Dalle radici alla scelta – la voce di Luigi Bosco (post di natàlia castaldi)

Mi scrive un caro amico, mi chiede un parere. Vuole partecipare con un suo testo ad un concorso di poesia, mi invia un file con poco meno di dieci testi perché gli dica, spassionatamente, quale più mi piace e ritengo adatto al concorso.

Premetto che non mi intendo di concorsi. Provai a partecipare ad un concorso pubblico una volta, sarà stato circa una quindicina di anni fa, si trattava di un concorso a titoli per diventare guida turistica municipale, che si accompagnava ad un esame orale. Dopo aver assistito alle prime due giornate d’esame decisi che non faceva per me, mi alzai e serenamente andai via.

Ora mi trovo davanti al file del mio amico poeta a chiedermi come fare una scelta così intima e personale, assumendomi una responsabilità nei confronti non solo della sua poesia ma – soprattutto – nei confronti della “poesia”.

Bisogna a questo punto che io mi chieda cosa sia poesia e cosa non lo sia, quale sia il suo fine – se c’è un fine – e come, quando e perché il fine della poesia coincide con il fine del lettore. Bisogna che io mi chieda, inoltre, a quali “canoni” debba rispondere la poesia per essere definita tale …: estetici e tecnici, ritmo, musicalità, armonia, contenuto, pensiero? O tutte queste cose messe insieme?

Di certo se le chiederanno anche gli esaminatori di commissione queste cose e – sinceramente – non invidio il loro ruolo e compito.

La poesia è un dettato, mi dico. Si è detto che debba essere un’urgenza, un impulso indomabile, un bisogno di dire. Si sono dette talmente tante cose sulla poesia da non aver ancora detto niente, come me qui ora, che giro intorno al problema senza mai puntare al centro.

Quale centro? La scelta.

Certamente la scelta non può essere mia, “la scelta” è il risultato della stessa urgenza che portò alla scrittura. Io posso solo esprimere la mia idea d’insieme cercando di fissare un percorso che mi sembra delinei omogeneamente una personalità poetica che – in quanto personalità – dovrà prendere il fuoco a piene mani, imparando consapevolmente a staccarsi da una parte di sé per partecipare ad un concorso “parziale”.

Che significa “un concorso parziale”?

Significa che un concorso che valuti un solo testo – per me – non è un concorso da prendere in considerazione se si parla di poesia. Una voce poetica ha mille toni, centomila accenti e umori che gridano un percorso che non può essere ridotto alla valutazione di quattro strofe, che risulterebbero – appunto – “parziali”.

Spesso mi viene chiesto quando pubblicherò un libro. Un libro? Non comprendo l’ansia di avere un libro.

Pubblicare un libro significa aver maturato talmente bene un tratto di vita da poterlo lasciare parlare e da poterlo al contempo ascoltare, un libro è una roccia intagliata, un qualcosa di fisso e definitivo che parla e racconta, e muta e accompagna. Eppure si fa del primo libro una sorta di promozione: un passepartout che abilita lo scrittore a scrivere definendosi scrittore.

Mi presento: “sono natàlia castaldi e faccio la scrittrice, scrivo da quando mi sveglio a quando vado a dormire, scrivo mentre lavo, cucino e stiro, ma non ho ancora pubblicato niente”.

Tecnicamente definirmi “scrittrice” in questo caso definisce solo un mio gesto, un atto, un movimento, una tensione che non farà di me una “scrittrice” fin quando non avrò messo nero su bianco le prime quattro fandonie pubblicate a mie spese.

Deprimente.

Torno all’oggetto del mio divagare: la scelta.

Caro Luigi,

tu come tanti appartieni a quella fetta sana di persone che ancora si chiede cosa stia facendo e perché lo fa, con umiltà ed entusiasmo. Chiedendomi, ti chiedi se quello che fai “è” o “non è” e – soprattutto –  “se mai sarà”. Ma io, con affetto, con vero affetto e stima, ti dico che “è” perché “è” per te e così dev’essere.

