Il testo per canzone – di Giovanni Peli (post di natàlia castaldi)

Fabrizio De André – Il pescatore

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Precisiamo innanzitutto che questa conversazione non verte a porre nuove tesi riguardo all’annosa e, a mio avviso, inutile questione del rapporto tra testo per canzone e poesia, o per lo meno, tale questione non viene toccata se non per quanto riguarda aspetti tecnici. Non vogliamo cioè dichiarare se i testi delle canzoni, in particolare quelli dei rappresentanti della cosiddetta canzone d’autore, siano poesie e se abbiano una presunta “validità poetica”. Diciamo invece che canzone e poesia, pur avendo la prima nella parte letteraria delle affinità tecniche con la seconda, sono due mezzi artistici distinti e diversi, la cui fruizione è diversa. E’ accaduto spesso che i poeti abbiano riso dei cantautori e considerando il testo per canzone una brutta poesia, mentre i cantautori si siano arrabattati in strane elucubrazioni per rivendicare anche al loro lavoro un po’ di autentica “poeticità”. E del resto questa “poeticità” sembra voglia stare un po’ dappertutto, dato che il termine “poetico” viene usato fin troppo anche in campi dove la poesia non c’entra nulla: si dice che un film è poetico, per esempio. Quando qualcosa ci smuove qualche emozione è “poetica”. Meglio sforzarsi di utilizzare meglio le parole, dato che ce ne sono così tante.
Tratteremo quindi soltanto delle tecniche che il paroliere, non necessariamente un poeta, utilizza per scrivere il testo di una canzone, con esempi di testi di parolieri e cantautori.

Poi mostreremo alcune delle basilari diversità tra canzone e poesia, ovvie solo in apparenza.

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Consideriamo la prima strofa de Il pescatore di De André, celeberrima canzone di un artista ormai considerato grandissimo, ma purtroppo considerato, a torto, ora poeta, ora compositore, ora musicista, svalutandolo invece di magnificarlo come si vorrebbe. Abbiamo una parola come “cantautore” che secondo ma va benissimo, oppure chiamiamolo “autore di canzoni”.

All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
Aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Scrivere in versi, soprattutto in una canzone come questa, significa utilizzare delle figure di ripetizione. Questa è una strofa di novenari con schema di rime AABB. Tale schema si ripete per tutte le otto strofe della canzone, in alcuni casi come in sole-pescatore, alla rima viene sostituita un’assonanza.
Oltre alle rime notiamo che all’interno di questa strofa ci sono dunque moltissimi richiami fonetici (caratteristica presente in ogni strofa, a dimostrazione dell’estrema cura con cui il testo è stato scritto). Anche nella stesura di un testo, il paroliere, in questo caso anche interprete e autore della musica, deve giocare con i suoni, dato che le parole sono fatte di suoni, tanto più che verranno cantate (la melodia, in questo caso, è particolarmente piana e naturalmente adagiata sulla metrica del testo).

Quindi notiamo il suono O, spesso ripetuto, prima seguito o preceduto da M, poi da L: Allombra dell’ultimo sole, notiamo anche UL, variante chiusa di OL; e la ripetizione nel primo emistichio della doppia L.

Nel secondo verso diventa importante anche il suono E ma O assume la forma preceduta da T: S’era assopito un pescatore. Nel terzo verso Aveva un solco lungo il viso, compare O preceduto da S che anticipa sorriso nel verso successivo: Come una specie di sorriso. Notiamo inoltre, che il suono E sparisce del tutto nel terzo verso per ricomparire nel quarto.

Ma l’autore ha inserito anche altri richiami per incatenare foneticamente un verso all’altro: a metà del secondo verso notiamo il suono I (assopito) che corrisponde ad un accento forte: chiaro preannuncio dell’importanza di tale suono nelle rime del terzo e del quarto verso (viso-sorriso). Ancora: l’ultima parola del primo verso è sole, parola molto simile al gruppo s’era, posto all’inizio del verso successivo, ma anche a solco, posto a metà del terzo verso.

