invece, i protagonisti del rinnovamento; i nemici di Craxi, Andreotti e Forlani; gli alleati della magistratura e della Costituzione; i difensori del movimento operaio, degli sfruttati, delle minoranze etniche; i gruppi della società civile impegnati nella lotta alla mafia ed alla corruzione; e naturalmente la stragrande maggioranza degli uomini più importanti ed operosi della nostra cultura.
Se sarà scontro duro, lo sarà ancor più in forza della frontalità oppositiva di queste componenti e della loro rispettiva ispirazione sociale, etica ed ideale.

Ecco gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli artisti visivi, gli uomini del teatro e del cinema – e tutti coloro che nel campo della creatività, resistendo da sempre alle lusinghe del mercato e del potere, contribuiscono ogni giorno a far grande la qualità ed il prestigio della cultura italiana – possono entrare nel vivo della frattura esistente e giocare in essa un ruolo prezioso. Non insoliti ad imprese del genere, già partecipi di mobilitazioni essenziali sui temi della pace, della solidarietà tra i popoli e della lotta alla mafia, autori anche di un vasto appello Per una cultura dalle mani pulite, essi sono ora chiamati a produrre un atto ulteriore e decisivo della loro milizia, trasformando il gesto simbolico della protesta in un’iniziativa allegorica di prassi sociale. Avvalendosi della loro parola critica e del loro segno inventivo, offrendo un forte impulso all’attività del dialogo, della riflessione e della persuasione, conducendo il loro intervento in ogni settore della società e della cultura (dall’editoria alla scuola, alle istituzioni del sapere, ai giornali, ai mass media, alla stessa quotidiana esperienza del “conversar cittadino”), essi potranno rimarcare e far vivere le ragioni profonde del conflitto, dare consistenza ai veri contenuti della posta in palio, sollecitare il pensiero ed i sensi a percepire le implicazioni ed i futuri sbocchi di una scelta epocale. In una parola, potranno realizzare il significato di una vera rivolta culturale contro l’incombente sciagura di un predominio ideologico e politico della merce e del denaro facendosi portatori di una controproposta di civiltà del pensiero e della vita, di progresso umano e sociale di tutti, per tutti.

Il re lucertola: mito, uomo, legenda. (post di natàlia castaldi)

“Mi sono sempre piaciuti i rettili…
Immagino l’universo come un mastodontico serpente,
con tutte le persone, le cose, i panorami alla stregua di
minuscole immagini sulle sfaccettature delle squame.
E penso che la contrazione peristaltica sia il movimento
basilare della vita: l’inghiottire, il digerire, il ritmo del rapporto sessuale.
Del resto, la lucertola e il serpente si identificano con l’inconscio,
con le forze del male… anche se non se n’é mai visto uno, il serpente
incarna tutto ciò che temiamo”

James Douglas Morrison (Melbourne, 1943 – Parigi 1971)

James Douglas Morrison

Una rockstar? un narciso autodistruttivo dedito all’eccesso … o, semplicemente, un poeta?

Quello di rockstar eccessivo fino alla sua stessa distruzione è l’aspetto che comunemente e tristemente conosciamo di un giovane uomo che aspettava le ore dell’albeggiare per scrivere fiumi di versi (più di 700 pagine) tra visionarie intuizioni e postumi di sbronze e droghe.

Una personalità forte ed intimamente fragile, carisma da vendere dietro la dionisiaca maschera da frontman rockettaro, che amava inscenare e contrapporre all’introversione taciturna ed alla timidezza dell’uomo che sognava di “fare il poeta”. Un poeta che delicatamente e violentemente si delinea dalla lettura dei suoi versi.

Figlio di un ammiraglio della Marina statunitense ed un’impiegata sempre presso la Marina, il giovane James ricevette un’educazione rigida e conservatrice alla quale reagì violentemente tagliando i ponti con la famiglia già durante gli anni dell’Università.

Era un giovane preparato e vorace lettore, amava i poeti maledetti, Rimbaud, Blake, Baudelaire, Artaud, Céline, la filosofia di Nietzsche, gli autori della Beat Generation Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, i visionari romanzi di Aldous Huxley e, particolarmente, il famoso saggio “The Doors of Perception” [Le Porte della Percezione] – che diede nome al gruppo rock che lo portò alla notorietà – e che si rifaceva alla poetica blakiana dello sregolamento sistematico dei sensi fino ad acuire, quindi “aprire”, le famore “Doors”/Porte percettive per giungere “al palazzo della Saggezza”.

«Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. [.] Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!» (Arthur Rimbaud, in Lettre du voyant (“lettera del veggente”) al coetaneo Paul Demeny)

Morrison incarnava quest’opera di sregolamento dei sensi portando se stesso all’eccesso di stanchezza e  insonnia, abusando di alcolici e droghe, ossessionato dalla sola volontà di scrivere.

“Tutti i grandi poeti, gli epici come i lirici,
compongono i loro bei poemi non grazie all’arte
ma perché ispirati e posseduti.
I poeti lirici non hanno mente sana
quando compongono le loro meravigliose fatiche.
Per il Poeta é una luce, é volare, é una cosa sacra,
e non c’è inventiva in lui finché non è stato ispirato
e non ha perso la ragione, e la mente non é più in lui.
Quando non ha raggiunto questo stato, é senza forza
e incapace di pronunciare i suoi oracoli.”
(J.D.Morrison)

Lo scopo dell’auto-sregolamento sistematicamente condotto dal giovane Morrison, aveva il fine di aprire, attraverso l’alterazione sensoriale, la coscienza per poi riaffacciarsi sul mondo – come attraverso una porta deformante – e descriverlo in tutte le sue contraddizioni, negli aspetti più cupi ma anche gioiosi e solari, dando vita ad un insieme filmico di visioni versificate di sapiente organicità descrittiva probabilmente dovuta alla formazione cinematografica sviluppata ed approfondita da Morrison durante gli anni universitari presso l’UCLA di Los Angeles.

Nel 1970, grazie all’incoraggiamento del poeta ed amico Michael McClure, Morrison si decise a far visionare le sue poesie alla Simon & Schuster e così, nello stesso anno, vennero pubblicate le prime copie di “The Lords and the New Creatures” [I Signori e le Nuove Creature], due raccolte poetiche pubblicate in un unico volume che riportava quale nome dell’autore “Jim Morrison” anziché il nome per esteso “James Douglas Morrison” e, cosa che ferì ancora più profondamente Jim, la foto di Jim icona rock in copertina (la famosa “foto del giovane leone”): insomma, la sua poetica, ciò cui Morrison teneva più di ogni altra cosa come fatto intimo e personale, era stata mercificata quale puro fenomeno commerciale.

“Sono convinto che in un certo senso Jim fosse intrappolato in un personaggio che non considerava adeguato a sé ed alla propria essenza, …. Penso che in realtà Jim come poeta non avesse nessuna prospettiva. Cosa avrebbe potuto fare? La sua poesia sarebbe stata totalmente messa in ombra per il resto della sua vita dal suo stesso nome. Ogni volta che qualche circolo di poesia invitava Jim Morrison, non lo faceva per la sua poesia, ma per il suo nome” – (Babe Hill, amico e stretto collaboratore di Morrison).

Tra il 1969 ed il ‘70, morirono tragicamente all’età di 27 anni tre rockstar: Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin. In quegli anni, Morrison scrisse un’ode pensando alla scomparsa per affogamento dell’amico Brian Jones, che può essere letta come tragico presagio della sua stessa scomparsa solo due anni dopo a Parigi, all’età di 27 anni.