Vuoi sapere se sei un poeta? Lascio a chi si sente abilitato a conferire questo titolo l’onere della risposta, io ti dico che leggendoti ho scavato le fosse, ho marcato gli angoli della vita e delle città che ho conosciuto, ho raccolto le radici spezzate tra le zolle – senza chiedere -, osservando nascere e morire i minuti, le cose, le persone, con la consapevolezza di osservare, e mi sono ammalata di pioggia per non aver corso abbastanza.

Ti abbraccio,

natàlia

Radici di gardenia
Radici
.

Dal cane del vicino impara
a scavarti la fossa,
come imparasti a pisciare
educatamente
agli angoli della città.
Con l’aratro che rubasti a tuo padre,
raspa a fondo nella terra
che ospita ora l’acida steppa, lì
dove un tempo s’ergeva acerbo
il tronco del melo marrone
– ma senza chiedere.
Tra le pieghe della pietra troverai
le sopravvissute radici
aggrappate alla terra rotta in zolle:
non stringere troppo - se le afferri.
Del vento che t’alza
la polvere negl’occhi
non ti preoccupare: qualcuno
chiuderà la finestra per te.
*
Considerazioni
.
Hai mai considerato la possibilità
che tutto sia un lento trascorrere?
Il Lento Trascorrere: la meta sposa la fine;
l’obiettivo caduto ha baciato la terra;
Il principio inaugura il declino. Vita:
accidentale deviazione dal Nulla.
Tutto il resto è silenzio, illusione e sogno
interrotti da inattesi sprazzi
di visionaria lucidità.

Questa è l’era del viaggio
dove tutto è un lento trascorrere.
Dove inizio e fine sono lettere e suoni
diluiti nel ventre del tempo.
Dove tutto diventa miscuglio,
amalgama denso e accogliente,
placenta ancestrale.
E si vedono passare le cose
e le persone si vedono passare.
E si vede passare anche noi, in fila
riflessi nell’enorme specchio del divenire.
E si attende.
Ti invito al viaggio,
dove il nascere e il morire sono
i soli momenti concretamente reali,
dove tutto è solo un lento trascorrere,
dove il tempo è lo sperma che ci violenta
e ci lascia gravidi della nostra morte.
*
Ricordi
.
Ricordi?
eravamo proprio qui quando
il cielo si aprì per un poco
come un baule
Ma di’: ti ricordi come pioveva?
e un pezzo di tramonto
arancione
andò a sbattere contro la porta
facendo il rumore del nonno
quando rompe le noci
di sera
E la terra inzuppata di pioggia?
Corremmo veloci per non ammalarci
ma non abbastanza.
*
Il desiderio
.
Soprattutto se di domenica
(negli sparuti istanti in cui
il cuore freme esitante
interrompendo l'eterna intermittenza
dei battiti)
s'apre una crepa
sulla soglia del possibile, donde

s'osserva – fermi sul ciglio – il precipizio

caduto di tutto quel che

non è mai stato e che potrebbe

essere se solo non lo si volesse.
Fa girar la testa il timore
che il caderci non sia abbastanza.
E si resta a spiar la vita
dal buco d’una vecchia serratura.
*
Passo Lento
.
Il passo lento trafigge il sole
con la sua asta d'ombra.
Freccia di carne insegna
la direzione:
come un dardo dalla terra
scocca il buio che si scaglia
sul giallore che ricopre
le vite inermi insidiate nella pietra,
e su di esse si staglia l'orma
del silenzio caduto in un tonfo.
Le parole infrangono l'aria
di vetro e le schegge trafiggono
le bocche. Di fronte al serpente
che cova uova d'arpia e segreti, muto
non mi resta che scrivere su ciò
che rimane del ricordo
e del sentimento. La carta
materna accoglie la penna
e il suo sperma nero e fecondo, mentre
il verbo e la sillaba trasformano
in risa le crepe del cuore.
*
Quasi ogni Martedì
.
acqua-
ttato su un ramo
a testa in giù attendo
che il mondo si metta a sedere
sulle ombre che fioriscono
finalmente ferme.
A volte
risorgo alle mie spalle
per cogliere la vita
in flagrante: striscio
in silenzio tra
i   n   n   u   m   e   r   e   v   o   l   i
corpi morti, fingendo
di giocare a mosca cieca.
Mi annoio
se ti tocco e non ti muovi:
ipoteco
un paio d’occhi per
un paio d’ali.
Da quassù
posso sentire i sogni
infrangersi e avverarsi fare
lo stesso rumore.
*
Lo starnuto
.
Nascosto dietro un dente
coi piedi affondati nel Tartaro
solletico la punta
multiforme
della lingua
e aspetto lo starnuto.
Preferisco
schiantarmi contro un fazzoletto che
mettere
radici in una bocca.
Foss’anche la mia.
.

