Giorno: 6 marzo 2010

La torta e il piede grosso – da “Picasso’s frame” di Enzo Campi (post di natàlia castaldi)

Cosimo di Mariano Tori, detto “Il Bronzino” – 1503-1572 – particolare dall’Allegoria di Venere

Stavo rientrando a casa. Era molto tardi. Avevo appena superato Rue Cardinale quando incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta. Non so perché ma cominciai a seguirla sistemandomi appena dietro di lei.

La donna parlava a voce alta come se volesse farsi sentire:

 “Il mercato centrale alle cinque del mattino pullula di giovani scaricatori che esibiscono i loro corpi villosi. Una puttana come me sa che questa è l’ora più adatta per racimolare qualche franco con prestazioni veloci. Tra le casse di pesce fresco appena arrivato dall’Atlantico e i cesti di frutta delle campagne della Charente è tutto un susseguirsi di ansimi, grida e risate. Con quello che guadagno tra le cinque e le sette del mattino potrei anche smettere di battere la sera sotto i lampioni del Boulevard du Palais nell’Île de la Cité, ma Mignon  se ne avrebbe a male. Sarebbe capace di picchiarmi e, ancor peggio, non verrebbe più a letto con me”.

Si infilò le mani in tasca e tirò fuori del denaro. Poi cominciò a contarlo separando le banconote dalle monete e riprese a parlare:

“Dunque, vediamo un po’, stamani ho incassato otto franchi in più di ieri. Voglio proprio vedere se Mimosa e Castagnette hanno incassato più di me. Mignon sarà contento”.

Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla. Cercai di chiederle scusa per la mia goffaggine ma lei mi zittì dicendo:

“Ma tu bel signore, che mi guardi con quegli occhi da gitano, cosa vuoi da me? Un servizio veloce così tanto per iniziare la giornata nel miglior dei modi e senza impegno, o forse mi vuoi portare a casa tua?”.

La donna aspettava una mia risposta, ma io non dissi una   parola. Così continuò:

“Io non vado mai a letto prima di mezzogiorno. Sono le sette e mezza, quindi abbiamo più di quattro ore tutte per noi. In quattro ore posso resuscitare un morto o ammazzare un vivo. Tu sei vivo o morto?”.

Fu a quel punto che mi decisi a parlare: “Hai sorelle?”.

Lei mi guardò stupita e continuò:

“Non vedo che importanza abbia. No, non ho sorelle. Beh, a dire il vero, io sono sorella di me stesso. A buon intenditore poche parole”.

La cosa non mi era molto chiara. Feci per dire qualcosa ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili. Si avvicinò sfiorando con le labbra la guancia e, modulando la voce,  cominciò a sussurrare alcune parole al mio orecchio:

“Permettimi di presentarmi, io sono Louis, ma preferisco farmi chiamare Divine. Qui al mercato però tutti mi conoscono come La torta, questo perché sono golosa e fin dal primo giorno che ho cominciato a bazzicare in questi luoghi tutti mi offrono pezzi di torta. Devo farti una confessione: a me piacciono gli uomini con dei grossi piedi. C’è una donna che si fa chiamare Françoise e che talvolta, spacciandosi per mia cugina, mi ruba i clienti più giovani, nonostante il suo alito puzzi sempre di cipolla. Vuoi mettere la differenza tra un alito che profuma di crema e cioccolato e un alito che puzza di cipolla? Io ancora non capisco come gli uomini possano preferirla a me. Comunque, Françoise prima di andare a letto con un uomo gli misura i piedi. Se il piede è troppo grosso manda via il cliente. Ecco perché ho imparato ad amare gli uomini coi piedi grossi: una volta che Françoise li rifiuta loro vengono da me. Tu che piedi hai? Sono sufficientemente grossi?”.

Chinai il capo come per invitarla a guardare i miei piedi ed esclamai:

“Questo è quello che ho, ma il problema non va posto in questi termini. I miei piedi non contano, a meno che tu non riesca a mangiarli”.

