Giorno: 17 marzo 2010

Dalle radici alla scelta – la voce di Luigi Bosco (post di natàlia castaldi)

Mi scrive un caro amico, mi chiede un parere. Vuole partecipare con un suo testo ad un concorso di poesia, mi invia un file con poco meno di dieci testi perché gli dica, spassionatamente, quale più mi piace e ritengo adatto al concorso.

Premetto che non mi intendo di concorsi. Provai a partecipare ad un concorso pubblico una volta, sarà stato circa una quindicina di anni fa, si trattava di un concorso a titoli per diventare guida turistica municipale, che si accompagnava ad un esame orale. Dopo aver assistito alle prime due giornate d’esame decisi che non faceva per me, mi alzai e serenamente andai via.

Ora mi trovo davanti al file del mio amico poeta a chiedermi come fare una scelta così intima e personale, assumendomi una responsabilità nei confronti non solo della sua poesia ma – soprattutto – nei confronti della “poesia”.

Bisogna a questo punto che io mi chieda cosa sia poesia e cosa non lo sia, quale sia il suo fine – se c’è un fine – e come, quando e perché il fine della poesia coincide con il fine del lettore. Bisogna che io mi chieda, inoltre, a quali “canoni” debba rispondere la poesia per essere definita tale …: estetici e tecnici, ritmo, musicalità, armonia, contenuto, pensiero? O tutte queste cose messe insieme?

Di certo se le chiederanno anche gli esaminatori di commissione queste cose e – sinceramente – non invidio il loro ruolo e compito.

La poesia è un dettato, mi dico. Si è detto che debba essere un’urgenza, un impulso indomabile, un bisogno di dire. Si sono dette talmente tante cose sulla poesia da non aver ancora detto niente, come me qui ora, che giro intorno al problema senza mai puntare al centro.

Quale centro? La scelta.

Certamente la scelta non può essere mia, “la scelta” è il risultato della stessa urgenza che portò alla scrittura. Io posso solo esprimere la mia idea d’insieme cercando di fissare un percorso che mi sembra delinei omogeneamente una personalità poetica che – in quanto personalità – dovrà prendere il fuoco a piene mani, imparando consapevolmente a staccarsi da una parte di sé per partecipare ad un concorso “parziale”.

Che significa “un concorso parziale”?

Significa che un concorso che valuti un solo testo – per me – non è un concorso da prendere in considerazione se si parla di poesia. Una voce poetica ha mille toni, centomila accenti e umori che gridano un percorso che non può essere ridotto alla valutazione di quattro strofe, che risulterebbero – appunto – “parziali”.

Spesso mi viene chiesto quando pubblicherò un libro. Un libro? Non comprendo l’ansia di avere un libro.

Pubblicare un libro significa aver maturato talmente bene un tratto di vita da poterlo lasciare parlare e da poterlo al contempo ascoltare, un libro è una roccia intagliata, un qualcosa di fisso e definitivo che parla e racconta, e muta e accompagna. Eppure si fa del primo libro una sorta di promozione: un passepartout che abilita lo scrittore a scrivere definendosi scrittore.

Mi presento: “sono natàlia castaldi e faccio la scrittrice, scrivo da quando mi sveglio a quando vado a dormire, scrivo mentre lavo, cucino e stiro, ma non ho ancora pubblicato niente”.

Tecnicamente definirmi “scrittrice” in questo caso definisce solo un mio gesto, un atto, un movimento, una tensione che non farà di me una “scrittrice” fin quando non avrò messo nero su bianco le prime quattro fandonie pubblicate a mie spese.

Deprimente.

Torno all’oggetto del mio divagare: la scelta.

Caro Luigi,

tu come tanti appartieni a quella fetta sana di persone che ancora si chiede cosa stia facendo e perché lo fa, con umiltà ed entusiasmo. Chiedendomi, ti chiedi se quello che fai “è” o “non è” e – soprattutto –  “se mai sarà”. Ma io, con affetto, con vero affetto e stima, ti dico che “è” perché “è” per te e così dev’essere.