28 commenti su “Dalle radici alla scelta – la voce di Luigi Bosco (post di natàlia castaldi)

  1. Cara Natalia,
    Che dire?
    Mi ha molto colpito questa tua inaspettata apertura, per la quale ti ringrazio infinitamente.
    Premetto che anche io non sono un grande appassionato di concorsi di poesia, il più delle volte degli eleganti modi di estorcere denaro ai partecipanti. Capita, però, di incontrare delle “situazioni” che meritano, e per autorevolezza e per opportunità – dove con “opportunità” non intendo dire “pubblicazione di un ipotetico libro” (che non c’è) o roba simile.
    Hai ragione quando dici che la valutazione di un solo testo poetico è parziale e assolutamente inutile quando si voglia ottenere un giudizio complessivo su una determinata voce: un vero schiaffo alle fondamenta della filologia. Come è parziale il giudizio su di un autore formulato sulla base di una sola sua opera. Come è parziale il giudizio di una intera produzione letteraria senza un minimo di conoscenze della biografia di chi l’ha prodotta. E così via. E, infatti, come ti dicevo nella mail che ti ho spedito quando ti ho chiesto un parere, non mi aspetto chissà cosa né tantomeno spero di “vincere” (cosa esattamente non lo so e non mi interessa).
    A questo punto sarebbe leggittimo chiedermi: perché diavolo partecipi ad un concorso, allora?
    Per sapere se sei un poeta? Per sapere se le tue sono poesie? Per i soldi? Per la gloria? Per soddisfare il tuo ego? Per vedere se qualcuno si accorge di te e ti inserisce nei Meridiani?
    Ovviamente, se anche solo una delle ipotesi elencate dovesse accadere non nego che ne sarei lusingato, ma la risposta alla domanda iniziale non è nessuna di queste ipotesi.
    I motivi per cui partecipo non ad un concorso ma a QUESTO concorso (o ad pochi altri simili di tanto in tanto) sono tanti e, forse, non li conosco nemmeno tutti. Di alcuni però sono sicuro.
    Tra questi c’è una specie di necessità di riconoscermi nel riconoscimento di Altri (riconoscimento critico piuttosto che nell’accezione di “bravo, bello, bis”). È un po’ come esistere, ma al contrario. Io esisto e poi SO di esistere. E lo so perché, tra le altre cose, chi e ciò che mi circonda me ne rendono gli atti. Per ciò che scrivo avviene esattamente l’opposto: io so che esistono, ma non sono sicuro che esistano. Tutto quanto scrivo – ma soprattutto la poesia – non può essere esclusivamente perché è per me, in quanto ciò ne limiterebbe la portata. Ciò che a me interessa non è vedere scolpite le lettere del mio nome sulla copertina di un libro (le poche cose in giro pubblicate su carta portano uno pseudonimo e, fino a qualche tempo fa, usavo uno pseudonimo anche sul Web). Ciò che mi interessa è vedere se anche io posso partecipare al discorso sulla poesia e la Letteratura in genere, con i miei versi ed i miei scritti che si camuffano in mezzo agli altri senza nome.
    Credo di poter sentire cos’è la poesia, ma sono quasi sicuro di non poterlo spiegare. Forse perché spiegare la poesia è un po’ renderla prosa, snaturandola. Ciò che credo di poter dire è che non vivo (non solo, almeno) la poesia come un impulso o una esigenza. Essa è piuttosto il modo attraverso il quale ho deciso di determinare la mia esistenza, a me stesso e agli altri (se ve ne sono). Scrivere è come ricordare: raccontare/rsi. Se nessuno di noi potesse ricordare/rsi probabilmente esisterebbe ma non vivrebbe. Qualcosa accade davvero nel momento in cui la ricordi (ovvero la racconti a te stesso) oppure la racconti a qualcuno. Dunque raccontare, ma un raccontare diverso dalla prosa (che pure apprezzo e “pratico”). La realtà è una crepa nel e del possibile. Il raccontare poetico è saldare quella crepa con il suono-rumore che fa la parola-oggetto scagliata contro il nulla che per un attimo muore. E perché dovrei tenere tutto questo per me se la poesia, come ti ho scritto quando mi hai chiesto se potevi azzardare dei suggerimenti e delle modifiche, è di tutti?
    Sento di avere talmente tante cose da dire, che mi piacerebbe saper raccontare e raccontandole viverle negli interstizi delle pieghe del tempo, che a volte mi sembra di poter esplodere imbrattando l’universo intero. Esse spingono, spingono forte per uscire fuori perché anch’esse possano esistere come me, ed io voglio che sia così per esistere attraverso di esse. Spesso, però, mi trovo in impasse perché non so come fare a dirle, a raccontarle, perché da mie diventino di tutti e così potermene liberare. Ovviamente, mentre dico tutto ciò, non credo affatto di essere l’unico al mondo. Ma il sapere di non essere l’unico al mondo non cambia le cose.
    In ultimo, partecipare ad un concorso (che ritengo credibile), così come cercare lo scambio con altri poeti, cercare di entrare nel “mondo della poesia” (purtroppo le etichette e le categorie non risparmiano nulla e nessuno; a me non importa fino a che non diventano l’imposizione di un compromesso) è il mio modo di incontrare/creare un “maestro” di cui sento di avere disperatamente bisogno. Si, immodestamente dico che mi accosto (quando lo ritengo opportuno) in silenzio e con molta umiltà a chi può impregnarmi come una spugna di tutto quanto io non so, non sono, non vedo, non conosco, non riconosco. Come un buco nero: assorbire tutto, persino la luce, per poi risputare tutto fuori, dall’altro lato, in escandescenti (o anche no) zampilli e anonimi fuochi d’artificio.
    Grazie ancora, Nat.
    Un abbraccio.
    Luigi

