Mese: febbraio 2010

Cara Cuscona – poesie inedite

Vi propongo in lettura alcune poesie di Cara Cuscona. Cara, milanese, è spesso sospesa, nel suo viaggio poetico, fra materia e aria, la filosofia è il suo pane. E le poesie sono belle.

Attraversamento

Si vive una raccolta di piccole tracce
-di francobolli senza lettere –
ed è come camminare
con dolente delicatezza
sui sassi scivolosi di un fiume
che separano le sponde opposte.
Ed è terrena ciascuna delle rive,
reale l’acqua che lambisce entrambe,
solo la gru plumbea che vi si versa
è una falsa catena,
l’inanellarsi di segni alla deriva,
ciascuno cura e pena.

***

Un alcolista anonimo

Essere questo bicchiere.
Più cavità che altro,
più trasparenza che materiale.
Uno spettatore riflettente.
Tanto più terso il vetro,
non è detto che aumenti dentro
il chiarore d’acque,
piuttosto una disposizione
all’oro liquoroso,
al disequilibrio minimale
per rintracciare il sembiante.
Tue, le labbra che si accostano
bevendo sillabe fioche,
luci segnaletiche, malinconie,
sul ciglio delle strade.
Se mi trattengo sul bordo
è perché da sempre amo le balaustre.
Guardare giù
non è mai stato il mio forte:
la vertigine è una giostra che mi attrae
in profondità digradate.
Fosse,
bocche,
orbite,
il sesso delle donne,
tutto disegna
il mistero della morte,
unico gancio alla luce

il desiderio.

(un’ombra si scaglia sul muro
rosso del focolare)

***

L’arte di ricevere

Non ho misura né metro
ma un sistemare
preciso di calici vuoti
per ogni ospite atteso.

Più grande è il vuoto
dentro e attorno a ogni vetro,
più generosa è la donazione
di senso al limitare del segno.

Versi
ciascuno che legge
un vino diverso.

***

Casa e calici con cura

Non amo raccontare di me.
Nessuno sa quello che pubblico
su pareti di spogliatoi maschili,
quello che scrivo sulle schiene
a tradimento.
Appaio innocua.
Ma a volte quando mi spingo
dentro ai giardini da semina,
parlando appena,
alcuni passanti mi sfuggono,
pare che sappiano
a chi rispondo.
Compaio solo per anagrammi,
non firmo nulla.
Poi abbandono
ogni lettera sopra barchette di carta,
carezze incise in specchi d’acqua.

***

Il vizio di vivere

Tanto mi sei profondo nelle ossa:
midollo, aurora, sogno
-sei l’aria del tabacco-
aspirazione di gusto
avendone a cuore il vizio,
il gesto, il fuoco
e il risalire su in volute
ardenti di memoria.

***

@ poesie di cara cuscona – inediti

Edgar Allan Poe – “A una in Paradiso”

Eri per me quel tutto, amore,
per cui si struggeva la mia anima,
una verde isola nel mare, amore,
una fonte limpida, un’ara
di magici frutti e fiori adornata:
e tutti erano miei quei fiori.

Ah, sogno splendido e breve!
Stellata speranza, appena apparsa
e subito sopraffatta!
Una voce del Futuro mi grida
“Avanti, avanti!”, ma è sul Passato
(oscuro gugite!) che la mia anima aleggia
tacita, immobile, sgomenta!

Perché mai più, oh, mai più per me
risplenderà quella luce di Vita!
Mai più – mai più – mai più –
è quel che il mare ripete
alle sabbie del lido – mai più
rifiorirà un albero percosso dal fulmine,
né potrà più elevarsi un’aquila ferita.

Vivo, trasognato, giorni estatici,
e tutte le mie notturne visioni
mi riportano ai tuoi grigi occhi di luce,
a là dove tu stessa ti porti e risplendi,
oh, in quali eteree danze,
lungo rivi che scorrono perenni.

Tra le cosce calde della creatura cava- f.f.

.

metto le virgole  i doppi punti

e il doppio petto che ti aggiusti   mentre reciti

una versione di te stesso

lascio il cadavere   delle parole imbalsamate

le spillate strettoie della mente

la vertigine inutile della discussione

il periplo l’assioma e l’algoritmo di una giornata

persa tra queste lettere senza sesso e senza senso

senza altro sogno che un segno

es-posto in vetrina

sotto formal-dei-de la crisi economica che si esaurisce cantando

dibattendo la crisi super a n a t o m i c a  della  disintegrazione del sentire

mentire      l’ultimo cerchio della gogna

agognata carogna di chi ha fame di vergogna e prende

l’ostia dentro il retto     principio di osservarle       le  regole

sacre del mercato edito reale nella carta tormentata

da una insana ragione di educare.