La torta, senza scomporsi più di tanto, replicò:

“Beh, bisogna prima tagliarli a pezzetti e poi passarli in padella con aglio e lardo. Infine si devono condire con latte d’asina e un trito di erbe aromatiche. È così che vuole la tradizione, e io non sono una rivoluzionaria, né tanto meno un rivoluzionario. Ci tengo che le cose vengano fatte nel migliore dei modi”.

Feci appena in tempo a notare che la donna faceva un po’ di confusione nell’apostrofarsi talvolta al maschile e talvolta al femminile, quando la mia attenzione si concentrò su un fischiettio che proveniva dalla mia sinistra.

La torta sorrise e mi disse:

“Lo senti anche tu? È Lucien, un macellaio che lavora qui dietro l’angolo. Gli ho appena fatto uno dei miei lavoretti di bocca. Se vuoi possiamo chiedergli di tagliarti i piedi. Poi appena più avanti c’è la locanda di Marion che è ancora aperta. Vedrai che non avrà difficoltà a prestarci la cucina. Anche lei è una mia cliente. Sai, il fatto di essere sorella di me stesso mi permette di poter soddisfare sia gli uomini che le donne”.

Cominciai a capire che La torta non era una donna ma uno di quelli che qui, nell’argot metropolitano, chiamano mâle, ovvero un travestito. Ed anche lei comprese che avevo messo a fuoco la situazione perché, con uno sguardo di sfida, prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola. Mi sentivo un po’ a disagio e per mettere fine a quella situazione apostrofai:

“Io non andrei da Marion né dal macellaio. I miei piedi devono essere mangiati crudi. Se tu non sei in grado di farlo non sei la donna o l’uomo che fa al caso mio”.

La torta rimase interdetta per un attimo e poi replicò:

“Guarda che sono disposta a pagarti. Magari ne tagliamo uno solo. Che ne dici del piede sinistro?”.

Feci un cenno di dissenso col capo e lei visibilmente indispettita cominciò a strapparsi i vestiti da dosso. Poi urlò a gran voce il nome di Lucien che sopraggiunse in pochi secondi con in mano un grosso coltello ancora sporco del sangue del vitello che stava disossando. Lucien chiese cosa stesse accadendo e La torta rispose che io avevo tentato di violentarla. Poi chiese al macellaio di darmi una lezione e di tagliarmi il piede sinistro. Vidi il coltello levarsi nell’aria e mi svegliai di soprassalto sbarrando gli occhi.

Mi trovavo in terra in un vicolo adiacente a Rue de la Boétie con la camicia macchiata di verde e letteralmente intontito. Pensai che prima o poi avrei dovuto smetterla con l’assenzio.

Mi alzai e mi incamminai verso casa che distanziava poco più di un centinaio di metri. Una volta arrivato vidi che sull’uscio c’era già il giornale del mattino. In prima pagina svettava, a caratteri cubitali, la notizia della morte di Harry Crosby [1].

Harry era stato trovato morto a letto insieme a Josephine Bigelow in una camera dell’Hotel des Artistes. Entrambi avevano i piedi nudi mentre il resto del corpo era completamente vestito. Harry aveva sparato un colpo di pistola alla tempia di Josephine e solo dopo diverse ore si decise a farla finita sparandosi un colpo in testa. Sul letto furono trovati tutti i libri di Baudelaire, dei fiori neri,  un paio di bottiglie d’assenzio vuote e una torta intatta sulla quale spiccavano i resti di una grossa candela consumata. In terra un manoscritto con un’illustrazione di Alastair e la trascrizione della poesia La mort des amants [2]. La cosa che aveva più colpito il giornalista che firmava l’articolo consisteva nel fatto che la stanza fosse pregna di un profumo mai sentito prima, quasi soprannaturale.

Ezra Pound spese parole di elogio difendendo quella morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina.

Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.

Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità. Crosby attraverso il suo suicidio mi aveva mandato un messaggio figurato: i piedi nudi.