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    • Caro Lu,
      non era mia intenzione criticare la scelta di partecipare ad un concorso di poesia, non era affatto questo che intendevo. Critico piuttosto, in linea puramente generale e non nello specifico, l’istituzione di un concorso che giudichi un solo testo.
      Fai benissimo a partecipare e cercare di incontrare e fonderti in appartenenza al mondo della poesia, cui senti di appartenere o – comunque – di voler appartenere. E’ così ed é corretto. Quando dissi che la poesia dev’essere “per te”, non intendevo certo dire che debba “essere” per restare in fogli sparsi o nascosti nel cassetto della tua scrivania, piuttosto intendo dire che la maturità e sicurezza poetica non la si deve cercare dal confronto, ma il confronto deve nascere dopo che sia “insorta” tale maturità interiormente, cioè non cercare conferme ma “partecipare” con la consapevolezza della propria voce ascoltando altre voci. La tua stessa spinta al confronto la ebbi io stessa tempo addietro e mi è servita, oh… sì, mi è servita a tornare indietro, non perché esclusa o non gratificata, ma perché assolutamente sconcertata dalla mancanza di comunicazione se non puramente formale ed “autoimpositiva”.
      Il problema del “maestro” è un altro discorso.
      Io ho il mio “maestro” e non m’insegna nulla, mi parla poco o quasi nulla di poesia, ma capita che mi parli di vita. Riconosco che trovare un “maestro” sia una fortuna, ma ti dirò anche un’altra cosa, i maestri si incontrano leggendo – come tu già fai – perché i maestri non ti dicono come devi fare poesia e dove sbagli. I maestri camminano per conto loro e sono un esempo per questo. Il resto non lo insegna nessuno se non la vita stessa, le radici – appunto – come tu già sai… chissà che non siano quelle radici il tuo maestro.
      Il discorso libro esulava dal contesto concorso e scelta della poesia ed era una mia considerazione personale – parlo chiaramente di me stessa nel pezzo – perché vedo scalpitare per nulla e da tempo ho deciso di “scendere” … il che non significa che non avrò mai un mio libro, ma lo avrò quando verrà a cercarmi.
      Tempo fa ti dissi che sei un purosangue, ne ho sempre più la convinzione.
      grazie Lu, per questo ennesimo invito al dialogo.