A cosa?  A chi?   Se tutto è forma che si fa orma e meno ancora

sparisce nel getto di un inchiostro senza mano e senza battuta

nemmeno un dente dentro lo scrittoio  io

solo un diaframma tra qui e là dove mai ci si trova.

Paventate parole scena della lercia vacuità che si

sparpaglia si sventricola e si squaglia

nella cella di un corpuscolo di rosso

fattosi avaro scarno e saccente

Il più grosso inconveniente?

Può in un lemma separarti o spararti una raffica assassina o

rendersi tossina d’altri    inconsapevoli  gestori

di un male articolato che travalica la carta e

si fa canto  in frusciante   lussureggiante  cartamoneta  tonante

in lingotti di soqquadri che disarticolano la storia

in vetrine di macelli e falsi testimoni

poichè la storia è solo una grande fossa

un ammasso di menzogna

per una guerra che non cessa

e        sì  da sempre

ci intossica  le ossa.

*

Riferimento:

http://fernirosso.wordpress.com/?s=Tra+le+cosce+calde+della+creatura+cava

IPOTESI CORPO

Tutto cominciò nei primi mesi del 2009 quando scrissi il poemetto IPOTESI CORPO. Da quell’avvento l’idea di realizzare un evento in cui declinare varie e svariate ipotesi di corpi al lavoro. Così, ricevuto l’invito di organizzare una serata multimediale all’interno della ex centrale Enel di Reggio Emilia nell’ambito di un mini festival, nel luglio del 2009 nacque l’evento che vide coinvolti una serie di autori di varia estrazione.
Due video-mostre: Impronte di Francesca Vitale e La scelta di Cristina Cerminara. Una mostra fotografica: Opposti svelati di Federica Troisi. Una performance di action painting realizzata da Mariaestella Coli e una lettura drammatizzata: Artaud suite realizzata da Enzo Campi, Antonio Iorio, Francesco Forlani, Silvia Molesini.
Il tutto inserito in una cornice visiva (proiezioni di video di Maria Grazia Esu e Enzo Campi) e letteraria: una serie di Fabulazioni curate dal gruppo Samiszdat (Alessandro Cinelli, Lara Arvasi, Anna Maria Meliga, Donald Datti, Fabrizio Venerandi) e il reading Autoreverse di Francesco Forlani .

E adesso il poemetto IPOTESI CORPO è alla ricerca di un editore per fissare la sua esistenza su carta.

Qui di seguito alcuni frammenti del poemetto drammatizzati con elaborazioni grafiche e pittoriche tratte dai video proiettati nella serata.

 

Inventerò delle strutture
dove le immagini
sembreranno sorgere
da fiumi di carne
(Francis Bacon)

 

E dicevo in mezzo al vuoto,
vuoto delle sette eternità:
l’io non è il corpo,
è il corpo a essere l’io
(Antonin Artaud)

 

 

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

 

sulla soglia
pende tende il viso
soma cosa?

 

peso inciso
nudo circonciso
sempre sprepuziato
s’attiva all’unghia
per vanificare la veglia
chi più ne ha
più ne escluda prego
non vedo altro
che gesti disaffaccendati
e il taglio in largo
si conduce al lungo
che ulula lunula
il gelido richiamo
per rapaci vari
e svariati vari
ribattezzati
vetro a vetro
incedono incidono
come schegge
a suggellare il rito
inalberando
il sigillo dell’encomio tribale
al palo insanguinato

[…]

 

[…]

io corpo dunque
solo peso
solo coito ininterrotto
getto di seme
a significare
disfare cosa?
e fa specie sapere
che il dolo
non è preso a nolo
e affrescato nell’istante
ma lucidamente reiterato
nel fluido fiume di carne
che riannoda
il punto al punto
l’uno raggomitolato
l’altro estinto
prima
trascolorato e vacuo
poi
insignito della carica suprema
che lo spinge ad apostrofare
il cosa
seguito dal punto di domanda

[…]

 

qui esposto
tre volte crocifisso
irrimediabilmente smembrato
pezzo a pezzo
per meglio specificarsi
e quantificare
il prezzo da pagare
per comprare
una lingua privata
del palato
ove impastare
la complessità del canto
qui smisurato e dettato
senza il punto
che permetterebbe l’a capo

