Giorno: 19 marzo 2010

L’impronta della disobbedienza – uno sguardo sulla poesia di Maria Grazia Lenisa – a cura di Maria Rosaria Lasio (post di natàlia castaldi)

[Ho conosciuto la poesia di Maria Grazia Lenisa troppo tardi per dirglielo, è stato amore a prima lettura. Ringrazio Maria Rosaria Lasio per l’accurata e precisa analisi che fa della poesia della Lenisa e Marzia Alunni per aver permesso a Poetarum Silva di ospitare e custodire le parole di sua madre. –  n.c.]

Si consiglia inoltre la lettura degli articoli su Maria Grazia Lenisa pubblicati da “La dimora del tempo sospeso” QUI e QUI

Marc Chagall – Nudo sdraiato – 1914

Se per Bataille e i suoi epigoni il “contrastare” ha le qualità del prometeismo, per Maria Grazia Lenisa il termine che meglio esprime la sua poesia è contravvenire, in quanto dà segno di una situazione non statica, ma continua e mobile, fluida. “Disobbedire, /atto fortemente creante, mettere in dubbio/ il comando, / a se stessi obbedire, valutando, se pure/coincide con la saggezza dell’altro…poi. Dio ride….” (L’ELOGIO DELLA DISOBBEDIENZA, L’Agguato Immortale, 1995). E per chiarire l’essenza della sua e-versione e la specificità dell’erotismo presente un po’ su tutti i suoi testi, riporto da una nostra corrispondenza, quanto lei ebbe a scrivermi per precisare “ Per una donna non si ama da morire, come dice il proverbio, ma da vivere.” Con ciò osando il suo distinguo fondamentale rispetto a tanta cultura “maschile” malata di “teca”. Scriveva la Lenisa, “…se non facciamo attenzione a questa differenza, rischiamo di affogare nella melma di una confusione tra arte e vita (che) genera l’impossibilità e l’impotenza davanti al nuovo, perché non porta avanti la riflessione su due punti: La sessualità genera vita, quindi morte; l’erotismo genera arte quindi vita.” “E’ sulla Vita che verte la mia creatività ed anche il senso dell’Amore che nella vita (questa!) equivale al momento artistico. “Altre cose sono il bisogno reciproco, la carità, l’abitudine…”

Davanti al lato mitico/totalizzante sino al sacro della poesia lenisiana, il rischio è di avere dimenticanza del sottosuolo sul quale si è abbarbicata una poetica complessa come la sua, di non vedere che non sono gli argomenti del suo poetare l’elemento di novità, quanto piuttosto lo stile. Uno stile che si è connotato anche per la sua scelta/propensione verso il parodico, ovvero verso il rovesciamento degli stati emozionali e commotivi, come nota bene Folco Portinari.

Il nuovo è dentro la parola che tutti macinano, il nuovo è la stessa cosa che pare diversa, combinazione d’arte” (Per ragioni diverse pag.40. L’Ilarità di Apollo, 1983). Così si fa Poesia perché “Nel fondo l’equilibrio che vale contro le strutture sociali (che) sempre portano al labirinto e non c’è uscita che in arte”. (E tornammo qui pag.119 L’Ilarità di Apollo). E ancora“La tradizione come scarpa vecchia, / se la metti a cappello – gli rispondo – è cosa nuova.”(L’ansia del nuovo distrugge il nuovo, L’Acquario ardente, 1993), per chiarire il suo essere poeta nel magma delle Avanguardie, molto spesso solo d’apparato.

Ma è la Lenisa che si muove nel solco della cultura della Madre, quella con la quale si è intersecato il mio percorso di scrittura negli anni ’90 in occasione del numero della rivista di poesia Erbafoglio dedicato all’Erotismo e di una manifestazione pubblica sulla poesia delle donne, quella alla quale io resto legata. E’ alla sua esemplare autenticità, che faccio riferimento avendo come traccia la rivisitazione/re-invenzione, che lei fa di temi come l’Amore, la nascita/la morte, il dualismo maschile/femminile, la Poesia come tensione e restituzione di un senso sempre nuovo.