      nat

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  2. Nat, mi è sembrato talmente ovvio che la tua non fosse una critica al mio voler partcipare ad un concorso di poesia che non ho ritenuto opportuno evidenziarlo. Ma si vede che ho fatto male perché non si è capito. E, ti dirò di più, anche se fosse stata una critica/consiglio, l’avrei ascoltato/accolto comunque. Altrimenti che senso avrebbe mandarti una mail per chiederti un parere?

    Detto questo, ho cercato di ripercorrere le tue riflessioni dal mio punto di vista, anche perché molte delle cose che tu hai detto le condivido. Soprattutto quelle che riguardano l’istituzionalizzazione formale della poesia.

    Riguardo la maturità poetica, ora posso capire ciò che dici. Se me ne avessi parlato qualche anno fa non avrei potuto intendere ciò a cui ti riferisci. Prova ne sono le vergognose frasi incolonnate altrettanto vergognosamente l’una sotto l’altra che conservo e che ho voluto tenere nel mio archivio online per potermene vergognare un po’ ed anche ridere di me stesso. Quindi si, una maturità è sorta e me ne sono accorto senza che nessuno me lo facesse notare ma non da solo. Tutto è venuto dal confronto, dalle letture, dai discorsi. Posso dire con assoluta lucidità che non avrei potuto scrivere ciò che ho scritto da qualche mese (molti, a dire il vero) a questa parte se non avessi letto tanti libri ma anche se non avessi letto te, Enzo, Fernanda, alcuni pezzi di Gino, Silvia Rosa, Francesco Marotta, Stefano Guglielmin, alcuni pezzi di Vincenzo e Federica, Gianni e molti molti altri che spero non si offendano se non si vedono comparire nella lista.

    Riguardo il maestro, ho molto rispetto per tutti coloro che chiamo “i miei amici morti” e non potrò mai ringraziarli abbastanza per ovvie ragioni. Però il “maestro” che intendo io non è un grande vecchio che mi dica come scrivere poesia. Piuttosto è un puzzle di volti/voci con cui continuamente confrontarmi per riconoscermi ed annullarmi l’istante successivo per essere sempre nuovo, sempre diverso, altro da me stesso. Qualcuno che faccia il bastrian contrario e con cui possa fare il bastian contrario (come mi è capitato a volte anche qui, forse troppo eccessivamente e forse male interpretato) per mettere sempre in discussione ciò che credo sia la realtà e che se non la rivolti continuamente ristagna e puzza. Non vedo altro modo di superarsi se non superarsi con e nell’altro.
    Il discorso libro è molto personale. Ciò che ho detto prendilo come un “mi piacerebbe avere nella libreria uno che porti la tua voce”. Ad ogni modo, ci sarà o non ci sarà, il mio orecchio è qui che ascolta comunque :)

    Un abbraccio
    L.

