Giorno: 17 febbraio 2010

Nel giardino dell’oro e del vento – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

 

Viaggio nella luce – controcanto al vento

 

 (Non cantarmi lo sfiorire dei gigli

nell’abisso delle onde quando

s’increspano d’argento nel gioco

della luna che dal tuo corpo risucchia il respiro

alle marée legando la mano

dal seno al senso dell’aria nell’assenza

di me

come fossi relitto ed icona

di un’imago passata)

Non rinchiudere il senso delle cose

nelle domande cui per tua logica

non troverai risposta

e non chiederti il sapore d’una mela

che lasci marcire appesa e mai colta.

Sfoglia ogni pagina di questo frutto

partorito dall’incoscienza delle sillabe

nel ventre tondo della creatura assunta

nel perimetro della nostra esistenza.

Ancora áncora il tuo passo al fertile

terreno delle cose nel tattile

profitto della terra quando d’ogni

goccia appesa all’ugola dell’alba

genera piccoli arcobaleni di

voci nell’aria pregna di moto ove la luce

sottraendoti al gesto delle dita

di sempre

in sempre

farà riemergere le sconfitte ombre

nel gioco della luna col sole

ed ogni acaro delle andate

esistenze perderà l’infetta

reverenza dell’intrigo del tempo

con l’inesistente fato – uguale

a se stesso – lascia che si perda

nei perpetui moti del silenzio

che non sa creare altro che vuoto.

Nell’afflusso di sangue alla giugulare

sorreggimi il volto tra le dita,

nella cupa notte delle attese

riempimi il vuoto della pelle

di viva carne che pulsi fino al

fiore segreto del seno:

e che sia febbrile la palpitazione delle ore al cuore

sulla pelle incandescente del fiume inverso

dall’utero alla foce,

voce ricomposta nelle leccate ferite

di cui l’imago renda giustizia di verbo

che arrovellandosi c’intrecci i muscoli

al suono delle membra fino all’ultimo sfinirsi

d’un “Io Sono”

pieno e presente

a tutto questo niente

contro ogni lurida e collerica bile vomitata all’arte

nell’apertura del nostro sguardo all’orizzonte

–          uguale e diverso nella controversa natura

            d’ogni sua armonica di-versità:

l’urlo nostro partorisca l’in-canto

della deflorazione impalpabile dall’inganno

peccato originale – chiuso nel calice fresco d’una rosa

che si rigenera pura e di certezza assolta

nell’anima calda del nostro respiro

liquido

come nettare stillato al senso precipuo della luce

che nell’ora del tramonto

dissolve in sanguigno solco di fuoco

ogni rimarginata crepa

scolpita nelle linee morbide

della nuda pietra.

(Cantarmi il fiorire dei gigli

dall’abisso di posidònie quando

 danzano l’argénteo vanto della

luna che dal tuo corpo emana il respiro

alle marée legando la mano

dal senso al seno dell’aria nella presenza

di me

come fossi carne del verbo e

briciola di pane caldo)

*

Il giardino di Eva

 

(Lieve tana dei ricordi e del rancore

parvuncula traccia che dal nodo del ventre

apri le scorciatoie dei sensi alla ragione

nel martirio delle membra ai seni

turgidi di effimera gioia, consegna

le ombre dell’inconscio alla ratio parca di memoria

ché ne asciughi l’umido delle sillabe alle labbra)

Perché dimenticare la fatica resa alla schiena che accolse

il ramo come freccia trafitta

nella semenza delle razzie del vento? –

Perché dall’inganno del verbo

gravidata la pronuncia incompiuta

dalla lingua al palato

ci cinse nel morbo del peccato? –

Si contorcano le ore sulle dita

negl’istinti soppressi e liberati all’insensata colpa

e che soggiacciano impunite

nell’ossessione del senso nell’iniquo Mio

d’illusione e disappunto – Dio!

Contrappasso nel risveglio dell’inguine al possesso

affonda nelle pretese del mio ventre avvezzo

ché io possa – tronco secco –

di magnolia rifiorire

(Lieve tana dei piaceri e dell’ardore

parvuncula porta che dal nodo del ventre

apri le vie dei sensi alla folgorazione, consegna

le delizie all’incanto dei seni nel rinnovato orgoglio

e la ratio parca di memoria affoga

 nell’apnea della lingua tra le labbra)

*