[…]

solo una suppurazione
che ascende in nuce
senza salire del tutto
o quasi per niente
solo un bocciolo sfrangiato
per quanto organizzato
e vòlto alla copula primultima
nient’affatto imbellettata
privata del preliminare coccola cosa?
ipso
e fatto
e cementato
vieppiù colluso concluso
pietrificato al punto
costretto al contenimento
dell’unto originario
nella tensione ultima
ma mai definitiva
in cui rincorrere lo sperdimento

[…]

 

[…]

io corpo dunque
risuona si annoda sciogliendosi
sviene rinviene sordo
minando impalcature
sfiora la prossimità
in cui disfarsi
e cosa sarà mai
ciò che si sfalda
sotto l’alluce
senza graffiare
né amare né gridare aiuto?

magari cantare
per meglio toccare
tacciare tollerare
e mettersi in posa
postura su postura
e allora ridonda
si snoda attorcigliandosi
si sottopone
anteponendosi al peso
si sovrappone
posponendosi al sesso
s’estenua
sopravvivendo al cozzo
per testare testarsi
e rendersi al senso
dei sensi defraudati
seppur ingigantiti
e collerici
sempre tesi e resi
ceduti al miglior offerente
caduti sotto il giogo
del non sarà mai stato altro che questo

di
poco
in
meno
transitante
e
altero

1950 – Sulla scuola pubblica e quella privata

(…) Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
– rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
– attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
– dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […]. E venuta cos” fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? » un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.

Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito“.

Piero Calamandrei, 1950

Io non ho nulla da aggiungere, per il momento…

E questa cos’è? LA SCUOLA PUBBLICA privata di ogni risorsa!

Andrè Beuchat – Gli eletti

Inchiesta sulla SCUOLA PRECARIA, non dei precari o degli allievi o dello Stato. A quale STATO interessa lo stato DI INDIGENZA della scuola PUBBLICA? Il video è di RAI 3- L’inchiesta è stata fatta all’interno del programma PRESA DIRETTA ed è chiaro dove sta la differenza. La retta va bene ma…la rettitudine è una caratteristica geometrica o una qualità etica? E chi fa veramente missionariato?

Guardate e …poi chiedetevi quanto è vasta… la miseria? l’africa? falso in atti d’uffico dei mi(ni)steri?

video:La scuola fallita

Si prega di leggere anche le categorie sotto cui ho registrato il pezzo!

E’ un poema!

E se -f.f.

Gabriel Pacheco

E se  ti domandassero come sono le nubi

mostra il tuo volto, dì a tutti che è così

il vol(t)o di una nuvola.

Se qualcuno ti chiede se hai mai toccato  la luna

esci  va’ al pozzo

immergivi il secchio e sollevala sino a te

da quell’abisso.

Se qualcuno cercasse il tuo destino

lascialo percorrere l’ombra che cedi

andando oltre te.

Ma se qualcuno ti chiede quale sia l’odore del bosco

non dire nulla, incamminati

lascia che sia il vento a pronunciare

i pollini tra i tuoi capelli.

Se qualcuno infine ti chiedesse chi sia tua madre

e chi     tuo padre

nodo per nodo slega la tua veste

mostra i segni  sul tuo ventre

accosta il suo orecchio sul tuo battito.

Ricorda.

Nulla è abbastanza distante.

Tutto  già ti è parente.

Gabriel Pacheco

*

http://fernirosso.wordpress.com/2010/02/12/e-s-e/


Dono di versi (Stéphane Mallarmé)

Ti reco questo figlio d’una notte idumea!
Nera, spiumata, pallido sangue all’ala febea,
Pel vetro che d’aromi fiammeggianti si dora,
Per le finestre, ahimè ghiacciate e fosche ancora,
L’aurora si gettò sulla lampada angelica.
Palme! E quando mostrò essa quella reliquia
Al padre che nemico un sorriso tentò,
L’azzurra solitudine inutile tremò.
O tu che culli, con la bimba e l’innocenza
Dei vostri piedi freddi, accogli quest’orrenda
Nascita: ed evocando clavicembalo e viola,
Premerai tu col vizzo dito il seno che cola
La donna in sibillina bianchezza per la bocca
Dall’azzurro affamata, dall’alta aria non tocca?

OLTRE IL CONFINE

Fra la sponda del letto e la tappezzeria reticolata, i fiumi scendevano a oriente ricchi di pesci e d’avventura, nel crespo alveo della moquette, che instancabile raccoglieva l’infinita polvere e gli smisurati sogni delle nostre vite in erba.