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  3. permettetemi di sorvolare sul cos’è poesia e sull’utilità dei concorsi. vorrei invece tagliare la testa al toro ed esprimere un’opinione.
    che non vale come assioma, ma è comunque una sorta di indice di gradimento personale.
    tra quelle qui trascritte (e che ho provato a “dettare” tramite la mia sensibilità) quella che è riuscita a produrre un effetto di risonanza maggiore è “passo lento”.

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  4. Sottoscrivo i tuoi dubbi, cara Natalia.
    Trovo estremamente maturo sollevare dubbi, azzardare domande. Il poeta-intellettuale deve essere scomodo, anche per questo. Non deve predicare ma ragionare (è logos) con i critici e con i lettori, con i poeti che sono i primi interlocutori, compagni di ricerca. E ogni manifestazione individuale o sociale, andrebbe messa in discussione in ogni momento. La poesia non è una verità rivelata, un postulato inattaccabile. Purtroppo è deludente, ma è comunque importante trovare il coraggio di ammettere che i poeti (soprattutto adesso, dal novecento in poi) non esisterebbero senza i critici. E i critici spesso sbagliano, i poeti sbagliano. La poesia è sempre una visione della poesia. La poesia non è la vita. ma ha continuamente a che fare con la vita. Ha a che fare con le contraddizioni, l’etica, il buon senso e il buon gusto, l’eleganza, il bisogno di sentirsi amati. L’insostenibile leggerezza della poesia, mi verrebbe da dire :)
    E si toccano nervi scoperti nel tuo discorso – come in quello di Luigi. La piaga dell’editoria a pagamento, la costruzione di un’identità poetica, l’appartenenza a un club che si vorrebbe esclusivo ma illuminato da un’idea di giustizia meritocratica, non democratica perchè la poesia non è democratica (dov’è la qualità di una poesia? la sua identità o la sua appartenenza a qualcosa che la legittimi? è figlia di un tempo, di un luogo, di una lingua? o è universale?).
    I concorsi sono solo una dimensione goliardica e andrebbero presi con leggerezza, un gioco di chi nella poesia deve sempre stare con un piede dentro e un piede fuori, non come un esame di abilitazione. Credo. Il piacere della compagnia e del confronto, nulla di più. La condivisione di una mania, il rischio di un’ossessione.

    Un caro saluto a tutti.

    E un grosso in bocca al lupo a Luigi!
    E se la poesia è il piacere di un viaggio rischioso, buon viaggio :)

    Giovanni

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    • Giò grazie a te che hai davvero portato una ventata di leggerezza pur nella profondità di quanto hai detto e che condivido in pieno.
      viaggiamo dunque. ;)
      n.

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    • Ciao Giovanni,
      scusa ma mi era sfuggito il tuo commento. E, si: la poesia è sempre una visione della poesia.
      Crepi il lupo, ma non sarà necessario :)
      L

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  5. E’ legittimo “riconoscersi nel riconoscimento di Altri”. Non necessariamente ciò avviene partecipando ad un concorso. Sta avvenendo qui e ora, per esempio.
    I concorsi vanno presi per quello che sono: concorsi. Ci sono quelli seri (pochi) e quelli meno seri (tanti). Certo, ottenere un riconoscimento nei concorsi che meritano è innegabilmente una bella soddisfazione.

    Ma la poesia ha la sua strada da fare, indipendentemente e al di là dei concorsi. La poesia se ne frega dei concorsi, ed è poesia anche se non sta in un libro.

    La poesia, con le sue ali (o con i suoi scarponi da montagna) ha il suo lavoro da fare: guardare in alto, guardarsi intorno, leggere, decifrare, interrogare, scavare, lacerare, litigare e fare pace con i fantasmi. In realtà non so cosa sia la poesia, ogni giorno ho una risposta diversa…

    Qualche volta, sono sincera, la parola “poeta” mi mette a disagio. Spesso viene usata a sproposito. E poi, troppe responsabilità, troppe aspettative.
    Dire “sono un poeta” non è come dire “scrivo poesie”, o – meglio ancora – “scrivo”. Ecco, “scrivo” mi piace di più.
    (Sciocca digressione – in treno mi vengono pensieri bislacchi. E pensando alla questione poeta/non poeta mi dicevo: se qualche conoscente burlone e vendicativo scrivesse un giorno sulla mia tomba “sposa e madre premurosa, poeta”, avrei attacchi d’ansia per l’eternità…:-) ).