Solco introduce il suono C, che interrompe la dolcezza della sequenza sole-s’era, con un suono duro. Suono duro che ritroviamo nell’inizio del quarto verso con come.

Passiamo ora ad un altro esempio completamente diverso, a dimostrare dell’estrema varietà riscontrabile nei testi per canzone.
Si tratta del ritornello di un altro evergreen: La luce dell’est di Lucio Battisti. Il testo è del più gettonato paroliere italiano: Mogol. Riporto il ritornello, quella parte del testo che viene più volte ripetuta durante la canzone, quasi sempre senza che ci siano variazioni testuali. Riporto il testo sottolineando subito i richiami fonetici.

A te che sei il mio presente a te la mia mente
E come uccelli leggeri
Fuggon tutti i miei pensieri
Per lasciar solo posto al tuo viso
Che come un sole rosso acceso arde per me.


Salta subito all’occhio che questo ritornello (non dimentichiamo che è scritto intenzionalmente per essere ripetuto) insiste su un tipo di musicalità tradizionale. Ma ovviamente una tale affermazione va spiegata. Mi riferisco ad una tradizione di testo per musica che ha la sua radice non nella tradizione popolare ma nell’aria d’opera, nella cosiddetta lingua musicale per eccellenza, l’italiano del Settecento, l’italiano cantato in tutta Europa dai virtuosi del belcanto, l’italiano dell’Arcadia.

Solo così si spiegano per esempio i troncamenti come fuggon o lasciar, che grazie forse solo alla straordinaria comunicatività ed efficacia dello stile di Battisti, non sembrano ridicoli. C’è da dire che anche Mogol ha i suoi pregi, e dentro questo stile “musicale” ci sta benissimo, soprattutto quando in un ritornello come questo sintetizza perfettamente ciò che la canzone vuole dire: l’amore della routine sa essere forte tanto da annullare il passato, anche se invadente per la sua dolcezza …  

Notiamo inoltre l’insistenza su vocali aperte come A, E o il dittongo EI, per secoli considerate, a torto, più musicali di altre. A torto perché non si tratta di stabilire cosa sia più o meno musicale: tutto suona, bisogna solo capire come. Oltre alle figure fonetiche rintracciamo anche qui una certa regolarità metrica e ritmica. La prima parte del primo verso è un ottonario (A te che sei il mio presente), come il secondo e il terzo verso. Il quarto verso è musicalmente relazionato al secondo: benché la metrica sia irregolare Battistirestringeper lasciar solo (due crome e una terzina: per la sciar-so-loun, e posto in battere) e, come si dice malamente, “ce lo fa stare” nelle melodia.

Questi episodi capitano di frequente in Battisti, capace di una scioltezza ritmica straordinaria, sono trucchi che peraltro contribuiscono a rendere queste semplici melodie mai banali, e facilmente memorizzabili: l’ascoltatore memorizza subito una variazione come questa se è messa al punto giusto. Infatti per lasciar solo non è altro che un “aggancio” fra due battute.
Soffermiamoci anche sull’ultimo verso: Che come un sole rosso acceso.
La ripetizione di tre parole composte da due sillabe e con l’accento sulla O còme un sòle ròsso, (a cui si accompagna acceso, dove nella melodia anche l’ultima sillaba è accentata), suggerisce anche alla una lettura una sorta di rallentamento, di sottolineatura di ogni parola: ciò è perfettamente interpretato, infatti, da Battisti nell’arrangiamento, in cui a quelle parole corrispondono degli staccati. Tutto concorre a sottolineare il significato, in quell’ultimo verso si risolve l’intera intenzione del pezzo: dire il valore della donna amata, del punto di riferimento per l’uomo disperso nei propri ricordi. Suono e significato sono sempre insieme. Mogol ha lavorato in modo diverso da De André? Per molti aspetti sì, ma una cosa li accomuna, entrambi hanno scritto un testo duttile, capace di essere interpretato, mediato. Il testo per canzone deve poter suggerire al musicista la musica; in qualche modo il paroliere, mente scrive, immagina i suoi versi sulla bocca di un cantante.