Sotto il cielo bianco latte, memore di tempere odorose, i panzer avanzavano immobili sul sentiero di foglie sbriciolate, che si snodava breve fra le case diroccate e poi svaniva oltre il brusco pendio del mobile.

Se non fosse per i tanti caduti fra le mosche, che sui vetri luminosi trovavano le ombre sotto i colpi della mia pistola ad aria, quelli sarebbero stati tempi ancora puri, solo di fantasie leggere, dove la morte resta un gioco, da cui si torna sempre.

Marco Moresco

 

Ad alcuni piace la poesia (post di natàlia castaldi)

Wislawa Szymborska

 
Ad alcuni - 
cioè non a tutti. 
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza. 
Senza contare le scuole, dove è un obbligo, 
e i poeti stessi, 
ce ne saranno forse due su mille. 
 
Piace - 
ma piace anche la pasta in brodo, 
piacciono i complimenti e il colore azzurro, 
piace una vecchia sciarpa, 
piace averla vinta, 
piace accarezzare un cane.
 
La poesia - 
ma cos'è mai la poesia? 
Più d'una risposta incerta 
è stata già data in proposito. 
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo 
Come alla salvezza di un corrimano.

W.S.

Un io che parla- f.f.

Gaetano Bevilacqua

.

Lo accesi  e c’è   sì

lo sento ancora

c’è un io      che parla

accanto alla traccia

cerca di spegnere la figura     l’ombratile

esperienza che in me innesca  il mistero

e si fa luce  di una eternità interrotta

nelle cose         nella contiguità di tutte le cose

i n t e r r a   i  fonemi che falsamente diciamo siano questo o quello

le cose annunciate

pro-nunciate

la falsa coscienza dei vivi

che alla morte rivoltano la veste

e restano stupiti dal fitto crepitare delle ossa

un fuoco di vivi insetti voraci

batteri e i loro perigliosi    erodibili  programmi

che scoppiano nella bocca i vaticini della pizia e nell’orecchio

la presente assenza

la continua impermanenza di ogni cosa detta, dettata.

(Ci )   bruciano     quei nomi

sfitti di ciò che noi crediamo portino in sé

e in vece loro una brace attizza il cavo

nella gola protrae il male pungola  per ciò che manca

dal primo all’ultimo

il  giorno in cui torniamo

nell’in-visibile cruna.

Con previdenza nel nostro occhio

la natura sparse in ognuno un pizzico delle sue braci

e la follia c’inseminò di passioni

forti a tal punto che la ragione

ancorata ai suoi ciocchi    non  riesce

ad evadere e i labili confini posti alle sue spalle guarda confusa.

Triste si costruisce la fossa il pensiero

quando non se ne lascia toccare

e mortalmente c o r r o t t a  a ragione

la saggezza vorrebbe imprimerle i suoi ultimatum

nella fatuità del fuoco che le brucia gli argini

senza sapere che tutto è solo un giogo nell’eterno del gioco


g. bevilacqua

*

http://fernirosso.wordpress.com/2010/02/11/un-io-che-parla/

Giovanni Catalano – Natura morta con bicchiere e limone

Roy Lichtenstein, Still Life With Glass and Lemon (1974)

Supponiamo per un istante
di essere cambiati, di essere
uomini nuovi o migliori.
Una mostra antologica
su Lichtenstein che per una volta
fa il punto su tutto e tutti.
E andiamo insieme
che ci sentiamo meglio
ma soltanto se ci ripetiamo
che dell’immagine conta
più la sua riproducibilità.
Prendi una pietra
ad esempio
che se esiste è soltanto
perché ce ne saranno migliaia
di pietre come queste.
Le canne nel canneto,
gli uccelli migratori.
Tutti capiscono di cosa
stiamo parlando e forse
se ne ricorderanno.
Ma noi – ciò che ci distingue
dagli animali – non è sapere
usare uno strumento.
Se molte specie di scimmie
rompono una noce durissima
battendo una pietra
sopra l’altra e alcuni corvi
tengono col becco
una cannuccia di legno
per stanare le larve.
Solo l’uomo moderno
uomo o donna, naturalmente

con ogni gradazione
se sa usare uno strumento
per realizzare un altro strumento
si dice “nuovo”. Forse, migliore.
Così una sera, abbiamo preso
ad affilare una lancia
con lo spigolo scheggiato
della pietra che è caduta
qui per caso. E per un istante
ci sentivamo meglio.

 

Giovanni Catalano, inedito (2010)