Giorno: 22 marzo 2010

Presagi ed attese in do maggiore – Federica Galetto: poesie (post di natàlia castaldi)

 

Chrissie White

 

Indice determinante delle luci asfittiche

Nelle gobbe d’asperità s’infiltra

l’emozione asettica

Crescendo s’imbatte in gola

un groppo

Trasceso resta appeso ai tendini

Come il collo voltato alle corse

nel sudore della fatica

Implicita suggella un pensiero atteso

Nei rivoli dimessi si scioglie un verbo

cupo di notte salvifica

 

Malgrado un occhio non guardi in basso

striscia sulla terra come steso al sole furtivo

e  raccolgono le membra i grani di polvere

sommersi di neve sporca

Indice determinante delle luci asfittiche

come se non ci fosse giorno nel chiarore

un battito d’ali nel volo

Capivo di non distinguere i riflessi di gioia

nelle stremate amenità dei prati

Esaudivo gli altrui presagi d’attesa

 

Tremavano le terre scure nei crepacci di sasso

Le mie faccende infinite di crucci esitavano

sui possibili tradimenti dei propositi

Espandendo le agonie come bolle gonfie

a rotolarsi nell’aria senza toccarla

Esito propizio disattendere o vincere

che le salite imparavano ad inclinarsi di meno

come possedute alla radice dai forti venti

e da un blizzard tiranno

Cosmogonia

Tripudio in solo do maggiore

 

Che fosse solo una inquieta fuliggine

del mondo a spegnersi

nelle mie orecchie fra brulle note

danzanti sulla bocca

Oppure ancora un laccio di fune

attorcigliato e teso

In grado perfetto di estinguere i debiti

violando le serre dei miei fiori

A Nord dell’intelletto puro

Come sepolte le istintive note

nell’adagio

Secondi docili sui petali mi illudono

 

Chrissie White

 INFAMI COLLERE

 

Infami collere

Inzaccherate

Richiuse

In barattoli a doppio fondo

Lunga conservazione resistente

Le muffe rimosse

I colossi di zucchero dentro

Estensibili ai più genuflessi

ritrattamenti

Estatiche rotture

Bianche

Nelle vacanti spirali di assopimento

Negli urti

Mi risollevano le giornate

So bene andare da sola

verso i chiari di luna

Non aspetto le chiacchiere

dei tacchi altrui

Neanche i tuoi in attesa

di richiamo

Urlante

Che abbasso il tono per

non farmi sentire

Vado senza braccio

Senza sforzo di te o di altri

Vado

Nelle camere distanti

Nei corridoi spinti al fondo delle ragioni

Nei tratti di strada esausti

Nei fienili spremuti di caldo

Il tepore arrugginito nei giunti

dei gioghi delle bestie a dormire

Dopo il pasto

Sottigliezze sono le trame

Gli orditi di futuro zero

Oggi non so se chiamarmi ancora

Con il nome

che io (dis)conosco

Rimuovo

Estraggo

Abortisco

Uno strato senza corpo

che un corpo mai ricorda

Solo richiama

I pomeriggi sul balcone

I fiori della magnolia

La tenda a manovella

Nel giardino le ore

La sera una illusione

lunga vent’anni appena

Di una selva in prestito

e di un bastone

con i diamanti sul pomello

I veli di affetto sugli occhi

riaperti come incubo sul sogno

In questa vita raggrinzita d’esasperato

Effetto/Morte

Per andare andare

Senza sforzo di te o di altri

Nell’invincibile minaccia

del mio aspetto

Nuovo

E senza conservanti

(finestre aperte m’invitano ai davanzali)

 

M’avresti da dare un secondo d’esitazione- che

ricordo qualcosa, qualcosa da dire, qualcosa

di un corpo sepolto

Meramente sfiorite le calle

E le rose in carta rossa

Fragili paraventi in corsa

immobili sui piedi dell’intenzione

Promesse rinviate in calce

e spassionati drenaggi acquisiti

(dopo le orme scarse che lasci)

Che le trine notturne

in addomesticato soliloquio

s’infittiscono

Estese

ai corti bracci legati ai miei

regno ritmato dai canti e dalle

schiere di angeli

ammansiti dalle falene

senza lume

Fra le cantilene sbordano rime

In fila a montare croci sulle cime

Che sfavillano prive di pelle e ossa

Come carcasse in culle abbandonate

Risorgo dall’erba sotto i tuoi piedi

 

§

D’argomenti al silenzio

Me ne curo poco

Se le favelle dei fiati non consumati

spingono contro

Resterei invece nel sacco di farina

a macerare

Che il pane e le sue briciole si

creerebbero nel mio insistere

Che non esistono più attese

Ammezzate nel volgere di ciglia

digiune

(Guardando di sottecchi il flebile

intento dei versi)

Mi accascio

fra i vuoti

Bianchi come neve sui tetti

d’inverno

Senza niente da nascondere

Senza niente da mostrare

Solo le scintille d’azzurro

Piatte nei covi di mansarde oblique

E colombi basiti nel cielo

Raggruppo aquiloni e venti persistenti

Sulle metafore di gesti esplosi

Implosi

Rimasugli antitetici d’egoismo latente

Ma cosa farei senza pane da scrivere

E senza vuoti da riempire se solo

queste nuvole arrabbiate non costruissero

per me le catene

Alle guglie impiegate come arpioni

Di pensiero e intelletto

Nella ragione avversa di ciò che mi rimane

Qui seduta al dolore dello stallo

Mentre i pettirossi continuano

a tornare da me

E io porgo loro la mano senza semi

*

Federica Galetto (Nightingale)

 

Hernandez (fotografie d’umana quotidianità)

 

HERNANDEZ (racconto)

Sarà stata la pioggia primaverile, venuta dopo i primi giorni tiepidi di quell’anno. Sarà stata la ripresa del freddo o l’odore dell’erba bagnata, dell’asfalto bagnato. Sarà stata la serata agitata del giorno prima e la nottata faticosa. Qualunque cosa fosse stata, se davvero importava cosa, aveva indotto Hernandez a dormire di più quella mattina.