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Possiamo capire ciò che distingue nettamente il lavoro del paroliere/cantautore da quello del poeta, considerando la diversa fruizione che di questi testi si fa.
Innanzitutto il testo di una canzone non può prescindere dalla mediazione della musica e dall’interpretazione di un cantante. Il fruitore viene a contatto con le parole della canzone attraverso la voce che canta una melodia a cui il testo si adatta, oppure una melodia che si è adattata al testo. Ciò ancora non ci basta per capire. Qualsiasi tecnica della scrittura, sia versificatoria che narrativa, può essere impiegata per scrivere il testo di una canzone. Non esistono modi migliori per scrivere il testo di una canzone: non è detto che si debba scrivere prima il testo poi la musica o viceversa, non è detto che sia preferibile una certa musicalità fonetica rispetto a un’altra, tutto si può fare purché il significato artistico dell’opera risulti efficace e coerente e, si spera, apprezzato dai fruitori.

Ma una cosa che tutti i parolieri/cantautori devono sapere, e che tutti praticano, più o meno consapevolmente è che il testo per canzone avrà una durata. Il testo per canzone a differenza di quello della poesia, avrà una esecuzione, dall’inizio alla fine, di una durata ben precisa, di solito dai 3 ai 6 minuti. Invece una poesia non ha una durata ugualmente valida per ogni lettore: si può leggere a bassa voce, mentalmente, urlando, si può, suggeriti dalla metrica e dall’impostazione grafica dei versi, dalle inarcature e dalla punteggiatura, leggere la poesia come vogliamo. Possiamo leggere un verso velocemente ed il successivo lentissimamente.

Il testo di una canzone è già letto, già interpretato. Infatti il lavoro del cantautore è per sua natura multimediale. Di solito, nella produzione di un disco sono molte le personalità che collaborano, e forse il ruolo di un cantautore è più vicino di quanto non sembri a quello di un regista cinematografico, dovendo egli più di ogni altra cosa spesso occuparsi con estrema attenzione alla scelta dei collaboratori: i musicisti, il produttore, l’equipe di tecnici del suono e informatici, ed eventualmente gli autori dei testi o degli arrangiamenti, o della parte musicale. Il cantautore è innanzitutto colui che dà lo “stile” del disco, con il suo nome ed il suo corpo, la sua personalità, il suo carisma.

La musica leggera è un gioco sui generi musicali più che un lavoro di composizione vero e proprio, anche quando come nel caso dei cantautori forse più interessanti il gioco consiste nel non rispettare le regole dei generi presi in considerazione (ed anche quando i cantautori pretendono di essere compositori!).
Il testo, la musica e l’interpretazione vocale sono le basi su cui si basa la canzone, a cui si aggiungeranno la produzione del disco e l’arrangiamento, che possono anche cambiare completamente faccia al pezzo: si tratta di un ulteriore filtro, un’altra interpretazione. Ne risulta quindi che non solo il testo ha una natura polimorfica, ma anche la canzone completa è un “testomutevole, e così deve essere, pena la staticità e una scarsa efficacia.

Sulla carta stampata tali problemi non sussistono. Nella poesia ogni parola, il metro e le figure retoriche e la “musica silenziosa” del verso sono tutto ciò di cui dispone il poeta per creare. Sulla pagina la poesia ben scritta non ha bisogno di nient’altro. Se poi un compositore vuole musicarla, allora la cosa comincia a complicarsi … avremmo comunque due opere d’arte distinte. Molto spesso il risultato non è una canzone, ma un brano di musica colta, e spesso comunque il compositore decide di piegare il testo ai suoi fini (ripetendo alcune parole o togliendone altre, creando ritornelli ecc. ecc.).