Già con Erotica, raccolta pubblicata in Francia nel 1979, M.G.Lenisa si lancia, in una prospettiva volutamente provocatoria, verso un tema quello dell’Eros, da lei trattato in forma epigrammatica, lasciando brividare l’immaginazione in quello spazio/Altrove, per ciascuno differente che si muove tra esperienza e parola. Dopo questo testo, un decennio dopo, il respiro poetico si distende in forma narrativa, sia ne L’Ilarità d’Apollo che ne La Ragazza di Arthur e altre poesie edita nel 1992, dove la Ragazza (che è poi la poeta stessa “forte” per avere Rimbaud/Poesia a difenderla, ad alitarle vita), può avere le sembianze di chi non sa vivere, chiuso com’è in una campana di vetro dentro la quale sta in attesa di essere resuscitato, di ri-nascere a nuova vita, oppure quella di una creatura che comincerebbe con l’essere una donna, dalla quale l’essere umano sarebbe stato creato ma stavolta senza l’apporto del maschio, per tramite meraviglioso di un “amore di testa” o di uno sguardo narcisistico.

“In principio è/la Donna” leggiamo a pag.10 della Ragazza di Arthur… “Al principio (variatio) è la Donna” viene confermato a pag.12, recitando in altra maniera la sua versione delle Origini, della Creazione. E se il personaggio fosse un angelo caduto dal balcone della poeta, lei lo incanterebbe e lo disegnerebbe prima di diventare una donna ed essere liberato, perché nel suo Universo l’uomo non esisterebbe se non travestito da donna.

La poeta destruttura il linguaggio amoroso, dis-loca gli incontri, le scene dei suoi personaggi in un teatro senza fondali, in un luogo, quello della carta, della mente inventiva che va sempre oltre il reale. Le condizioni fisiche (nudità, sesso) sono evocate  per provocazione, con ironia che affranca da ogni costrizione

Addentrandosi nel secondo millennio, la Donna fatta poesia va a ragionare sul presente che le gira attorno, che fa buco di senso alle probabilità del divenire, s’accosta, nuda e fuori di testa per effetto di delirio, alla Morte come esito che la riguarda.

Di questo slancio L’Ombelico d’oro, 2003 dà segno imbastendo situazioni incredibili, con “stra-vaganze” straordinarie, forse più per sé che per salvare gli altri, più per indicare una strada, per non darsi per morti prima della morte, che per cercare adepti in un cammino/viaggio per il quale la chiamata arriva da una Voce interiore, da una grazia che non fa appelli e alla quale si risponde nascendo, appunto, completamente nuovi, autenticamente veri, perché è vera nascita solo attraverso essa.

L’ombelico d’oro è metafora del telecomando, per evocare tempi, personaggi, astrazioni immutabili. Apollo, Dio, le Muse, la Morte, i politici, gli stilisti, i poeti di varie epoche – ed altre curiose figure – abitano la città di Alessandria, una città cosmopolita che porta in sé sia il presente che il passato e, ancora più forte, l’anticipazione della città futura, ovvero del cimitero delle percezioni materiche e sensoriali che il polline poetico contiene e che altro non diverranno poi che humus, humus per la concimazione della terra.