    La tua, Luigi, è scrittura e poesia. Scrittura e poesia su cui è necessario lavorare (tutti noi lo dobbiamo fare), che bisogna lasciar sedimentare. Con pazienza (io non ho pazienza, ma so che è necessaria)

    … e, se posso dire, “Ricordi” mi piace in modo particolare (corremmo veloci per non ammalarci / ma non abbastanza).

    Un abbraccio a tutti.

    Stefania

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  6. Ciao Stefania,
    grazie mille anche a te per il tuo passaggio e contributo.

    A mio modo di vedere la poesia diventa poesia quando viene riconosciuta tale. Poi è ovvio che tale riconoscimento avviene su più fronti.
    Sono d’accordo sul fatto che la poesia se ne freghi dei concorsi erroneamente denominati “di poesia”, mentre invece sono “dei poeti”. Però un concorso, una discussione, una “conferenza”, un libro, una critica, una lettura sono tutti tentativi dell’uomo-poeta di dar vita alla poesia, senza i quali quest’ultima non esisterebbe.
    Come ho detto a Natalia, il discorso libro è molto personale. Io non sono tra quelli che scrive per pubblicare un libro, ma nemmeno tra quelli che scrivono per scrivere. Il libro o una qualsiasi altra pubblicazione sono la testimonianza di una traccia e il tentativo di costruire un percorso. Chi scrive credo non disprezzi avere la possibilità di far parte di tale percorso.
    Se qualcuno mi chiamasse poeta mi imbarazzerebbe molto (come mi imbarazza un semplice “bella questa” sotto una mia poesia)ma allo stesso tempo mi renderebbe fiero. E non di me, ma delle cose che ho scritto: finalmente ora sono svincolate da chi le ha scritte e possono avere vita propria. Non sentirei alcuna pressione e alcna responsabilità, perché mi rifiuterei di sottomettermi ai significati dell’etichetta poeta ed ai compromessi che essa comporta.
    Nemmeno io ho molta pazienza, soprattutto se penso che (per fortuna) non si vive per sempre.Ma com’e che si dice? Si fa quel che si può :)

    GRazie mille anche per la lettura.

    L

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  7. …qualcuno disse che “la poesia è l’unica prova dell’esistenza dell’uomo”… non so se è vero, però suona bene…

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  8. sarei più cauto, bisognerebbe esser certi che la poesia sia anche solo una prova della propria esistenza :)

    molto d’accordo con luigi sull’alienazione dei testi: si scrive un libro per liberarsi il prima possibile di ciò che si è scritto…

    Le poesie pubblicate in un libro, paradossalmente, sono più “svincolate da chi le ha scritte e possono avere vita propria”, si…c’era chi diceva che sono come figli che crescono e smettono d’essere solo nostri.

    Ciao,
    G.

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  9. a proposito di maestri… uno che se la faceva alla larga dalla mondanità pur avendo direttamente e determinatamente influenzato il pensiero di molti intellettuali e scrittori francesi, Maurice Blanchot, mi pare più o meno dicesse che una qualsiasi opera va letta come somma e risultato unitario e complesso, consistenso di vari momenti e principalemnte di due “gesti”: la scrittura e quindi, conseguenzialmente, la lettura. Questi due momenti sarebbero da leggersi come causa ed effetto l’uno dell’altro, giacché nulla di scritto avrebbe sua propria vita se non nel momento in cui la lettura – e quindi – lo sguardo “altro” non lo rivesta di senso proprio. Questo perché la parola scritta, quindi un testo “è” in quanto destinato ad “essere immaginato”, cioè a vivere in una dimensione altra ed irreale in quanto non le appartiene per sua origine. Tale dimensione immaginaria ed irreale, paradossalmente può identificarsi in un grande vuoto, un buco nero che nell’atto della fascinazione calamita al suo interno annullando, vanificando e decretando il fallimento stesso del testo. Dunque compito dello scrittore sarebbe sempre quello di essere presente, pragmatico e consapevole, resistendo ai richiami fascinosi che potrebbero annullarlo.

