Mese: marzo 2010

Marilena Lucia Ingranata – alcune poesie

Vi propongo in lettura alcune poesie di Marilena Lucia Ingranata. Una bella lettura secondo me

***

Come si conviene

Qui, tra una nebbia e l’altra i ragni
presidiano gli angoli, pazientemente
senza nessuna astuzia

a tavola i pasti sono brevi , il piatto unico

e se faccio del pane è solo per sentito dire
ché la farina è una questione di fortuna

anche qui. Le domande hanno avuto
degna sepoltura, il rito è stato pagano
io ero in ginocchio ma senza santi in croce.

Dopo abbiamo bevuto, come si conviene
ai buoni funerali, con vino ottimo
d-annata.

*

Ipotesi di stagione

Sai fare ritorni così belli, un reduce
girato l’angolo il suono di fanfare.
Qui ci sono poche cose nuove, ci sono io
la fretta e il frigo pieno, la gonna viola

il tempo dei fiori scomposti, delle acque piovane
dei fuochi. Ipotesi di un’altra stagione
mi è stato detto. C’è margine d’errore
anche nella saggezza dei vecchi – quando dicono –
Io fingo un’unica stagione e fingo il passo
ché voglio ancora i tuoi aggettivi irriverenti
e le parole dure – a penetrare –
ancora un poco, ancora un po’, un poco, ancora.

*

Vado

Ero sotto la pioggia, poi sotto di te
che spingevi. Non ho più figli da darti
eppure avresti meritato anche quelli
li avresti amati

ma sei nella mano sbagliata
dove la vita è breve ed interrotta
nella destra avremmo avuto più scampo
e tempi lunghi

L’inesattezza delle finestre rivela
scarpe esauste nel corridoio
ed un piccolo verbo ostile
– ammirevole per contrapposizione –

“ vado “

*

I gatti di gennaio

Si appoggia sulle spalle la stanchezza di gennaio,
le carcasse dei gatti, non avranno esequie
– scoloriranno – e l’ultimo a passare
non se ne accorgerà di averle calpestate.
Hanno tagliato il bosco, quello prima del mare
Anna, dovremo cambiare le poesie
e posizione delle sedie. Ma sai, importa poco,
ho un figlio che sa piangere di gioia.

*

Nella foto

Io e mia sorella abbiamo i piedi uguali
e il cuore, bucato nello stesso punto
ci confondono spesso non si vede
che lei è buona, so mentire
come in quella foto dove rido
e accanto sono tutti morti.

*

Federico ha diciott’anni

Federico ha diciott’anni e spalle curve
ha trascorso le vite ad una ad una
e le ricorda tutte.

Porta negli occhi la fatica di dimensioni
eterne, senza riferimenti come i suoi piedi
che hanno direzioni opposte
uno ritorna sempre.
Federico mi tiene in altre stanze
ma sente la mia voce e sa

che quando dico “torna a casa”
non penso a costruzioni in muratura.

@poesie di Marilena Lucia Ingranata

Delle apparenze

– Voi credete ancora alle apparenze, è questo il vostro dramma –
– Ma non sei forse tu che ne hai creato ogni presupposto? Nei minimi particolari, microscopici, hai fatto in modo che potessimo capire solo fino a un certo livello.
– Questo sarebbe un giusto appunto se non avessi dalla mia tutto l’universo, e voi soltanto un pulviscolo di cellule.
– E allora lo ammetti, hai fatto in modo che mai percepissimo le dimensioni totali del nostro esistere. Un bello scherzo da prete.
– Da papa, anche, con o senza accento, giacché ci sei.
– Ho appena letto una documentazione sui delitti che hanno contrassegnato il dilagare del potere di quella chiesa che spaccia per tuoi i propri interessi.
– Conosco la faccenda, so tutto il numero dei cosiddetti santi sepolti nelle cripte marmoree, mitria in testa, in quel luogo di sfarzo sfrenato e preziosità di ogni genere. Mandai mio figlio tempo fa tra loro, ma lo uccisero e delle sue parole fecero commercio.
– Allora mi pare di capire che non abbiamo speranza. Oggi ancora una volta abbiamo assistito alla vittoria dei loro protetti, mafiosi e obnubilatori di coscienze. E dei loro scandali immondi minimizzare la portata e gli esiti.
– Purtroppo non avevo considerato queste deviazioni, ma nella libertà dell’infinito possibile, ho voluto che tutto fosse sperimentabile.
– Allora vedi che è tutta tua la responsabilità!
– Se per responsabilità intendi l’avervi lasciato completa libertà di co-creare la vostra realtà, allora sì, sono responsabile-
– Bene, è già qualcosa, ammetti le tue colpe.
– No, ammetto le vostre.
– Troppo comodo, non sono d’accordo.
– Comodo perché? Se sono tutti voi, se ciascuno di voi è un minuscolo punto del mio essere, è dentro di me che avviene ogni dolore, come è dentro di me che si articola ogni passione e ogni piacere.
– Vuoi dire che tu patisci te stesso?
– Si potrebbe anche dire così, se preferisci.
– E allora io, io chi sono e quanto conto in questo infinito incommensurabile di cui consisti, di cui rifulgi e infinitamente ti espandi?
– Tu sei l’informazione che ho voluto, tu sei la mia coscienza momentanea, ma senza di te non ci sarebbe il tempo.
– ?
– Nemmeno un buco nero: un vacuolo può esistere perché esiste l’intorno, io sono la dimostrazione degli assunti contrari, io sono il tutto, IO SONO.
– Dopodiché io continuerò ad essere tuo complemento infinitesimo, nel bene e nel male…
– Bene, Male e Indifferenziato, sono categorie di questo pianeta che insieme abbiamo creato e stiamo ancora creando, fondanti di un sistema trino. Infatti, con chi tu stai discorrendo?
– Stando a quanto hai detto, con me stesso.
– Ecco. Allora le responsabilità?
– Sono le mie.
– Beh, in un certo senso sì, ma tu sei solo una cellula dell’organismo che ha per corpo la Terra, per cervello le stelle e per braccia l’eternità.
– E allora come posso essere responsabile di tutto questo?
– Siamo al dunque, lo sei e non lo sei, esattamente come Me.