Vuoi sapere se sei un poeta? Lascio a chi si sente abilitato a conferire questo titolo l’onere della risposta, io ti dico che leggendoti ho scavato le fosse, ho marcato gli angoli della vita e delle città che ho conosciuto, ho raccolto le radici spezzate tra le zolle – senza chiedere -, osservando nascere e morire i minuti, le cose, le persone, con la consapevolezza di osservare, e mi sono ammalata di pioggia per non aver corso abbastanza.

Ti abbraccio,

natàlia

Radici di gardenia

Radici
.

Dal cane del vicino impara
a scavarti la fossa,
come imparasti a pisciare
educatamente
agli angoli della città.
Con l’aratro che rubasti a tuo padre,
raspa a fondo nella terra
che ospita ora l’acida steppa, lì
dove un tempo s’ergeva acerbo
il tronco del melo marrone
– ma senza chiedere.
Tra le pieghe della pietra troverai
le sopravvissute radici
aggrappate alla terra rotta in zolle:
non stringere troppo - se le afferri.
Del vento che t’alza
la polvere negl’occhi
non ti preoccupare: qualcuno
chiuderà la finestra per te.
*
Considerazioni
.
Hai mai considerato la possibilità
che tutto sia un lento trascorrere?
Il Lento Trascorrere: la meta sposa la fine;
l’obiettivo caduto ha baciato la terra;
Il principio inaugura il declino. Vita:
accidentale deviazione dal Nulla.
Tutto il resto è silenzio, illusione e sogno
interrotti da inattesi sprazzi
di visionaria lucidità.

Questa è l’era del viaggio
dove tutto è un lento trascorrere.
Dove inizio e fine sono lettere e suoni
diluiti nel ventre del tempo.
Dove tutto diventa miscuglio,
amalgama denso e accogliente,
placenta ancestrale.
E si vedono passare le cose
e le persone si vedono passare.
E si vede passare anche noi, in fila
riflessi nell’enorme specchio del divenire.
E si attende.
Ti invito al viaggio,
dove il nascere e il morire sono
i soli momenti concretamente reali,
dove tutto è solo un lento trascorrere,
dove il tempo è lo sperma che ci violenta
e ci lascia gravidi della nostra morte.
*
Ricordi
.
Ricordi?
eravamo proprio qui quando
il cielo si aprì per un poco
come un baule
Ma di’: ti ricordi come pioveva?
e un pezzo di tramonto
arancione
andò a sbattere contro la porta
facendo il rumore del nonno
quando rompe le noci
di sera
E la terra inzuppata di pioggia?
Corremmo veloci per non ammalarci
ma non abbastanza.
*
Il desiderio
.
Soprattutto se di domenica
(negli sparuti istanti in cui
il cuore freme esitante
interrompendo l'eterna intermittenza
dei battiti)
s'apre una crepa
sulla soglia del possibile, donde

s'osserva – fermi sul ciglio – il precipizio

caduto di tutto quel che

non è mai stato e che potrebbe

essere se solo non lo si volesse.
Fa girar la testa il timore
che il caderci non sia abbastanza.
E si resta a spiar la vita
dal buco d’una vecchia serratura.
*
Passo Lento
.
Il passo lento trafigge il sole
con la sua asta d'ombra.
Freccia di carne insegna
la direzione:
come un dardo dalla terra
scocca il buio che si scaglia
sul giallore che ricopre
le vite inermi insidiate nella pietra,
e su di esse si staglia l'orma
del silenzio caduto in un tonfo.
Le parole infrangono l'aria
di vetro e le schegge trafiggono
le bocche. Di fronte al serpente
che cova uova d'arpia e segreti, muto
non mi resta che scrivere su ciò
che rimane del ricordo
e del sentimento. La carta
materna accoglie la penna
e il suo sperma nero e fecondo, mentre
il verbo e la sillaba trasformano
in risa le crepe del cuore.
*
Quasi ogni Martedì
.
acqua-
ttato su un ramo
a testa in giù attendo
che il mondo si metta a sedere
sulle ombre che fioriscono
finalmente ferme.
A volte
risorgo alle mie spalle
per cogliere la vita
in flagrante: striscio
in silenzio tra
i   n   n   u   m   e   r   e   v   o   l   i
corpi morti, fingendo
di giocare a mosca cieca.
Mi annoio
se ti tocco e non ti muovi:
ipoteco
un paio d’occhi per
un paio d’ali.
Da quassù
posso sentire i sogni
infrangersi e avverarsi fare
lo stesso rumore.
*
Lo starnuto
.
Nascosto dietro un dente
coi piedi affondati nel Tartaro
solletico la punta
multiforme
della lingua
e aspetto lo starnuto.
Preferisco
schiantarmi contro un fazzoletto che
mettere
radici in una bocca.
Foss’anche la mia.
.