Giovanni Peli http://www.giovannipeli.it

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Nota biografica:
 

Giovanni Peli è nato a Brescia nel 1978.

Nel 1995 pubblica la raccolta di poesie Incolore semplicemente-Poesie blu (Montedit, Melegnano), per lo stesso editore pubblica nel 1998 Cröda le foje- liriche civili. 

Suoi testi poetici appaiono su riviste a diffusione nazionale come Virgole, Club degli Autori, Poesia, Specchio, e antologie (

Poesie in cornice 1995, Fonopoli 1998, Maria Calabria 1999, Meccano 2004, Scrittori in viaggio 2007).
 

 

 

Come autore di musiche di scena collabora con la compagnia di teatro gruppo NTO, per i seguenti spettacoli: L’amico della ragazza (1996), Americani (1997), Nel giorno del suo compleanno (2000), V.M. 18 (2003), Harvey (2005), per la regia di Agostino Peli e Forse siamo in crisi (2006) per la regia di Davide Colossi.

Dal 1998 collabora con il compositore Antonio Giacometti come librettista e paroliere.

Dal 1998 al 2003 è chitarrista in formazioni pop-rock e collabora come scrittore, musicista, organizzatore e direttore artistico con varie associazioni culturali e realtà artistiche.

Tra il 1998 e il 2000 organizza quattro edizioni della rassegna di musica contemporanea giovanile Concerto Giovane – nuovi spazi per la nuova musica – col patrocinio del Comune e della Provincia di Brescia.

Nel 1999 viene scelto per partecipare al Brescia MusicArt- Festival di contaminazione tra la musica e le arti, diretto da Omar Pedrini, scrivendo e mettendo in scena con la compagnia teatale gruppo NTO il monologo Pacifismo, per la regia di Sara Brunori.

Dal 2001 collabora con il compositore Mauro Montalbetti come librettista e paroliere.

Cantautore, a partire dal 2001 scrive, incide e produce autonomamente i seguenti demotape: Radiolina (2001), Meglio gatto (2001), Dice la notte (2002), Inattendibile (2002) Il contrario di tutto (2002), Icaro (2003), Nessun motivo (2003), Le tue gambe lisce tra le pagine (2003), Stanotte sono sveglio (live, 2003), Cuore di pietra (2004), Il falso eroe avanza pretese infondate (2005), Bianco e nero (2006). A questa attività si accompagnano numerose esibizioni live con diversi set (elettrici, acustici, solistici), e recensioni su riviste online specializzate.

Nel 2001 viene allestita per la prima volta la scena teatrale Fra voi due, con testo di Giovanni Peli, musica di Mauro Montalbetti e regia di Agostino Peli, presso la Sala S. Zenone di Brescia.

Dal 2004 collabora come paroliere col musicista Paolo Cattaneo.

Nel 2004 la fiaba musicale Volevo un foglio…, di cui è librettista (musica di A. Giacometti e M. Montalbetti) vince il Primo Premio al Concorso Internazionale Un’opera per un nuovo pubblico indetto dalla Scuola di Musica di Fiesole per il trentennale della fondazione. La prima esecuzione di Volevo un foglio… si è tenuta nell’ottobre 2004 al Teatro Goldoni di Firenze, all’interno della Stagione del MaggioMusicaleFiorentino, per la regia di Francesco Micheli.

Nel 2004 risulta tra i vincitori del concorso letterario 20*4*2004 L’amore per la scrittura dà sempre buoni frutti, iniziativa editoriale ARPANet per la scoperta di giovani autori di talento. La sua opera in versi Informazioni fiammanti, scelta dal noto scrittore Aldo Nove, è inclusa nell’antologia Meccano.

Nel 2004 viene eseguito per la prima volta Ionium, brano da camera di Antonio Giacometti per soprano, arpa, viola e flauto, con testo di Giovanni Peli, presso il ridotto del Teatro Comunale di Modena.