cristina bove

Proposta corale – Luciano Mazziotta

Proposta corale

alla Sinistra

Dicono che la soluzione finale
Consista nel “ripartire dal basso”.
Chiedo a te e a me – perché è intuitivo
Che avremmo una sola voce a riguardo –
Il significato di queste due parole.
A te lascio “ripartire”, ché in materia
Di volo mai mi sono sentito leggero,
se è vero poi che “ri” implica
una prima caduta nel vuoto,
e quello si sa non ha fondo né è alto
né basso ma ha profumo di inerme.

Mi lascio “basso”, e forse si parla di nani
O di mani –senza corpi – sognanti
Per strada. Le dovremmo appendere
A braccia e le braccia a una faccia
Completa di occhi e neuroni ambulanti;
creare i braccianti se non uguali
almeno somiglianti ai corpi di mani
                                                                        sognanti,
dal basso in avanti; senza decollo
che per quello servono ali e piume stregate.
Del resto le streghe sono state impiccate
Dall’alto e hanno lasciato polvere
In basso, base della ripartenza,
che ben poco ha di mistico o magia
iscritta nei cerchi sfumati della tassonomia.
 

Tratto da Luciano Mazziotta, Città biografiche, Zona 2009

Al cambio di voce



quel suo respirare appresso era
acqua benedetta per i semi d’ali
conficcati nella schiena

la vergine senza colpe sorrideva
nutrendosi di fiori – sudando rugiada

trasfigurava – al cambio di voce: scompariva

le statue intorno guardavano oltre il muro:
forse sta sorgendo il sole…

finché dall’abbraccio della mente nacque
con la prima luce – una candida pace:
limpide lacrime di sonno

fuori il mondo gelava –
si fermava: a sette gradi sotto zero

(stefania c.)

Una lettera, una fiammella (post di natàlia castaldi.)

Alda Merini – foto di Guido Harari

Scrivo questo post direttamente sulla pagina dell’editor, così “a caldo”, non lo faccio mai, ma oggi è stata una giornata particolare, con un bel sole primaverile fuori e tanta pesantezza nel cuore.

Dicono che succeda sempre qualcosa quando ti senti appesa ad un filo, a me succede sempre; sarà un caso, ma ogni santissima volta che dico basta è come se qualcosa mi tirasse per i capelli riportandomi alla penna, ed in un modo o nell’altro questo scossone spesso è venuto da Alda – che strano!?! – ho appena finito di leggere una mail inviatami dalle quattro figlie di Alda Merini, ecco, non so come sia successo, probabilmente staranno inviando quella stessa lettera a tutte le persone che curano spazi in rete dedicati alla poesia, ma a me è successo di riceverla proprio oggi ed ho pianto per la mia piccola fiammella.

Nella mail mi invitavano a visitare il sito che hanno dedicato alla loro “ape furibonda”, sito che già conoscevo e già presente tra i link di questo blog, tornarci dopo le parole delle figlie ha avuto un senso profondo, intimo, che non so tradurre in parole, ma che spero di condividere con voi.

Vi invito, quindi, ad entrare qui  http://www.aldamerini.it/ e “ascoltare”

grazie.

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Dalla raccolta “La volpe e il sipario”

La mia poesia è alacre come il fuoco

La mia poesia è alacre come il fuoco,

trascorre tra le mie dita come un rosario.

Non prego perché sono un poeta della sventura

che tace, a volte, le doglie  di un parto dentro le ore,

sono il poeta che grida e gioca con le sue grida,

sono il poeta che canta e non trova parole,

sono la paglia arida sopra cui batte il suono,

sono la ninnanànna che fa piangere i figli,

sono la vanagloria che si lascia cadere,

il manto di metallo di una lunga preghiera

del passato cordoglio che non vede la luce.

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post correlati:

https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/03/21/sono-nata-il-21-a-primavera/

http://nataliacastaldi.wordpress.com/2009/11/01/i%c2%b0-novembre/

Amore rotto

C’é un amore rotto da

qualche parte in fondo al buco della storia,

un amore per cui sarà impossibile stabilire dove stato è

l’inizio

e un amore solido e fittizio travestito da bellissimi nuovi

fastidio e perdita

e  che assomiglia a molte cose sbreccate facendo strada

comparsa del primo tempo in atto in recita. C’è

un dolore

preciso disadorno e grave

fino dove spacca la coscienza zitta

così parrebbe non possibile arrivare alla prima radura

scellerata

sporchissima

mortale per quanto nuovissima

somigliante a una schiena che rimane girata anzi

si gira

proprio nel momento in cui si espone.