Come dice in “Lezione sulla forma” a pag.43: “la Forma che risale alle radici del corpo/ed al respiro della vita,/ si tramuta in parola/ ferita e gira vorticosa, eccelsa/ con tenitrice di folle energia”. Energia che si irradia nell’invenzione senza fine, facendo “essere ciò che è soltanto nella mente ma che, dopo che è stato creato, non è possibile dimenticare e fare che più non esista”, come scrive Giorgio Barberi Squarotti nella prefazione al libro, perché “…è un aspetto ulteriore del mondo che non è mai finito finché può essere ricreato e portato con la parola più in là un poco ancora di quel punto a cui prima era arrivato”… Ed è l’anacronismo mistico della salvezza individuale, che Maria Grazia Lenisa porta con sé nella sua vocazione poetica per oltre sessant’anni di magistero di scrittura (esordì infatti giovanissima, poco più che quindicenne nella rivista Realismo Lirico di Aldo Capasso negli anni ’50) è l’elemento che oggi dopo la sua morte e il lascito del suo ultimo scritto Amorose strategie, 2008 ci dà segno dell’eternità di Amore/Poesia che vince il dolore e conquista la Morte per un’altra misura di Tempo.

Maria Rosaria Lasio – 18.03.2010

*

Da L’ILARITA’ DI APOLLO ed. BASTOGI 1983

IN ALTRO LUOGO

Tu qui, vicino al salice di radici oltreumane,

hai tempo finalmente d’assegnarmi la parte.

Mi lascerò legare col più tenue dei rami,

anche il più malleabile: ecco caviglie e mani.

Reciteremo insieme, ma col più grande distacco,

la violenza che passa dal pubblico al privato

(il tuo folle timore che un padrone del mondo

ci cucia gli orefizi d’ogni piacere e lasci

il fuoco sulle spalle, il muro per fermarci).

Quanti sono passati intorno a questo salice,

tanti grossi nasi, pieni sacchi spermatici,

tanti con dita sudice, banconote schioccanti.

Se solo avessi un seme (mi puoi accontentare?),

io vorrei partorire il guscio di una nave,

ma senza marinai; essere finalmente quasi

ragazza-madre. Così passare i secoli delle vite

inventate, in altro modo amando ed altro generare.

*** *** ***

IL VIAGGIO

La palude – scopro – già dentro vegetazioni opache,

corrotti odori. Acque deglutiscono insetti. E’ questo

il luogo che un dio vendicativo abita…Dal liquido

materno, oceano di mitezza in cui nuotai, esule

chi sa come, a queste rive, credetti di ravvivare

cadaveri di fiori, purificare acque, curare il sadico

seme con pazienza, invece, legata a questa rete,

non c’è morte, la ferita mai mi compromette ( frusta,

morso, stretta, azzurra mappa di lividi, attrezzi

di una deforme morale), ma l’armonia mi regge incauta,

trasparente pace della mia undicesima casa, miti accordi

astrali. E, senza interferenze, mi lievita l’amore,

sorella all’impotenza tenera, stranita per troppe offese,

d’amore amo il Mite che non mette avanti la potenza

(il sesso che non cresce, offeso con speranza di crescere

umilmente solo di tenerezza). Temo la violenza, l’oltraggio,

compromessa nel gioco del massacro, cosciente che il carnefice

ha tristezze disperate di vittima. Estranea al quotidiano

resisto, non mi strappo, leggevo: “Il Minotauro mi guardò

con gli occhi azzurri…”, l’affresco del mio sangue adorando.

Eppure un sogno cura la mia anima che qui scenda il Mite

Tra questi cupi luoghi e colpa la mia grazia tormentata,

carezzando i muri, prenda forma sotto il suo palmo il corpo,

il sesso che non è estraneo all’anima. Creatura di pazienza,

esempio di mitezza ai colpi, tristemente dica davanti

al mondo: “Frustatemi come Lei…” Dal suo pianto esco

verginale, fresca d’un piacere intatto, vivo (meraviglia

d’orgasmi!), sciolto il buio incubo: io limpida, io benedetta:

Ecce foemina.

*** *** ***

Da LA RAGAZZA DI ARTHUR (e altre poesie) ed.Bastogi 1992

La parola amore è una bambina che ha scordato arco e frecce

 

Mi portò al largo (spiazzo della luna)

che qui già tutto conosciuto era, la molle

erba (dicitur), la fosca fioritura sul petto

della terra, arrivai finalmente sulla luna,

un oggetto qualsiasi, una brulla area distesa

(silenzio di tomba ancora vuota). Là mi disse

Amore.