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    • “Poiché la creazione trova il suo compimento nella lettura, poiché l’artista deve affidare ad altri la cura di compiere quanto lui ha iniziato, poiché può cogliersi come essenziale alla propria opera solo attraverso la coscienza del lettore, ogni opera letteraria è un appello. Scrivere è fare un appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione che io ho iniziato per mezzo del linguaggio.”
      (J.P. Sartre, Cos’è la Letteratura).

      Dice anche quello che hai riportato tu, Natalia, e moltissime altre cose a cui devo ancora arrivare. E dice anche che la Letteratura è il risultato dell’interazione scrittore-lettore che assieme costruiscono e creano l’opera (anche leggere è creare), andando a riempire il grande vuoto con l’immaginazione. L’insostenibile fascino del possibile :)

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      • La lettura è prima di tutto con-creazione. Sei stanco della mia cosa, vuol dire che hai letto bene e – hai letto una cosa buona. La stanchezza del lettore non è una stanchezza che svuoti, ma creativa. Con-creativa. Fa onore al lettore e a me (Marina I. Cvetaeva).

        ciao
        stefania

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  10. una risposta sublime, infinitamente meglio di una vittoria a un concorso, che in genere sottende soltanto fini di promozione editoriale, Luigi ha tutta la mia invidia, bonaria, s’intende
    un abbraccio
    Marco

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  11. Quando scrivo non ricordo il mio nome
    quando ascolto non so se sono
    nata e morta
    nello stesso tempo in cui il sangue si è fatto
    sì-
    lente
    e non ho passi se non le orme
    di tutti gli altri
    vivi in quel buio
    l’oscurità che chiamiamo storia
    e tragica-
    mente
    sostanzia poesia.
    Il resto è resto
    di un’algebra lineare
    inventata per soccorrere la paura
    e spingerla in un v(e)icolo cieco
    che ha nome desiderio.

    .
    Ciò che personalmente vorrei e cerco scrivendo, anche se sembra un paradosso, è allontanare tutte le parole, disallestendo i sensi, per trovare finalmente il segno che innesca il fuoco, quello che ci brucia, quello per cui dovunque ancora la vita di sé insemina ogni morte.
    Poesia è una strada, come ogni altra, non è il luogo in cui aprire botteghe o vetrine di commercio di sé. Se riesco a trovare compagni in questo andare nella vita allora sarà senz’altro piena la festa. Questo è il con-corso a cui tengo, gli altri,invece, sono una specie di compito di matematica, in cui, a volte, capita persino di riscuotere dal sonno…tassi di specie bancaria!!!!!
    ciao ferni

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  12. CErto, Fernanda: la poesia è una strada, un percorso, una manifestazione, non una vetrina di sé.

    E comunque

    “e non ho passi se non le orme
    di tutti gli altri”

    è esattamente ciò che volevo dire ca@@o! :)

    Grazie
    L

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  13. Hai tutta la mia stima. Quello che leggo fa di te un poeta.Buona serata Luigi;)

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  14. ecco, anche qui ho stampato per rileggervi con la dovuta calma…

    per il momento posso solo dire che le poesie di Luigi mi comunicano moltissimo e percepisco qualche affinità col mio sentire…

    Tra le pieghe della pietra troverai
    le sopravvissute radici
    aggrappate alla terra rotta in zolle:
    non stringere troppo – se le afferri.
    Del vento che t’alza
    la polvere negl’occhi
    non ti preoccupare: qualcuno
    chiuderà la finestra per te.

    grazie…

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