Rotto è l’amore forse stato enorme e piccolino

aperto in sorriso e in pianto smisurati, rotti, spaccati

i desideria primi, perché sottili, perché stralunati

perché perché,

e frantumata una specie di pensiero che arrampica

stille al minuto di materia pulsante le braccia aperte e la bocca

spalanca

socchiusa

e palpitante:

come un oro di scilla davanti all’altro lato guardi

la prossima scoperta e le finisci di fronte

ma l’amore è rotto e si rifrange tardi

in mille lucette spalle.

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (3)

Oltre la protesta: per una rivolta di tutta la cultura


Può sembrare paradossale e contraddittorio: nonostante il degrado circostante, non ci sentiamo autorizzati a formulare previsioni pessimistiche, né tantomeno a rassegnare la volontà di lotta alla tranquillità del peggio. Stiamo attraversando una fase di transizione che nasce dall’abbattimento di un sistema corrotto e paracriminale (diretto dal caf ed accettato da una parte del paese) e si apre, contro feroci ostilità, allo sviluppo di una rivoluzione pacifica e legale che, iniziata diversi anni or sono – con l’appoggio determinante dei giudici e della società civile – attende ora di essere ripresa e portata a compimento. Perché il moto non si blocchi, la cultura non può trarsi indietro, ma deve inserirsi nelle crepe di questo esatto frangente, per dare tutta la sua opera di intelligenza critica e di stimolo all’azione. Si prospettano i rischi di due tentazioni distinte da cui è preliminarmente doveroso guardarsi. La prima è l’illusione che possa essere in qualche modo utile un atteggiamento di mediazione e di compromesso: in realtà, un regime dell’incultura non è internamente abitabile dalla controparte strategica e l’esclusività dei suoi interessi pecuniari non le concede in partenza, né dentro né fuori di sé, alcuna credibile chance di modificazione e di recupero. La seconda è la spinta ad assumere una posizione di superiorità e di distacco, limitandosi ad una reazione di indignazione e di scandalo: e si andrebbe allora ad uno sbocco pratico che rischierebbe di perdere di vista le reali dimensioni del fenomeno e di cristallizzarsi alla fine in una sorta di indifferenza pragmatica, di per sé inchiodata alla latitanza o al silenzio. Nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori, sia che lo faccia per un impulso di saturazione e di disgusto, sia che vi sia spinto dal desiderio di allontanare l’universo dell’arte e della cultura dalle contaminazioni di una realtà tanto offensiva e compromessa. La sua sarebbe comunque una scelta prudente: l’esperienza insegna che il disgusto non “paga” e si risolve in se stesso, mentre il rifiuto di “sporcarsi le mani” in nome di un’improbabile salvezza dell’anima condanna senza scampo ad un comportamento di tipo “aventiniano”, isolando chi è invece tenuto a stare nel cuore della mischia, per difendere – assai più del prestigio o della purezza della cultura le condizione stesse della sua sopravvivenza e della sua libertà.

Al contrario, bisogna cercare di essere contemporaneamente realistici e determinati. Bisogna partire dalla constatazione disincantata dei dati oggettivi per sviluppare un piano d’intervento che miri a rimetterli in gioco e a trasformarli con il concorso di ogni soggetto antagonista. Non c’è nulla di male a denunciare i ritardi, le carenze, i residui di ignoranza e sottosviluppo che lacerano e comprimono buona parte della società italiana. Perché sorprendersi con ingenuità del voto a S. B. e gridare con disperazione alla rovina di ogni speranza? In fondo, da un popolo che per tanto tempo è vissuto di clientelismo e di tangenti, ha tollerato mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, ha sostenuto e votato uomini e partiti della peggiore delinquenza politica, ci si poteva anche aspettare un’opzione maggioritaria a favore di S. B.. Ma al tempo medesimo non si può, non si deve dimenticare che un’altra consistente parte del paese ha espresso un’opinione diametralmente contraria e che con ogni probabilità la sua area – anche a causa della coerente frantumazione del fronte nemico – è sensibilmente destinata a crescere. Il dato lampante che il paese è drammaticamente, ed irrimediabilmente, spaccato in due è una realtà che non serve nascondere, minimizzare o differire: la scissione va affrontata ed attraversata fino alle conseguenze estreme. E non è detto che non possa sortirne, in ultima analisi, un chiarimento traumatico ma salutare. Un’avvertenza, però, non deve essere omessa: gli schieramenti in campo non sono demarcati da una semplice linea di spartizione geometrica, né sono riconoscibili dallo scarto quantitativo di un equilibrato dosaggio elettorale. Quanto essi rappresentano è molto di più: sono due anime contrapposte della storia, della cultura e del costume del nostro paese, sono due risposte del tutto dicotomiche alla prospettiva di civiltà che si schiude davanti. Da una parte, si raccolgono i fautori della reazione (intimamente pervasi dell’appena ripudiata ideologia fascista), a cui si uniscono gli eredi rampanti del vecchio regime, campioni del liberismo selvaggio e dell’ideologia della merce, nemici della cultura e della parola, detrattori della magistratura e delle istituzioni, fieri avversari di ogni solidarietà etnica e sociale (si ricordi che non v’è un solo esponente del partito delle libertà che abbia prestato la sua opera contro il precedente governo del caf, mentre tanti rappresentanti ne sono stati elementi organici o complici o sodali, ricavandone vantaggi e coperture d’ogni genere. E non è un caso che, da questo punto di vista, la defezione della Lega abbia sanzionato la fine dell’unica eccezione che continuava a vivere nel Polo delle libertà, restituendo al “vecchiume”, senza più fornire ulteriori alibi, ciò che al “vecchiume” apparteneva di diritto e di fatto).
Dall’altra parte si collocano, invece, i protagonisti del rinnovamento; i nemici di Craxi, Andreotti e Forlani; gli alleati della magistratura e della Costituzione; i difensori del movimento operaio, degli sfruttati, delle minoranze etniche; i gruppi della società civile impegnati nella lotta alla mafia ed alla corruzione; e naturalmente la stragrande maggioranza degli uomini più importanti ed operosi della nostra cultura.
Se sarà scontro duro, lo sarà ancor più in forza della frontalità oppositiva di queste componenti e della loro rispettiva ispirazione sociale, etica ed ideale.