natàlia castaldi

***

da "I signori" - appunti sulla visione
.
Guarda dove teniamo i nostri culti.
Viviamo tutti nella città.
La città forma - spesso fisicamente, ma sempre
mentalmente - un cerchio. Un Gioco. Un anello di morte
con il sesso al centro. Dirigiti verso la periferia
dei suburbi cittadini. Al margine scopri zone di
vizio sofisticato e noia, prostituzione
infantile. Ma nella sordida cerchia che cinge dappresso
i distretti degli affari alla luce del sole esiste l'unica
vera vita collettiva della nostra specie, l'unica vita di
strada, vita notturna. Tipi morbosi in alberghi da poco,
pensioni economiche, bar, banchi dei pegni,
varietà e bordelli, in portici morenti che
non muoiono mai, in strade e strade di cinema
notturni.
Quando il gioco finisce comincia la Partita.
Quando il sesso finisce cmincia l'Orgasmo.
Tutti i giochi implicano l'idea della morte.
*
Quale sacrificio, a quale prezzo può nascere la città?
Non ci sono più "ballerini", gli indemoniati.
La divisione degli uomoni tra attore e spettatori
è il fatto centrale del nostro tempo. Siamo ossessionati
da eroi che vivono per noi e che noi puniamo.
Se tutte le radio e le televisioni venissero private
delle loro fonti di energia, tutti i libri e i dipinti
domani bruciassero, tutti gli spettacoli e i cinema
   chiudessero,
tutte le arti dell'esistenza vicaria ...
*
Ci accontentiamo del "dato" nella ricerca di sensazioni.
Siamo stati trasformati da un corpo che danza
sfrenato sulle pendici in un paio di occhi
sbarrati nel buio.
*
Nessuno dei prigionieri riacquistò equilibrio sessuale.
Depressioni, impotenza, insonnia ... dispersioni
dell'erotismo in idiomi, letture, giochi, musica
e ginnastica.
*
I prigionieri costruiscono il loro teatro a
testimonianza di un incredibile eccesso di tempo libero.
Un giovane marianio, costretto in ruoli femminili, presto
diventò il beniamino della "città", poiché a quei tempi
chiamorono se stessi città, ed elessero un sindaco,
polizia, assessori.
*
da "Le nuove creature"
 
Gli artisti dell'Inferno
sistemano cavalletti nei parchi
il tremendo panorama,
dove i cittadini trovano ansioso piacere
derubati da selvagge bande giovanili.
Non posso credere che ciò stia accadendo
Non posso credere che tutta questa gente
si annusi reciprocamente
& faccia marcia indietro
digrignando i denti
peli ritti, ringhiando, qui
nel vento massacrato.
Sono il fantasma assassino
che testimonia a tutti
il mio benedetto castigo
Questo è quanto
non più divertimento
la morte di tutta la gioia
è venuta.
*
Ode a L.A. pensando a Brian Jones, Deceduto
.
Io sono un semplice cittadino
Scelto per impersonare
il principe di Danimarca
Povera Ofelia
Tutti gli spettri che non vide mai
Volteggiano nella morte
Sulla fiamma di una candela metallica
Guerriero implacabile, ritorna
Tuffati
In un altro canale
In una pozzanghera di burro fuso
C'è Marrakech
Sotto le cascate
La tempesta feroce
Ha disperso i selvaggi
Nel tardo pomeriggio
Mostri del ritmo
Hai lasciato il tuo
Nulla
A gareggiare con il
Silenzio
Spero che tu sia uscito di scena
Sorridente
Come un bambino
Nei freschi rimasugli
Di un sogno
L'uomo angelico
In lotta coi serpenti
Per il possesso delle mani
E delle dita
Alla fine pretende
Il comando
Su questa anima
Pacifica
Ofelia
Foglie inzuppate
Nella seta
Cloro
Sogno
Testimonianza
Imbavagliata dalla pazzia
Il trampolino, il tuffo
La piscina
Tu eri un combattente
Una musa del muschio damascato
Tu eri il pallido
Sole
Per i pomeriggi televisivi
Rospi cornuti
Terrorizzati da una macchia gialla
Guarda adesso dove sei
Tu
In un paradiso carnale
Pieno di cannibali
E di ebrei
Il giardiniere
Ha rinvenuto
Il corpo che galleggia muovendosi
Cadavere eccellente
Che cos'è questa materia verde
Di cui sei fatto?
Buchi d'urto
Nella pelle della Dea
Puzzerà
Nel suo cammino verso il cielo
Per i saloni
Della musica
Non c'è scelta
Requiem per un duro
Quel sorriso
Quello sguardo
Da satiro sporcaccione
Ha saltato l'ostacolo
Per sprofondare nella terra grassa.
.