Nel 2004 organizza con il cantautore Paolo Cattaneo Voci Controvento: appuntamento dedicato alla Nuova Canzone d’Autore, patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Brescia. Nel 2007 Voci Controvento diventa Associazione Culturale e assume proporzioni nazionali, allargando il suo campo di indagine nella promozione della nuova canzone d’autore italiana.

Come cantautore, nel 2005 risulta tra i semifinalisti della XVI edizione del Premio Nazionale di Recanati Musicultura – Nuove tendenze della canzone Popolare e d’Autore. 

Nel 2005 il suo dramma musicale In ricordo di Pier Paolo Pasolini (musica di A. Giacometti, M. Montalbetti e del Trio Giuliani) esordisce nella stagione di prosa del Teatro Curci di Barletta.

Nel 2005 va in scena per la prima volta presso il Teatro Pavoni di Brescia Letizia, concerto con lettura (musica di Antonio Giacometti, testo di Giovanni Peli) per giovanissimi interpreti dedicato alla figura di H. C. Andersen nel bicentenario della nascita.

Nel 2005 l’editore francese Delatour pubblica Cinque visioni, brani per coro di Antonio Giacometti, con testi di Giovanni Peli.

Nel 2006 l’opera da camera Lies and sorrow di Mauro Montalbetti, con libretto di Giovanni Peli, vince il Primo Premio al Concorso Internazionale 4th Johann-Joseph-Fux-Competition For Opera Composition 2006 organizzato dal Music Theather Institut di Graz.

Nel 2006 viene eseguito per la prima volta Sei Visioni per soprano, flauto e violoncello, di Antonio Giacometti, su testi di Giovanni Peli, presso il Teatro Comunale di Vobarno (BS).

Nel 2007 si è tenuta presso la Casa Museo di Cerveno (BS) la prima rappresentazione, a cura del gruppo NTO, di Brèsa desquarciàda, testo dialettale di Giovanni Peli, per la regia di Agostino Peli. Il testo è stato scritto per la rassegna Natale nelle Pievi, coordinata dal regista Pietro Arrigoni e patrocinata dalla Provincia di Brescia. Brèsa desquarciàda è stato pubblicato da La compagnia della stampa-Massetti Rodella Editore nell’antologia di testi della rassegna.

Nel 2007 viene pubblicato per l’etichetta OmarGru di Omar Pedrini L’equilibrio non basta di Paolo Cattaneo, con testi di Giovanni Peli.

Nel 2007 viene eseguito per la prima volta a Botticino (BS), Quattro visioni per basso e pianoforte, di Antonio Giacometti, su testi di Giovanni Peli.

Nel 2007 è stata allestita per la prima volta presso il Punto Einaudi di Brescia la mostra Lentofiore, raccolta di versi di Giovanni Peli basata sulle fotografie di Elisabetta Scalvini.

Nell’ottobre 2007 a Graz viene curato dal regista e scenografo Alexander Irmer il primo allestimento di Lies and Sorrow (M. Montalbetti e G. Peli) nella stagione operistica Sterische Erbst.

Nel 2007 viene selezionato dal cantautore Ruben e dal traduttore Fabio Poltronieri per partecipare alla seconda compilation tributo a Leonard Cohen.

Nel maggio 2008 Edizioni di Latta, editore milano-newyorkese, pubblica nella collana di poesia Menti assetate il poemetto di Giovanni Peli dal titolo Il Principe, il Bibliotecario e la dittatura della fantasia, presentandolo alla XXI edizione della Fiera Internazionale del Libro di Torino.

Nel gennaio 2009 la sua canzone Hai fatto bene viene inserita nella compilation Produzione Complessi Bresciani, a cura di Paolo Bruno.

Nell’aprile 2009 esce per Eclectic Circus l’album di Paolo Cattaneo Adorami e perdonami, Giovanni Peli vi collabora come co-autore.

Nel maggio 2009 l’etichetta indipendente Terre sommerse pubblica In memoria di Pier Paolo Pasolini.