Ecco gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli artisti visivi, gli uomini del teatro e del cinema – e tutti coloro che nel campo della creatività, resistendo da sempre alle lusinghe del mercato e del potere, contribuiscono ogni giorno a far grande la qualità ed il prestigio della cultura italiana – possono entrare nel vivo della frattura esistente e giocare in essa un ruolo prezioso. Non insoliti ad imprese del genere, già partecipi di mobilitazioni essenziali sui temi della pace, della solidarietà tra i popoli e della lotta alla mafia, autori anche di un vasto appello Per una cultura dalle mani pulite, essi sono ora chiamati a produrre un atto ulteriore e decisivo della loro milizia, trasformando il gesto simbolico della protesta in un’iniziativa allegorica di prassi sociale. Avvalendosi della loro parola critica e del loro segno inventivo, offrendo un forte impulso all’attività del dialogo, della riflessione e della persuasione, conducendo il loro intervento in ogni settore della società e della cultura (dall’editoria alla scuola, alle istituzioni del sapere, ai giornali, ai mass media, alla stessa quotidiana esperienza del “conversar cittadino”), essi potranno rimarcare e far vivere le ragioni profonde del conflitto, dare consistenza ai veri contenuti della posta in palio, sollecitare il pensiero ed i sensi a percepire le implicazioni ed i futuri sbocchi di una scelta epocale. In una parola, potranno realizzare il significato di una vera rivolta culturale contro l’incombente sciagura di un predominio ideologico e politico della merce e del denaro facendosi portatori di una controproposta di civiltà del pensiero e della vita, di progresso umano e sociale di tutti, per tutti.

Il re lucertola: mito, uomo, legenda. (post di natàlia castaldi)

“Mi sono sempre piaciuti i rettili…
Immagino l’universo come un mastodontico serpente,
con tutte le persone, le cose, i panorami alla stregua di
minuscole immagini sulle sfaccettature delle squame.
E penso che la contrazione peristaltica sia il movimento
basilare della vita: l’inghiottire, il digerire, il ritmo del rapporto sessuale.
Del resto, la lucertola e il serpente si identificano con l’inconscio,
con le forze del male… anche se non se n’é mai visto uno, il serpente
incarna tutto ciò che temiamo”

James Douglas Morrison (Melbourne, 1943 – Parigi 1971)

James Douglas Morrison

Una rockstar? un narciso autodistruttivo dedito all’eccesso … o, semplicemente, un poeta?

Quello di rockstar eccessivo fino alla sua stessa distruzione è l’aspetto che comunemente e tristemente conosciamo di un giovane uomo che aspettava le ore dell’albeggiare per scrivere fiumi di versi (più di 700 pagine) tra visionarie intuizioni e postumi di sbronze e droghe.

Una personalità forte ed intimamente fragile, carisma da vendere dietro la dionisiaca maschera da frontman rockettaro, che amava inscenare e contrapporre all’introversione taciturna ed alla timidezza dell’uomo che sognava di “fare il poeta”. Un poeta che delicatamente e violentemente si delinea dalla lettura dei suoi versi.

Figlio di un ammiraglio della Marina statunitense ed un’impiegata sempre presso la Marina, il giovane James ricevette un’educazione rigida e conservatrice alla quale reagì violentemente tagliando i ponti con la famiglia già durante gli anni dell’Università.

Era un giovane preparato e vorace lettore, amava i poeti maledetti, Rimbaud, Blake, Baudelaire, Artaud, Céline, la filosofia di Nietzsche, gli autori della Beat Generation Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, i visionari romanzi di Aldous Huxley e, particolarmente, il famoso saggio “The Doors of Perception” [Le Porte della Percezione] – che diede nome al gruppo rock che lo portò alla notorietà – e che si rifaceva alla poetica blakiana dello sregolamento sistematico dei sensi fino ad acuire, quindi “aprire”, le famore “Doors”/Porte percettive per giungere “al palazzo della Saggezza”.

«Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. [.] Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!» (Arthur Rimbaud, in Lettre du voyant (“lettera del veggente”) al coetaneo Paul Demeny)

Morrison incarnava quest’opera di sregolamento dei sensi portando se stesso all’eccesso di stanchezza e  insonnia, abusando di alcolici e droghe, ossessionato dalla sola volontà di scrivere.