Voi credete ai segni del destino?

Anche se era stato solo un sogno fui contento che il macellaio non fosse riuscito a tagliarmi i piedi.

Vidi che il forno di André era già aperto. Comprai una torta e mi tolsi le scarpe. Poi aprii completamente il giornale, vi poggiai con cura la torta e le scarpe facendo in modo che chiunque passasse potesse vedere quella sorta di improvvisata natura morta.

Aprii il portone e mi incamminai, a piedi nudi, su per le scale.

Enzo Campi


[1] L’americano Harry Crosby e sua moglie Polly Peabody (conosciuta come Caresse) intorno agli anni venti vissero per qualche anno a Parigi. Erano entrambi dediti all’assenzio e Harry, che aveva velleità da poeta, era totalmente succube della poetica baudelaireana tanto da assumere uno stile di vita decadente.

[2] “Avremo letti pieni di profumi leggeri / e divani profondi come tombe / e, sopra dei ripiani, strani fiori, / nati per noi sotto più ameni cieli. // Coi loro ultimi ardori, a gara, bruceranno / il tuo e il mio cuore come grandi torce / la cui duplice luce imiteranno, / specchi gemelli, i nostri due intelletti. // In una sera rosa e azzurro mistico / ci scambieremo un unico bagliore, / lungo come il singulto degli addii; // e un Angelo, più tardi, dalle dischiuse porte / ravviverà con fedeltà radiosa / le specchiere ossidate, il fuoco morto” (Charles Baudelaire, La mort des amants, in id. Opere, trad. Giovanni Raboni, Einaudi, Torino, 1996 e 2006, p.257).

***

Il racconto “La torta e il piede grosso”, espunto da un libro in lavorazione che avrà titolo “Picasso’s frame”, narra episodi ed aneddoti della vita di Pablo Picasso, immaginati e giocati da Enzo Campi su una scacchiera di mosse e pedine che, tra surrealismo ed ironia, si vanno ad intessere su un grande ed approfondito lavoro di ricerca e ricostruzione di fatti, incontri ed episodi reali, che l’autore reinventa sulle tracce di uno dei più grandi artisti del secolo – oramai – passato.

Tra mistero ed ironia, l’apertura del racconto nell’atto di superare Rue Cardinale introduce il lettore in una dimensione surreale tra vicoli francesi che odorano di pâtisserie, boulangerie, boucherie, una sorta di “barrio” da “Irma la dolce“, laddove tutto, nonostante la sua realistica crudezza, appare gustoso come un soffritto con trito di speziato che annulla il lato cruento della “fame”, stuzzicando ed invitando edonisticamente al gusto, in modo sì naturale ma non privo di un certo morboso feticismo che, attraverso la trama di sguardi e dialoghi, si scopre e si compiace della sua freudiana e “svelata” ambiguità che s’incentra, appunto, “fallicamente” sull’attenzione per il piede, … grosso.

Che sia sogno, immaginazione o realtà, l’“incontro” è sempre una commistione di percezioni, e questa pagina fa di esso una giostra di sensi:

  • impatto visivo – voltato l’angolo “incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta”
  • e poi uditivo – “parlava a voce alta come se volesse farsi sentire” – “come se volesse farsi sentire”, voleva farsi sentire? Sentire … non ascoltare ma sentire, entrare nel senso attraverso le porte dei sensi tutti, penetrare.
  • e ancora, un altro senso il tatto attraverso il con-tatto fisico – “Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla”- In-vestirla, non uno “scontro” ma un “in-contro” di corpi in movimento, l’uno avvolge l’altro, quasi a con-tener-lo. E più avanti ancora corpo, ancora con-tatto: “ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili”, la scelta del verbo “tappare” presuppone un’azione mascolina, carnale, violenta, non femminile insomma, ancor prima della scoperta tattile e visiva di mani grandi, forti, “mascoline”, appunto.
  • e poi nuovamente tatto e vista insieme, l’uno a sfidare l’altra, percezione contro percezione: “prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola.” 
  • e per finire, gusto ed olfatto in un susseguirsi di profumi e sapori: crema e cioccolato, soffritti, spezie e maleodoranti cipolle, si mescolano ravvivando papille, stuzzicando impensati appetiti.