Giovanni Peli

15 comments

  1. Molto bello questo pezzo, anche perché è inutile la polemica tra poeti e cantautori. Essi fanno cose diverse, ma non per questo è giusto disprezzare gli uni o gli altri. Anche nei cantautori, poi, la parola, in quanto oggetto che veicola la comunicazione, è in primo piano, tanto è vero che spesso la musica “accompagna”, ma non è il centro del componimento (che comunque non è una poesia, ma una canzone).
    Forse nei poeti che viogliono distinguersi dai cantautori (mi viene in mente Sanguineti) c’è la diffidenza versa le canzoni, perché si pensa che l’utilizzo della musica possa distrarre l’ascoltatore delle parole, eccitare la parte edonistica e sensibile della sua anima, impedendogli di capire le parole… ma non è così..

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    1. c’è da dire una banalità… eppure sacrosanta: la poesia nasce “lirica”, ossia “orale e accompagnata musicalmente”, ed è anche vera un’altra banalità: la poesia prende corpo nella sua pronuncia, nella sua “esposizione” vocale… la voce è suono, cadenza, quindi anch’essa in un certo senso “musica”.

      Ora, vero è che canzone e poesia sono e resteranno due generi diversi di “comunicazione” incentrata sulla parola, poiché una si serve della musica come contorno che le conferisca ritmo e melodia, incartandola in una “sfoglia” che mira a dar “sapore” e “piacere”, mentre l’altra si basa su un testo che “aspira” (ma non senpre ci riesce) ad avere valore e caratura letteraria…. – tuttavia, mi vien da pensare a quanti reading accompagnati da jazzisti, trombettisti, vini, e salotti si serva la poesia (ma entriamo in altro seminato) – dicevo, tuttavia ci sono testi per canzoni che, anche semplicemente letti spogli della “sfoglia”, raggiungono obiettivi e livelli letterari superiori a tanta conclamata poesia.

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  2. bell’intervento. l’incipit sulla rivendicazione della poeticità mi ha ricordato un po’ i comici del ‘5-‘600 (e anche dopo) che rivendicavano per le loro opere dignità letteraria etc etc. (anche loro poi parlavano della diversa fruizione, carta stampata, blablabla).
    il testo per canzone può essere un testo poetico, come un testo poetico può essere molto musicale, un testo per canzone. ma davvero è il modo in cui fruiamo di questi oggetti che dona loro valore. con modo non intendendo solo lettura o ascolto, ma la nostra predisposizione all’oggetto. predisposizione sentimentale ed intellettuale. credo. poi, boh…

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  3. Non il mio non il nostro
    né il mio né il nostro nome
    passa dal sangue alle parole
    scuce dalla lacrime una storia.
    Non il mio nome
    canta con il tuo nome
    di uguali che dal sangue
    nascono e crescono
    altri fatti di lacrime
    sofferenza e disperazione
    come se un polo per ciascuno
    avesse liquefatto un unico destino
    No, non il mio
    no, non il nostro
    nome del destino
    unico in potere di crearci e sottometterci
    ad un infinito che non ha nome.
    E non ha un nome la mia dignità
    e la tua come quella di ogni altro
    essere umano e non umano.
    No, non il mio nome né il tuo
    né quello di chissà chi altro
    passa dal sangue alle parole
    e scuce dalle lacrime una storia
    la mia la tua quella di tutti
    quelli cresciuti sotto il segno
    di un’ombra.