“Tutti i grandi poeti, gli epici come i lirici,
compongono i loro bei poemi non grazie all’arte
ma perché ispirati e posseduti.
I poeti lirici non hanno mente sana
quando compongono le loro meravigliose fatiche.
Per il Poeta é una luce, é volare, é una cosa sacra,
e non c’è inventiva in lui finché non è stato ispirato
e non ha perso la ragione, e la mente non é più in lui.
Quando non ha raggiunto questo stato, é senza forza
e incapace di pronunciare i suoi oracoli.”
(J.D.Morrison)

Lo scopo dell’auto-sregolamento sistematicamente condotto dal giovane Morrison, aveva il fine di aprire, attraverso l’alterazione sensoriale, la coscienza per poi riaffacciarsi sul mondo – come attraverso una porta deformante – e descriverlo in tutte le sue contraddizioni, negli aspetti più cupi ma anche gioiosi e solari, dando vita ad un insieme filmico di visioni versificate di sapiente organicità descrittiva probabilmente dovuta alla formazione cinematografica sviluppata ed approfondita da Morrison durante gli anni universitari presso l’UCLA di Los Angeles.

Nel 1970, grazie all’incoraggiamento del poeta ed amico Michael McClure, Morrison si decise a far visionare le sue poesie alla Simon & Schuster e così, nello stesso anno, vennero pubblicate le prime copie di “The Lords and the New Creatures” [I Signori e le Nuove Creature], due raccolte poetiche pubblicate in un unico volume che riportava quale nome dell’autore “Jim Morrison” anziché il nome per esteso “James Douglas Morrison” e, cosa che ferì ancora più profondamente Jim, la foto di Jim icona rock in copertina (la famosa “foto del giovane leone”): insomma, la sua poetica, ciò cui Morrison teneva più di ogni altra cosa come fatto intimo e personale, era stata mercificata quale puro fenomeno commerciale.

“Sono convinto che in un certo senso Jim fosse intrappolato in un personaggio che non considerava adeguato a sé ed alla propria essenza, …. Penso che in realtà Jim come poeta non avesse nessuna prospettiva. Cosa avrebbe potuto fare? La sua poesia sarebbe stata totalmente messa in ombra per il resto della sua vita dal suo stesso nome. Ogni volta che qualche circolo di poesia invitava Jim Morrison, non lo faceva per la sua poesia, ma per il suo nome” – (Babe Hill, amico e stretto collaboratore di Morrison).

Tra il 1969 ed il ‘70, morirono tragicamente all’età di 27 anni tre rockstar: Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin. In quegli anni, Morrison scrisse un’ode pensando alla scomparsa per affogamento dell’amico Brian Jones, che può essere letta come tragico presagio della sua stessa scomparsa solo due anni dopo a Parigi, all’età di 27 anni.

natàlia castaldi

***

da "I signori" - appunti sulla visione
.
Guarda dove teniamo i nostri culti.
Viviamo tutti nella città.
La città forma - spesso fisicamente, ma sempre
mentalmente - un cerchio. Un Gioco. Un anello di morte
con il sesso al centro. Dirigiti verso la periferia
dei suburbi cittadini. Al margine scopri zone di
vizio sofisticato e noia, prostituzione
infantile. Ma nella sordida cerchia che cinge dappresso
i distretti degli affari alla luce del sole esiste l'unica
vera vita collettiva della nostra specie, l'unica vita di
strada, vita notturna. Tipi morbosi in alberghi da poco,
pensioni economiche, bar, banchi dei pegni,
varietà e bordelli, in portici morenti che
non muoiono mai, in strade e strade di cinema
notturni.
Quando il gioco finisce comincia la Partita.
Quando il sesso finisce cmincia l'Orgasmo.
Tutti i giochi implicano l'idea della morte.
*
Quale sacrificio, a quale prezzo può nascere la città?
Non ci sono più "ballerini", gli indemoniati.
La divisione degli uomoni tra attore e spettatori
è il fatto centrale del nostro tempo. Siamo ossessionati
da eroi che vivono per noi e che noi puniamo.
Se tutte le radio e le televisioni venissero private
delle loro fonti di energia, tutti i libri e i dipinti
domani bruciassero, tutti gli spettacoli e i cinema
   chiudessero,
tutte le arti dell'esistenza vicaria ...
*
Ci accontentiamo del "dato" nella ricerca di sensazioni.
Siamo stati trasformati da un corpo che danza
sfrenato sulle pendici in un paio di occhi
sbarrati nel buio.
*
Nessuno dei prigionieri riacquistò equilibrio sessuale.
Depressioni, impotenza, insonnia ... dispersioni
dell'erotismo in idiomi, letture, giochi, musica
e ginnastica.
*
I prigionieri costruiscono il loro teatro a
testimonianza di un incredibile eccesso di tempo libero.
Un giovane marianio, costretto in ruoli femminili, presto
diventò il beniamino della "città", poiché a quei tempi
chiamorono se stessi città, ed elessero un sindaco,
polizia, assessori.
*
da "Le nuove creature"
 