La scena onirica si dissolve nel – provvidenziale – risveglio di soprassalto del protagonista al presentarsi della prima vera immagine cruenta data dall’accorrere – coltello alla mano – del fido macellaio Lucien, giunto in soccorso alle “isteriche” grida dell’appetibile “Torta”; e qui l’abilità di Campi nel condurre il racconto, con l’espediente letterario del “risveglio”, da uno stato di surrealtà onirica ad un livello di sopra-realtà letteraria:

l’assenzio e la notizia dell’omicidio-suicidio d’amore di Harry Crosby e Josephine Bigelow sono anch’essi trama ed intreccio per introdurre altre gestualità fissate e composte in un disegno artistico di “nature morte” quale estrema rappresentazione/composizione Baudelaireana d’arte. È dunque qui che il viaggio surreale tra i sapori della Torta acquista il senso della premonizione, dell’anticipazione dei simboli dell’estremizzazione artistica del suicidio degli amanti: l’assenzio, una torta, i piedi, nudi.

Dunque l’esigenza di far proprio il “senso” del viaggio attraverso una propria “composizione” da esporre simbolicamente esorcizzandone l’estremizzazione del suo compimento: un giornale, un paio di scarpe ed una torta fresca formano una “natura morta” da lasciarsi dietro le spalle, percependo il marmo delle scale di casa sotto i piedi.

E parafrasando il senso del mio viaggio attraverso questa lettura, potrei concludere che “forse Enzo ha ragione, … ognuno di noi filtra la realtà e gli avvenimenti attraverso quella cosa che chiamiamo “sensibilità” e che può manifestarsi, così come avviene in pittura, attraverso qualsiasi parte del corpo: “Crosby attraverso il suo suicidio mi aveva mandato un messaggio figurato: i piedi nudi”.

natàliacastaldi 

 

Poesie tratte da “Città biografiche” – Luciano Mazziotta

 

 

 

 

Pensa se fosse così la città

  

Pensa se fosse così la città,
se ci fossero le auto ferme
ai semafori, e se allo stop
bloccassero i cerchi in lega
e facessero un cenno con
gli abbaglianti. Se gli abitanti
abitassero, se sui muri ci
fossero luci e pubblicità;
se ci fossero spazi pubblici,
e se li battessero prostitute
clandestine, nere, tailandesi;
se nascessero ristoranti cinesi
come funghi, e se i funghi
ce li mangiassimo, in qualche luogo
ci innamorassimo e parlassimo
almeno una volta al giorno.
Se fosse un punto di ritorno,
se non si aggirassero né angeli
né dei, se ci si buttasse dai ponti,
se si morisse costantemente;
se si nascesse in ospedale:
se ci si sentisse bene,
se ci si sentisse male.

Pensa se ci fossero chiese,
e case popolari, e quartieri;
se ci fossero regolarmente
differenze di classe, e un asse
che la dividesse in due,
e un altro che la dividesse in quattro;
se ci fosse più di un matto,
e se si svolgessero giornate
alla memoria, alla gloria,
in morte di, in vita di;
se passassimo i venerdì
ad ubriacarci, non controllarci,
e ci sedessimo sulle rovine,
sulle vetrine; se sulle cartoline
ci fosse scritto: “Saluti da,
Sarebbe questa una comune
Città? Saremmo noi comuni?
Se la città fosse com’è,
sarebbe “essere”, uno o tre?
Se tutto fosse così com’è,
sarebbe per gli altri o di per sé?
Se possedesse ciò che è,
                        la città,
potrebbe fare a meno di te?