Mi volsi intorno e non c’era nessuno. Allora

ricordai che fosse amore in terra, per tentare

il paragone: un odore selvatico di sperma,

un decomporsi di fiati, di corpi ché eterna

non è là la primavera e neppur qui, mai vista

sulla luna.

Così m’apparve la parola d’oro, vestita

a festa, giovane, lavata d’ogni lordura, d’amore

mi comparve la parola, tanto l’amai da non essere

sola.

L’archeologia della sua pura luce era nel verbo

(uomodonna completa nella sua a sublime, calma

neutra). Così ripresi la parola amore.

*** *** ***

Il 21 luglio del 1990 fui colpita dal fulmine

(Nella liquidità azzurra del mare potrei avere altri zampilli… )

                                                                 A Luce Irigaray

Io lapidata?

I colpi della grandine e sabotate le nubi

da angeli un poco sporchi, appiccicate l’ali, quasi

stramate dalla pioggia acida.

Là due creature

con l’ombrello immenso e molto strette, neppure

una goccia della gran doccia scatenata in alto.

E mi ha fermata d’improvviso il fulmine, non mi conosco,

non so la mia storia e l’amore s’inventa a poco a poco

il mio viso di verso, in fondo agli occhi proprio la luna

che diserta il cielo.

Per quali sogni?

Il Vento le si forma come un corpo maschile per goderla

in mezzo all’erba, sollevato l’orlo della veste segreta.

E chi ha mai detto che l’amore è uomo?

Una chioma spiovente sulle spalle color di scudo,

quando batte il sole, gli occhi celesti, aperto sopra

il bruno quasi frinente di cicale(il petto) e così

caldo di pelle (di Imetto). L’amore è vento che ti porta altrove.

E chi ha mai detto che l’amore è donna!

Ma no, è la Luna tormentata, il volto coperto dal vaiolo,

così lontana che ti pare bella: E’ la luna, la luna,

(non è quella!). O la nube che fugge così tonda a dire

corpi dissoluti e bianchi, amori di animali sconosciuti,

un happening di angeli drogati.

Cosa rimane del celeste Caos… Un amore che a dirsi non si presta.

L’amore è questa voglia di far versi, sentirli

dentro tutti fra le gambe e ridendo un po’ gemere: mi penetraaa….

L’amore non è niente, lo si inventa?

 *** *** ***

Se in-quieta vuol dire essere dentro la quiete, dal profondo

di essa s’agita l’inquietudine.

L’Histoire d’O? Mi sia concesso di avere gusti di versi

 

Il paravento di sauri dorati, rivolti a cieli

vuoti,

la farfalla sulle creste di posa, lingua

bianca ad indorare tenerezze amorfe.

Di là

c’era un mio corpo, vago segno, una sindone

quasi un gioco d’ombre. La stanza buia che

trafigge l’ago della luce precisa nell’imposta,

l’odore del silenzio, d’una ruvida corsetteria

a tepore della carne. Con la tuta degli angeli

vestita (di grasso e di piume), costrette le mani,

scriveva con la bocca. Di che altro?

Dell’altro

appunto, quando venne il ciclone, aprì le imposte,

il paravento a terra. Dentro non c’era quella

linea vaga, un po’ di cera (vedi?), la preziosa

ciotola della lacrima asciugata: il baraccone

che si smonta all’alba (fittizio d’ogni storia

d’invenzione).

Poi d’improvviso ecco la Visione

a sollevare il paravento (il gusto così soave

della giusta luce), un cambiar scena sulla seta

antica: eros volante il pettine mi dona, liscio

i capelli d’oro alla Bambina, il diadema ponendo

sulla fronte.