Gli artisti dell'Inferno
sistemano cavalletti nei parchi
il tremendo panorama,
dove i cittadini trovano ansioso piacere
derubati da selvagge bande giovanili.
Non posso credere che ciò stia accadendo
Non posso credere che tutta questa gente
si annusi reciprocamente
& faccia marcia indietro
digrignando i denti
peli ritti, ringhiando, qui
nel vento massacrato.
Sono il fantasma assassino
che testimonia a tutti
il mio benedetto castigo
Questo è quanto
non più divertimento
la morte di tutta la gioia
è venuta.
*
Ode a L.A. pensando a Brian Jones, Deceduto
.
Io sono un semplice cittadino
Scelto per impersonare
il principe di Danimarca
Povera Ofelia
Tutti gli spettri che non vide mai
Volteggiano nella morte
Sulla fiamma di una candela metallica
Guerriero implacabile, ritorna
Tuffati
In un altro canale
In una pozzanghera di burro fuso
C'è Marrakech
Sotto le cascate
La tempesta feroce
Ha disperso i selvaggi
Nel tardo pomeriggio
Mostri del ritmo
Hai lasciato il tuo
Nulla
A gareggiare con il
Silenzio
Spero che tu sia uscito di scena
Sorridente
Come un bambino
Nei freschi rimasugli
Di un sogno
L'uomo angelico
In lotta coi serpenti
Per il possesso delle mani
E delle dita
Alla fine pretende
Il comando
Su questa anima
Pacifica
Ofelia
Foglie inzuppate
Nella seta
Cloro
Sogno
Testimonianza
Imbavagliata dalla pazzia
Il trampolino, il tuffo
La piscina
Tu eri un combattente
Una musa del muschio damascato
Tu eri il pallido
Sole
Per i pomeriggi televisivi
Rospi cornuti
Terrorizzati da una macchia gialla
Guarda adesso dove sei
Tu
In un paradiso carnale
Pieno di cannibali
E di ebrei
Il giardiniere
Ha rinvenuto
Il corpo che galleggia muovendosi
Cadavere eccellente
Che cos'è questa materia verde
Di cui sei fatto?
Buchi d'urto
Nella pelle della Dea
Puzzerà
Nel suo cammino verso il cielo
Per i saloni
Della musica
Non c'è scelta
Requiem per un duro
Quel sorriso
Quello sguardo
Da satiro sporcaccione
Ha saltato l'ostacolo
Per sprofondare nella terra grassa.
.

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (2)

Le responsabilità della sinistra


Dire come sia possibile affrontare e vincere la sfida non è facile. Tuttavia, non sarebbe onesto e neppure istruttivo ignorare o sottovalutare i gravi errori che sono stati commessi dalla sinistra e che non poco hanno concorso a determinare lo stato di cose vigente.
Continua a bruciare lo scotto di una carenza duratura e pesante di idee, ipotesi e programmi a medio e lungo termine. Si è specialmente pagata a caro prezzo (e la resa non è ancora conclusa) la scelta che è stata compiuta quando, per evitare rischi di dogmatismo e di chiusura settaria simili a quelli già patiti dalla cultura italiana del dopoguerra, si è finiti per approdare ad una posizione piuttosto che rifondare il tracciato e le linee portanti. Non si è capito che l’abbandono della teoria, la caduta nell’eclettismo, il sacrificio della strategia alla tattica disumavano la cultura dell’opposizione e contemporaneamente facevano il gioco del nuovo Capitale, bisognoso – anche prima della sua incarnazione berlusconiana – di ridurre ogni istanza di concretezza realistica a pura salvaguardia dell’esistente. Qui è consistito il gap da cui è partita la catena degli errori commessi.

Non vi è area in cui non abbia imperversato la tendenza a seguire e riprodurre modelli di comunicazione e di comportamento fabbricati dalla cultura del consumo. E, poiché ne sono spesso scaturite elaborazioni più sapienti e sofisticate della versione originale, si è oggettivamente instaurata una relazione di complicità, che ha superato i limiti di un’influenza passivamente subita ed ha assunto tutti i caratteri di un contributo autonomo e propulsivo al consolidamento ed alla diffusione del codice informatore. E gli esempi piovono a iosa.
Quando il giornale radical-chic che più rappresenta le idee sull’opinione pubblica progressista punta senza scrupoli alla spasmodica ricerca dello scandalo, del clamore, del “colpo a sensazione” per accrescere il numero dei lettori (e lo fa indistintamente anche nelle sezioni della politica e della cultura), mostra una sudditanza alle leggi della moda e del mercato assolutamente non inferiore a quella che permea i concorrenti giornali di estrazione moderata e benpensante. Quando la Terza Rete televisiva – tradizionalmente deputata alla cultura ma a lungo diretta da un vecchio nostalgico della “non ideologia” – vanta le sue postazioni di punta in trasmissioni di intrattenimento e varietà che fino a trenta, venti anni fa sarebbero state legittimamente considerate poco meno che incolte e qualunquistiche, riflette un metro di scelte e di proposte che si allinea di fatto a quella strategia dell'”indice di visione e di ascolto” che ha costantemente guidato il palinsesto della Fininvest prima e di Mediaset poi e, più di ogni altra, preparato e sensibilizzato l’animo di milioni e milioni di spettatori al mito del fulgore berlusconiano. Ancora: quando nel mondo dell’editoria viene giornalmente praticata, anche presso una parte cospicua della sinistra politica e culturale, una linea di costruzione del “caso letterario” che tende a privilegiare libri mediocri e di facile cassetta (sintomatici i casi della Maraini e della Tamaro), si ha l’ennesima conferma di come le linee-guida che ne sono a monte coincidano con i medesimi criteri che partoriscono altrove, ma con maggiore coerenza, prodotti d’appendice, libri rosa e romanzi gialli. Dall’uno o l’altro di questi settori si scorge fino a che punto l’ideologia consumistica e mercantile abbia attecchito anche sugli strati più profondi e resistenti del tessuto culturale, senza divenirne ausilio o supporto, ma subordinandoli fino in fondo a se stessa.