Medio in oriente

 

*

Le mura, molli, di casa si reggono
in piedi da sole; puoi chiudere invano la porta,
eppure la televisione del coinquilino
continua a filtrarle, e si sente
quello che dice e che fa; trasporta
le sue liti e la serenità postuma
nella stanza adiacente; le mura di casa
cuscino e piscina, in cui tuffarsi vestiti,
si lasciano sfiorare dalla testa e dal pugno
per dire “Silenzio”, e quando lo hai detto,
sai che nessuno ti ascolta: ascolta
lo sparo delle vecchie mura di casa
la cui minaccia imminente è la porta.

Come sono umane le mura di casa…le mura
Che lasci e ricordi tra sfida e paura.

*

I muri amanti di muraglie
Si ergono tra soldati e mitraglie:
non crollano, non crollano mai,
si spostano, semidei, lontani da noi
(severi, austeri, monasteri di eremiti)
da Berlino a Beirut a Shangai-
i muri non crollano, non crollano mai.
Sono stati cinesi, sono stati tedeschi;
hanno complottato con le nazioni;
così palesi figli di servizi segreti
cercano le nozze attraverso il divorzio.

I muri, semidei si muovono e delimitano
La storia, producono periodizzazioni,
si improvvisano trincee: troppo maschi
e troppo forti vecchi reazionari
si sconvolgono per le alterità,
veline militari approdano a Gaza.
I muri soluzioni di bellicosi
Mortificano la terra madre
Col loro seme infertile
E solo gli aerei collegano
Gerusalemme a Gerusalemme.

Il muro da un lato Palestinese,
dall’altro lato è Israeliano
come due vicini che si guardano coi cannocchiali
ad innescare liti condominiali.
La schiena, la schiena sfregiata
È l’unica parete da riverniciare
Coi cerotti, per l’emorragia fendente,
scissione immanente, medio
                                                          in oriente.
Non singhiozzare, non singhiozzare
Come me dal telefono di una cabina:
piangi reagendo, donna mia, Palestina.

Orma

  

Essenza di assenza percorre i finestrini:
sei il lato passeggeri, la cintura stretta
sul sedile. Attraversiamo il letto del fiume
che ha raccolto colpi di sonno e di frusta,
incurante dei ponti che lo incrociano.
Chi era da lasciare è stato già lasciato,
– beh grazie del passaggio; poi dividiamo!
– Non preoccuparti – non voglio compartire
la mia visione, già divisa tra ciò che è
e ciò che appare qui, la sua forma di estraneo
divisore e dividendo; la sua bocca che confonde,
beata orma sul vapore antico dei finestrini.

Com’era strano pensarsi ancora vicini!

Pier Paolo 88

Cosa importano le grida

di tua madre se

dal corpo sgrava l’utero

della civiltà?

Sotto l’ampia fronte il tuo pensiero,

arricciato tra i solchi delle raggrinzite

rughe, grondava le parole

del suo privilegio

sui tetti gialli che otturavano le case,

fino a che non ti si smise

il fiato dalla bocca.

Dalle tue ceneri rinasce

ogni giorno da allora

zoppa la fenice

o senza un ala che muova

un poco d’aria intorno.

Non brilla la virtù opaca

dei discorsi ripetuti

alle televisioni violentate

da qualsiasi microfono.

Son di moda oggi i froci

comunisti: li puoi incontrare

ovunque nei palazzi

alti, tranne di domenica

Ché cantano nei cori.

I fetusi già

non tingono più le sabbie

né giocano con le palizzate delle spiagge:

rimboccate le maniche

per non sporcare il vestito buono

agitano gli avambracci pelosi

con la faccia all’ombra di un pino

sotto il quale scrivono le leggi

della religione del mio tempo: corpi

semimorti che accolgono

il riposo di assopite coscienze, stanche

dopo la visita al mercato centrale

tra i saldi sui saponi

e quelli sui fucili.

Nonostante gli sconti sui cuscini

su di essi ancora resta la mattina

l’orma del sogno di una cosa

che non riusciamo a ricordare.

*

*

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna il 5 Marzo 1922. Morì assassinato il 2 Novembre 1975 e questo ancora ci duole.