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (2)

Le responsabilità della sinistra


Dire come sia possibile affrontare e vincere la sfida non è facile. Tuttavia, non sarebbe onesto e neppure istruttivo ignorare o sottovalutare i gravi errori che sono stati commessi dalla sinistra e che non poco hanno concorso a determinare lo stato di cose vigente.
Continua a bruciare lo scotto di una carenza duratura e pesante di idee, ipotesi e programmi a medio e lungo termine. Si è specialmente pagata a caro prezzo (e la resa non è ancora conclusa) la scelta che è stata compiuta quando, per evitare rischi di dogmatismo e di chiusura settaria simili a quelli già patiti dalla cultura italiana del dopoguerra, si è finiti per approdare ad una posizione piuttosto che rifondare il tracciato e le linee portanti. Non si è capito che l’abbandono della teoria, la caduta nell’eclettismo, il sacrificio della strategia alla tattica disumavano la cultura dell’opposizione e contemporaneamente facevano il gioco del nuovo Capitale, bisognoso – anche prima della sua incarnazione berlusconiana – di ridurre ogni istanza di concretezza realistica a pura salvaguardia dell’esistente. Qui è consistito il gap da cui è partita la catena degli errori commessi.

Non vi è area in cui non abbia imperversato la tendenza a seguire e riprodurre modelli di comunicazione e di comportamento fabbricati dalla cultura del consumo. E, poiché ne sono spesso scaturite elaborazioni più sapienti e sofisticate della versione originale, si è oggettivamente instaurata una relazione di complicità, che ha superato i limiti di un’influenza passivamente subita ed ha assunto tutti i caratteri di un contributo autonomo e propulsivo al consolidamento ed alla diffusione del codice informatore. E gli esempi piovono a iosa.
Quando il giornale radical-chic che più rappresenta le idee sull’opinione pubblica progressista punta senza scrupoli alla spasmodica ricerca dello scandalo, del clamore, del “colpo a sensazione” per accrescere il numero dei lettori (e lo fa indistintamente anche nelle sezioni della politica e della cultura), mostra una sudditanza alle leggi della moda e del mercato assolutamente non inferiore a quella che permea i concorrenti giornali di estrazione moderata e benpensante. Quando la Terza Rete televisiva – tradizionalmente deputata alla cultura ma a lungo diretta da un vecchio nostalgico della “non ideologia” – vanta le sue postazioni di punta in trasmissioni di intrattenimento e varietà che fino a trenta, venti anni fa sarebbero state legittimamente considerate poco meno che incolte e qualunquistiche, riflette un metro di scelte e di proposte che si allinea di fatto a quella strategia dell'”indice di visione e di ascolto” che ha costantemente guidato il palinsesto della Fininvest prima e di Mediaset poi e, più di ogni altra, preparato e sensibilizzato l’animo di milioni e milioni di spettatori al mito del fulgore berlusconiano. Ancora: quando nel mondo dell’editoria viene giornalmente praticata, anche presso una parte cospicua della sinistra politica e culturale, una linea di costruzione del “caso letterario” che tende a privilegiare libri mediocri e di facile cassetta (sintomatici i casi della Maraini e della Tamaro), si ha l’ennesima conferma di come le linee-guida che ne sono a monte coincidano con i medesimi criteri che partoriscono altrove, ma con maggiore coerenza, prodotti d’appendice, libri rosa e romanzi gialli. Dall’uno o l’altro di questi settori si scorge fino a che punto l’ideologia consumistica e mercantile abbia attecchito anche sugli strati più profondi e resistenti del tessuto culturale, senza divenirne ausilio o supporto, ma subordinandoli fino in fondo a se stessa.

Non solo, ma alle realtà interne di questi settori si sono sommati gli effetti perniciosi della loro interferenza e della loro sovrapposizione. È lecito chiedersi: quanti sono i critici di giornali e televisioni che, essendo anche scrittori e membri di giurie letterarie, non risultano fortemente condizionati dal rapporto con il proprio editore e dalla disponibilità al voto di scambio con i giurati di altri premi?
E di converso quante sono le proprietà finanziarie che, disponendo delle maggiori testate, non controllano anche la grande editoria e, attraverso questa e le testate, il circuito dei premi, così da irrogare le loro direttive senza colpo ferire ed assicurare ai titoli prestabiliti l’intero ciclo di pubblicazione, lancio, sostegno critico ed informativo e consacrazione finale? La risposta è scontata.
E quali intellettuali di sinistra sono insorti per denunciare e combattere questa prassi e non l’hanno invece avallata e coperta, quando non se ne sono lasciati direttamente coinvolgere in prima persona? Salvo pochissime eccezioni, la risposta è ancora una volta scontata. Il fatto è che dal sacrificio dell’istanza strategica alla provvisorietà degli interessi tattici non è derivata solo l’omologazione ai segni ed ai valori della società dello spettacolo, ma anche una linea di condotta pubblica e professionale segnata da amoralità e cinismo.