Non solo, ma alle realtà interne di questi settori si sono sommati gli effetti perniciosi della loro interferenza e della loro sovrapposizione. È lecito chiedersi: quanti sono i critici di giornali e televisioni che, essendo anche scrittori e membri di giurie letterarie, non risultano fortemente condizionati dal rapporto con il proprio editore e dalla disponibilità al voto di scambio con i giurati di altri premi?
E di converso quante sono le proprietà finanziarie che, disponendo delle maggiori testate, non controllano anche la grande editoria e, attraverso questa e le testate, il circuito dei premi, così da irrogare le loro direttive senza colpo ferire ed assicurare ai titoli prestabiliti l’intero ciclo di pubblicazione, lancio, sostegno critico ed informativo e consacrazione finale? La risposta è scontata.
E quali intellettuali di sinistra sono insorti per denunciare e combattere questa prassi e non l’hanno invece avallata e coperta, quando non se ne sono lasciati direttamente coinvolgere in prima persona? Salvo pochissime eccezioni, la risposta è ancora una volta scontata. Il fatto è che dal sacrificio dell’istanza strategica alla provvisorietà degli interessi tattici non è derivata solo l’omologazione ai segni ed ai valori della società dello spettacolo, ma anche una linea di condotta pubblica e professionale segnata da amoralità e cinismo.

Persino nell’istituzione più alta del sapere, l’Università, l’andamento delle cose non ha mutato il suo trend, ed anzi, per molti aspetti, lì più che altrove la corruzione è diventata la regola e l’arroganza del torto la sua fedele applicazione. Non basterebbe Gadda per enumerare in serie con la debita indignazione tutti i misfatti e le iniquità che vi vengono metodicamente perpetrate con la corresponsabilità o per diretta iniziativa dei baroni “laici”: cattedre assegnate a parenti o amanti (tanto meglio se ubicate nella stessa Università o nello stesso Dipartimento), promozione in carriera di sindacalisti, responsabili di partito, rappresentanti di organismi amministrativi (carenti di merito e regolarmente compensati per il prono servilismo alla controparte ed al boss protettore), allevamento in serie di sinistre schiere di “pretoriani” (abili solo come attiva manovalanza di accordi clientelari o di guerre striscianti nei confronti di altri professori e di altri colleghi): e ciò naturalmente nel più disinvolto disprezzo dei titoli scientifici e dei valori intellettuali, grazie ad accordi prestabiliti e a concorsi truccati (su cui pare si sia finalmente cominciato a far luce e su cui moltissima altra se ne dovrà fare, e al più presto, se l’indagine della magistratura sarà opportunamente sollecitata ad estendersi a tutto campo e a tutti i livelli con una salutare e tanto attesa operazione di “concorsi puliti”).

Come si rileva facilmente, il quadro d’insieme è fosco e preoccupante. E l’aspetto più negativo del paesaggio che vi è disegnato non sta tanto nell’estremo malcostume morale (comunque grave) di cui danno l’esempio le sue espressioni di vita, quanto nei risultati oggettivi che queste hanno provocato sull’evolversi della situazione reale. Detto, infatti, sinteticamente, l’insieme di colpe e responsabilità oggettive prima descritte ha recato con sé quattro danni di sicura entità:

1. ha concorso a deteriorare e minare spazi ed istituzioni del discorso culturale, rendendone poi molto più arduo (e meno credibile) il successivo sforzo di riqualificazione e rilancio in chiave democratica e progressista;

2. ha vistosamente depotenziato le risorse di autonomia progettuale, elaborativa ed organizzativa dello schieramento antagonista, atomizzandone le forze e dissolvendone i principali nuclei di coesione e di raccordo;

3. ha favorito – anche laddove ha raccolto consensi e plausi estemporanei – la formazione di una mentalità e di uno stile “individualistici”, assai più conformi ai disvalori del “società-spettacolo” che non ai discrimini ideali di una prospettiva libertaria ed innovatrice;

4. ha compromesso sensibilmente il prestigio e l’integrità dell’immagine pubblica della sinistra (uno dei suoi patrimoni più preziosi), vanificando l’uso strategico della sua rivendicata “diversità” ed esponendone il destro alle critiche ed alle denunce, non di rado fondate, della compagine avversa (di qui, peraltro, l’imbarazzato silenzio o l’eccessiva apertura verso l’ascesa pubblica di simulacri pseudointellettuali del centrodestra, che avrebbero meritato ben altro trattamento e ben più dure risposte: ma come lo si poteva fare? sulla base di quali testimonianze concreet da esibire e da contrapporre?).

Di tutti questi danni, per quanto dolorosi, non si può non seguitare a fingere di ignorare l’esistenza e a minimizzare la portata. La precarietà della situazione, pronta a precipitare da un momento all’altro, richiede un’autocritica inclemente. Sarebbe irresponsabile non fare ammenda dei propri errori e non sforzarsi a sconfiggerne le cause, specialmente nell’istante in cui si intende lanciare la più radicale delle sfide culturali a Berlusconi e ai suoi alleati.