E l’altro corpo della perversione

( o del portare al mio verso l’altrove) in quale

festa fu di perdizione? Ma sì, cadeva la parete

e intorno al letto enorme si gremiva il mondo

ad ascoltare un fremito, un lamento, a scoperchiare

il copriletto e dentro una fila di femmine in amore

coi grandi uccelli senz’ali e colore.

Là un oggetto

chetissimo di spalle mostra la mappa dell’indignazione.

Il volto è basso nell’angolo morto. E’ sempre notte,

inferno, perdizione: brilla la frusta come serpe in amore.

E l’occhio mesto sulla nuca vede la saetta che vendica

le offese.

Il giovane che giunge con le ali ancora

intonse nell’astuccio rosa, dice sereno: “ ce ne andremo

altrove ( e lo chiamano amore)”.

“Da noi – risposi –

avviene in altra posa”.

E dritta sopra un piede presi il volo, mentre un cecchino

mi mirava al Cuore.

Marc Chagall – Pittore alla luna – 1917

Coreografia che allude all’autenticità femminile, al plagio col cappello dell’uomo…

Ma io fui quella

che versava l’acqua

da un vaso all’altro

e non cadde una goccia

nel mare cupo

dove persi i piedi

L’Altra gentile, il serto

dell’alloro:

sulla poltrona del potere

in posa

pensa all’amante,

suddita per rango

getta la chiave

d’una stanza  morta

tanto gli piacque

sul trono di carta,

il bilancino

che da un lato penda

a suo favore,

in pugno la mia spada.

Spuntata e dritta,

ma le gambe strette.

 

E Lui riguarda

quel suo scettro

(l’uomo?)

davanti al nulla

sta conquistatore

dal segreto “Manoscritto dell’Acquario”

(Alla parola che coglie nel segno).

*** *** ***

Da L’OMBELICO  D’ORO, 2003 ed. Bastogi

Oh Poesia Madre!

Non fiorisce, sebbene color d’oro, la mimosa

è bandita!

Nauseante l’odore di vita arsa, non si festeggia

il dolore. Il glicine senza odore recita la sua

memoria eccelsa.

Il pittore da marciapiede fa sagome di corpi,

vi si stende a vedere se combacia il suo,

conferma che vivere è oltre la farsa tragica,

l’osceno del gesto scaramantico, il sublime

d’ogni verso.

Si sporca, recitato, il canto di Dante: “Vergine

                           Madre…”, sacro incesto.

Mescolati i generi, inciampa ridendo nell’o-

oscenità

Ariel, folletto, scade nel patetico di consumo

facile. Un popolo scemo è l’eletto, abbatte

la Poesia, ridendo

fino alle lacrime.

Oh Poesia Madre, “termine fisso d’eterno…”

*** *** ***

Progetto sperimentale “Supercazzole poetiche ed altri versi”

Ovvero: illuminanti raggi oscuri sul senso improprio delle parole nei versi e frutta mista di stagione, di Arturo Moll.



Supercazzola 0

Dunque non vedi

come postribola?

…………………..Come

del contuso dito

contendi il petto che

piatto si spiana piano

all’indice e all’occhi

– ma senza seno?

…………………..Costruisci

come un coseno osceno

ipotetici archi

barocchi

attorno ad una ipotenusa

e non attendi

che l’angolo maturi

a retto (?)

TEMPO DI MEZZO

A Pasqua si andava al mare
a respirare i primi caldi.
Corridoi di platani
e fossi di canne
portavano alla spiaggia
dove le tamerici segnavano
i confini dell’asfalto
coperto dalla sabbia.
Eravamo pionieri
nelle vie deserte.
Le scale rimbombavano
nel vuoto e nel silenzio
della casa ancora fredda e umida.
Nei prati selvaggi
sotto il cielo percorso dalle nuvole
ascoltavamo le onde
mentre i cesti si riempivano
di erbe salmastre.
E tutto sapeva ancora d’inverno
e già d’estate.