Persino nell’istituzione più alta del sapere, l’Università, l’andamento delle cose non ha mutato il suo trend, ed anzi, per molti aspetti, lì più che altrove la corruzione è diventata la regola e l’arroganza del torto la sua fedele applicazione. Non basterebbe Gadda per enumerare in serie con la debita indignazione tutti i misfatti e le iniquità che vi vengono metodicamente perpetrate con la corresponsabilità o per diretta iniziativa dei baroni “laici”: cattedre assegnate a parenti o amanti (tanto meglio se ubicate nella stessa Università o nello stesso Dipartimento), promozione in carriera di sindacalisti, responsabili di partito, rappresentanti di organismi amministrativi (carenti di merito e regolarmente compensati per il prono servilismo alla controparte ed al boss protettore), allevamento in serie di sinistre schiere di “pretoriani” (abili solo come attiva manovalanza di accordi clientelari o di guerre striscianti nei confronti di altri professori e di altri colleghi): e ciò naturalmente nel più disinvolto disprezzo dei titoli scientifici e dei valori intellettuali, grazie ad accordi prestabiliti e a concorsi truccati (su cui pare si sia finalmente cominciato a far luce e su cui moltissima altra se ne dovrà fare, e al più presto, se l’indagine della magistratura sarà opportunamente sollecitata ad estendersi a tutto campo e a tutti i livelli con una salutare e tanto attesa operazione di “concorsi puliti”).

Come si rileva facilmente, il quadro d’insieme è fosco e preoccupante. E l’aspetto più negativo del paesaggio che vi è disegnato non sta tanto nell’estremo malcostume morale (comunque grave) di cui danno l’esempio le sue espressioni di vita, quanto nei risultati oggettivi che queste hanno provocato sull’evolversi della situazione reale. Detto, infatti, sinteticamente, l’insieme di colpe e responsabilità oggettive prima descritte ha recato con sé quattro danni di sicura entità:

1. ha concorso a deteriorare e minare spazi ed istituzioni del discorso culturale, rendendone poi molto più arduo (e meno credibile) il successivo sforzo di riqualificazione e rilancio in chiave democratica e progressista;

2. ha vistosamente depotenziato le risorse di autonomia progettuale, elaborativa ed organizzativa dello schieramento antagonista, atomizzandone le forze e dissolvendone i principali nuclei di coesione e di raccordo;

3. ha favorito – anche laddove ha raccolto consensi e plausi estemporanei – la formazione di una mentalità e di uno stile “individualistici”, assai più conformi ai disvalori del “società-spettacolo” che non ai discrimini ideali di una prospettiva libertaria ed innovatrice;

4. ha compromesso sensibilmente il prestigio e l’integrità dell’immagine pubblica della sinistra (uno dei suoi patrimoni più preziosi), vanificando l’uso strategico della sua rivendicata “diversità” ed esponendone il destro alle critiche ed alle denunce, non di rado fondate, della compagine avversa (di qui, peraltro, l’imbarazzato silenzio o l’eccessiva apertura verso l’ascesa pubblica di simulacri pseudointellettuali del centrodestra, che avrebbero meritato ben altro trattamento e ben più dure risposte: ma come lo si poteva fare? sulla base di quali testimonianze concreet da esibire e da contrapporre?).

Di tutti questi danni, per quanto dolorosi, non si può non seguitare a fingere di ignorare l’esistenza e a minimizzare la portata. La precarietà della situazione, pronta a precipitare da un momento all’altro, richiede un’autocritica inclemente. Sarebbe irresponsabile non fare ammenda dei propri errori e non sforzarsi a sconfiggerne le cause, specialmente nell’istante in cui si intende lanciare la più radicale delle sfide culturali a Berlusconi e ai suoi alleati.

[continua… – fine parte 2]