[continua… – fine parte 2]

Rita Florit – da Labirinti e Fuochi

La notte come un filo si dipana
e da un estremo all’altro noi restiamo
disgiunti eppure avvinti
al filo, inesorabile richiamo.
Chiamami da lontano,
da lontano ti chiamo
mio fuoco, incendio, rogo
e la tua voce crépita, m’avvolge.
Consunta sto, rappresa
fremendo per la voglia che mi sale
e ancora torna a ravvivar la brace…

Transduzione da Alceo – Luciano Mazziotta

Transduzione da Alceo

Crack crack crack!
Crisi crisi crisi!
Cccp:
Crack, Cirio, Crisi, Parmalat.
Beppe ci fa ridere:
                                ridono tutti,
                                                    ruttano i ratti,
spiano i fatti
alla televisione,
a bocca aperta aspettano lo sputo del padrone!
Inflazione – una monetina
Esplode sul sistema-
Pensione, devoluzione.
I gruppi sovversivi discutono se sia il momento;
i gruppi repressivi si incontrano in parlamento:
si ordina ai lavoratori, per esigenze etimologiche,
di andare a lavorare,
solo agli scioperanti è permesso scioperare.

 

La strada si apre alla popolazione
che con carri e canzoni apre la manifestazione!
(Banca 121 fallita!
Fiat sfinita!
imprenditori appagati,
lavoratori licenziati).
La strada si apre alla popolazione,
la popolazione serve all’opposizione:
l’opposizione si oppone;
la maggioranza governa,
decide,
             delibera,
                             difende;
i soldati muoiono in campo sull’azione;
l’opposizione si oppone.
Scende in piazza la popolazione!
Una voce:
“Basta prenderci sul serio con cartelloni e motti,
è arrivato il momento di oscurare Jerri Scotti”.
La popolazione si oppone:
l’economia si nasconde nella democrazia,
che aveva l’appoggio di santa demagogia.
L’opposizione si oppone!
esplosione!
                      Esplosione! 
                                                                  Esplosione!

 

Silenzio…
Striscia la notizia chiude per lutto,
un minuto di silenzio è accordato dal parlamento, tutto!
Il popolo applaude, interrompe il tutto
Ogni piazza risponde con un interminabile rutto,
applaudono i carri, applaude la gente,
si beva anche a forza, è morto il presidente!
Di Luciano Mazziotta

 

Ho scritto questo testo nel lontano 2004. Ero in preda ad una passione irrefrenabile per il futurismo e per la lirica greca arcaica. Mi riferisco ad Alceo, ad Archiloco in parte anche a Saffo. Sono tutti poeti militanti nel senso che intendiamo oggi. Benché allora la poesia era politica e l’aggettivo “militante” non aveva senso di esistere, perché non c’era poesia senza militanza, non c’era poesia senza città. La transduzione cui mi riferisco in questo componimento è il frammento di Alceo in cui si dice: “ora si deve bere anche a forza\ è morto Mirtilo”. La chiamo transduzione perché non ho voluto mettere in pratica solo il passaggio da una lingua ad un’altra ma da una cultura ad un’altra e questo è il risultato.

Il corpo è un congegno di parole

© foto di Federico Federici, “Il congegno Vivente”

La comunità ingovernabile

bisogna farsi dell’amore
un’idea offensiva

con sorrisi di pioggia battente
sulle teste da tagliare

[perchè ogni amore è un criterio di verità
ogni abbraccio è una
porta che si spalanca sulla comunità ingovernabile
e a volte
bisogna essere davvero intolleranti

non per difendere la propria verità
ma per far sì che gli altri se ne inventino una]

Assioma della mancanza stemperato nella cognizione
di un imminente bacio

che gaia semplicità può avere il corpo
lontano dalla sterile nudità del verbo
[sentire che il giorno sussulta
senza più aggettivi]

Quel vuoto intollerabile

-Insomma, Mangone, che cos’è la poesia?
-E’ la vita sotto mentite spoglie.

voglio seminare il
tuo corpo lungo i solchi della mente
voglio spargerlo in tutta l’estensione del
cielo per poi farlo piovere su di me
voglio sentirne la materia
la sfida di nervi sotto le unghie
per rapinarti gli occhi
e colmare quel vuoto intollerabile
tra la tua fica e l’assoluto mondo

Prima che s’incarni la sapienza

mi metto contro il lato peggiore del
corpo e tasto la memoria del sangue

i più piccoli assembramenti di pensiero
sembrano masse gigantesche
impossibile spostarne la giacenza

le muse mi ridono in faccia
ogni ferita è un corallo vivo

solo chi veglia
ha certezza della notte

* *

Note sull’autore Carmine Mangone

poesie tratte da “Mai troppo tardi per le fragole”,
Ed. L’orecchio di van Gogh, ed.2009

In rete è conosciuto come Maldoror67.
Questi i suoi blog:
http://maldoror67.splinder.com
http://criticasensibile.splinder.com
http://maldoror.noblogs.org
http://twitter.com/mangone

Membro dell’unione “stirneriana” di poesia e
sonorità industrial PNG-Persona non governabile:
http://www.myspace.com/unionefurentepng