Elegia del tempo

Enzo Campi

Elegia del tempo

 

 

navigavo

dolente e mesto

in sete di ragione

caracollando appena e solo a tratti

rapito dal rollio dell’idea

di un infinito che rifluiva lento

in moto impercettibile  e indefinito

quasi fosse lui l’unico e solo silenzio da glorificare

fluivo

indolente ed ebbro

in fame d’intelletto

sopravanzando appena il senso

carezzando il pelo umido di quel balsamo

che riluceva cristallino

sulle onde schiumose del fiume del destino

inarcando lo sguardo

verso la luce mansueta

che frange in strali la tenebra notturna

questo allora

in quell’ora andata

persa nel riverbero del ricordo

per l’appunto tempo odierno

mai pago

che ricorda il tempo andato

e che ancor si ripropone

come strascico reiterato

in pulviscoli d’ore esautorate

dalla seconda ora della notte

alla settima ora del meriggio

un flusso ininterrotto

un fiume di parole

è questo forse il mio tempo?

sono  forse il solo

che si ostina a vanificare

il finito nell’infinito?

mi si consenta allora

una chiave  di violino

un tempo musicale in cui riversare

l’innata melodia di un astro

che si forgia

in strali di tepore conclamato

mi si permetta allora

un’elegia che possa dipanarsi

a colpi di pennello

come in un quadro dove

all’ombra di una fonte catartica

le dita di pietra

della mano del creatore

mostrano alla furia dello sguardo

quell’ovo

dalla cui frattura fuoriesce un fiore

mi si conceda allora

di rinnovare  lo sguardo verso l’alto indefinito

verso quel dove in cui lo stesso fiore si slancia

offrendo la sua corolla

all’ingordigia dell’insetto che

per gettare in pasto al tempo un altro figlio

deve nutrirsi della linfa

estirpata a piene mani

dal midollo del pensiero

mi si svilisca allora

nell’idea di una ragione

che induca il senno a basculare ancora

sul rollio cadenzato dell’onda

per immaginare quel tempo primigenio

preadamitico e fulgente

in cui defaticare

quei passi ininterrotti

che si illudono di travalicare

la linea di confine

che divide il presente dal futuro

mi si deluda infine

nel negare che c’è un tempo

oltre il quale

ci si rifugia

che c’è un tempo

oltre il quale

tutto tace

in moto lento e impercettibile

là dove la sola pura idea

di un decorso universale

è già predisposizione

al divenire e al regredire

nel cerchio del destino

percorrendo la frattura a piedi scalzi

per l’appunto in circolo:

l’eterno ritorno ci si chiede in coro

o invece il ritorno dell’eterno?

tempo

ebbro e pieno

eppur svuotato e cavo

una ruota che gira e in cui cullarsi

nell’eco suadente del rumore

della barra del timone

che taglia l’acqua

quasi fosse una croce

i cui bracci si stendono

lesti e lineari

verso ognuno dei quattro punti cardinali

come a farci intendere

che non ci si può sedere sugli allori

e che non basta tripartire il tempo

in passato presente e futuro

in verità c’è bisogno di un quarto tempo

quel tempo che respiriamo

sulle onde del fiume del destino

cullati dal felpato dondolio del battello

che scorre lento e mesto

a braccetto con l’eterno

là dove coesistono

in un tempo unico

i fasti del passato

l’elegia del presente

e l’utopia del futuro

e dove ci si chiede

perché non sia possibile ribaltare

quell’implacabile decorso

che vuole

sempre e comunque

che la terza ora della notte

debba confluire nella quarta

e la quarta riversarsi sempre nella quinta?