    > e ho provato a rivoltare la fodera ad uno scritto che sta da queste parti, pensando di riportarlo dentro le righe di una musica. La musica non sono riuscita a trovarla che tra quelle gìa scritte…ma funziona da prototipo, non è una cosa confezionata in sala di registrazione…solo in uno studio tra me e un altro, anzi alcuni altri e tutti senza no-me.

    ferni

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  4. Stiamo preparando, con il gruppo editoriale, una proposta, ancora non dico niente di preciso, che riguarda poi quello che ho tentato di fare qui.
    Partire da un testo poetico, rielaborarlo e metterlo in musica. Purtroppo ho fatto tutto in velocità e per questo mi sono servita di musiche già edite per spiegare l’intento. Queste, vecchissime musiche, hanno un’atmosfera particolare, un ritmo forte, e la parola, in lingua tedesca, che ha impeto e sonorità insieme.
    Mi piacerebbe vedere e mostrare come la traduzione, da una lingua all’altra cambi la sonorità dei testi, influendo moltissimo sulla resa “cromatica”. Se poi si utilizza anche il tempo della partitura si possono raggiungere degli esiti ancora più diversi.f

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    1. Grazie Ferni, adesso mi è tutto molto più chiaro… un bel progetto che andrà ad abbattere qualche paletto imposto, credo.
      tienimi aggiornata… voglio assistere a questa “nascita”. (e buon lavoro!!)

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          1. parti da una musica che ti circoli in corpo, che ti prenda alla sprovvista e non riesci più a salvartene. Quella musica è il tuo segugio, che viene a piantarti il muso dentro le cose nascoste, annusa le colonie dei tuoi sogni, le periferie delle tue travers(i)e e sguscia all’improvviso sul tuo “letto”…Datti da fare, la musica la scegli tu o lei sceglie te.Poi considera un testo…una sera di marzo, mentre le ombre si fanno vicine e…il resto viene da …te!ferni

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          2. guarda le due traduzioni di uno stesso testo musicale
            eseguito qui da un quartetto su musiche di Piazzolla

            Oblivion (Una sombra màs)
            Soy una sombra màs un reflejo azul no me ves un fantasma y nada màs. Fuè un amor total vibraciòn fatal que llegò al final… Y sin pasiòn dejo de existir fuego primordial que se apagò. Soy un planeta deshabitado pampas infinitas donde el alma se perdiò. Sin horizontes y sin confines el sol desapareciò. Es desintegracion sobrenatural extinciòn un eclipse de luz total. Ya todo se acabò la pasiòn se fuè el amor pasò ahora sè tengo que olvidar una sombra soy y nada màs.

            J’Oublie (Oblivion) (Piazzolla/McNeal)
            Lourds, soudain semblent lourds les draps, les velours, de ton lit quand joublie jusquà notre amour… Lourds, soudain semblent lourds tes bras qui mentourent déjà dans la nuit Un bateau part sen va quelque part des gents se séparent Joublie Joublie… Tard autre part dans un bar dacajou des violons nous rejouent notre mélodie Mais joublie… Tard, dans ce bar dansant joue contre joue tout devient flou et joublie joublie… Court, le temps semble court le compte à rebours de nos nuits quand joublie jusquà notre amour… Court, le temps semble court tes doigts qui parcourent ma ligne de vie… Sans un regard des amants ségarent sur un quais de gare joublie joublie…

            so che ne uscirà una cosa fantastica-ferni

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  5. Adattare un testo poetico ad un pezzo musicale è un’operazione molto stimolante. La “creazione” simultanea di musica e testo lo è ancora di più. Aggiungo un ulteriore elemento: se la “creazione” fa capo – sempre simultaneamente – a persone diverse, è ancora più bello. Tutto entra in circolo, si condividono emozioni, si toglie, si aggiunge, si prova insieme a dare vita ad un “corpo” unico, con la tecnica, con la pancia e con il cuore. Penso ad un gruppo (musicale) che in sala prove inizia ad improvvisare… può arrivare un momento “magico” in cui suono, voce e parole “arrivano”. Molti (troppi, sigh!) anni fa ho vissuto un’esperienza di questo tipo. La ricordo ancora con piacere… e con un pizzico di soddisfazione: qualche “perla” è uscita.

    Ferni, andrò a curiosare :-)
    Complimenti per questo pezzo, molto stimolante.

    Un abbraccio a tutti :-)

    Stefania

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