Alla prima apertura degli occhi, verso le sei: una pioggia sottile ed eterea che si muoveva come nebbia, rimestata da occasionali e blandi colpi di vento; una frescura pungente ma facilmente addomesticabile con una semplice risistemata delle coperte, con uno sfregamento dei piedi fra loro. Con una mano passata sul corpo si potevano appianare le pieghe, esasperate dai movimenti del sonno, e il contatto con la coperta tornava a essere pacifico, amichevole. Ristabilito l’ordine nel giaciglio, Hernandez sperimentò un moto interno di abbandono e rilassamento, che lo spinse immediatamente indietro nel sonno.

Poi, poco a poco, qualche automobile, il vociare di qualche garzone. Neanche quei primi, isolati, rumori fecero effetto sul sistema nervoso di Hernandez, ancora ben protetto da una sordità ritrovata. Forse cambiò appena posizione, Hernandez, al risveglio dello stormo di uccelletti negli alberi del giardino vicino, ma la cambiò con il piacere profondo e fugace tipico di quelle brevissime emersioni, nel dormiveglia, seguite da immediate re-immersioni verticali e rapide quanto quelle dei grandi cetacei.

Infine furono i passeggini, le loro rotelle gommate ma immancabilmente cigolanti e, soprattutto, il loro carico di piccoli umani. Piccoli e canterini, chiacchieranti, sottoposti fin dalla tenera età alle frustrazioni dei doveri imposti dall’alto: la sveglia, la scuola. E poi le biciclette degli impiegati, altro meccanismo rotante generatore di mille sussulti metallici, scricchiolii, stridori. La rumorosità cittadina aveva ormai raggiunto l’intensità che non permette di riposare impunemente alla faccia delle altrui attività.

Hernandez rotolò sulla schiena, scostò le sue coperte, divaricò un poco le gambe e spalancò le braccia. Si produsse in uno sbadiglio combinato a un potente stiramento. Strizzò gli occhi e inarcò la schiena. Com’era dolce il risveglio! Intorno a lui l’ambiente era ancora immerso nella penombra e gli consentiva di adattare poco a poco gli occhi alla luminosità esterna.

Nel languore di quei minuti, seguenti alla sveglia, Hernandez tendeva l’udito quanto più lontano gli riuscisse. Udì un rombo deciso e pieno, doveva essere un grosso autocarro, forse un camion. Alle sue narici iniziava anche ad arrivare quel sentore di tubo di scappamento così tipico delle grandi città. A torto o a ragione, nel bene o nel male, l’odore dei gas delle auto gli fece ripensare intensamente alla sua città natale, situata su di un altopiano a circa duemila metri in mezzo all’America centrale. “Una delle città più inquinate al mondo”, ricordò con nostalgia.

Come avrebbe fatto colazione volentieri, Hernandez, con un plato combinado. Dentro ci avrebbe voluto arroz, huevos revueltos e frijoles. Ci avrebbe mandato dietro una tazza di caffè o magari, e perché no?, una birretta fresca. Da questa parte del mondo, però, era impossibile trovare questo genere di colazioni… Eh… pensò Hernandez e inspirò ancora un poco di smog. Quello della mattina, specie con un po’ di umidità nell’aria, era speciale.

In definitiva aveva fatto tardi, quel giorno. Era ancora sdraiato, pensava alle cose da fare prima di potersi muovere e si faceva ancora più tardi. Chissà cosa l’aveva trattenuto nel sonno quella mattina? Sarà stata la pioggerella, o la serata precedente, faticosa e che l’aveva stancato, o forse solo quella strisciante malinconia che lo appesantiva nel petto. Chisas? Pensò Hernandez, intrecciando le mani e girando i palmi all’infuori, stirando le braccia verso l’alto.

Poi, una bicicletta passò, in velocità, a poche spanne dalla sua testa. Sopra ci stava un ragazzo con due grosse cuffie per la musica sulle orecchie, pedalava e cantava in inglese. Hernandez si tirò su a sedere, cabron de un yankee, pensò. Chissà se quel tizio l’aveva visto, almeno. Non aveva importanza. Hernandez saltò in piedi e cominciò ad arrotolare le coperte, a riunire i vari fogli di cartone sui quali aveva dormito.

Bisognava muoversi, di lì a un quarto d’ora sarebbero venuti gli spazzini a lavare il sottopassaggio.

@racconto di Paolo Triulzi

post di gianni montieri

separAzione

In-certi giorni grigi
basterebbe un cenno, amputare
con la pietà dei miti quando il corpo
trema nelle tagliole
sacrificare una gamba o un braccio
separarsi e strisciare con le nocche
un ginocchio, il gomito puntato come una stampella
tirarsi fuori dai denti acuminati, la voce
strappata a piccoli morsi.

E ti chiedi come funzionerà il nuovo passo,
la schiena nel movimento che bilancia
milligrammi, come sarà
riprendersi la vita, ad ogni costo, perchè
si è troppo stanchi di morire. Basterà un profilo,
una nuova altezza da cui osservare
il mondo, commuoversi dentro le cose
che ti vengono incontro.