Giorno: 9 febbraio 2010

Se la Letteratura diventa un luogo comune

Helene Hegemann – nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller Axolotl Roadkill – ha ammesso di aver scritto il “suo” romanzo “saccheggiando” la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da Deef Pirmasen, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è “ispirata“. Ma è davvero questa la notizia? A mio modo di vedere, assolutamente no.

Dietro questa storia, c’è molto più di una ragazzina (l’autrice ha solo diciassette anni) smaniosa di atteggiarsi all’ultima Virginia Wolf made in Berlin. Avranno pure un ruolo la casa editrice, gli editor e la critica, o no? Che dire, poi, dell’artificio derivante dal famoso “effetto esposizione“, meglio conosciuto come “effetto museo“, tanto studiato dai sociologi: centrerà pur qualcosa, o no?

Dico questo perché credo che questa storia vada al di là della vicenda in sé. Ad esempio, potrebbe rappresentare il lassismo di una critica che ha smesso, come parte di quella italiana, di leggere i libri che recensisce. Oppure, se così non fosse, potrebbe voler dire che il web è pieno di scrittori geniali e incompresi almeno tanto quanto sconosciuti. Se neanche si fosse d’accordo su questo, l’unica cosa che mi rimane da pensare è che abbiamo seriamente bisogno di rivedere i canoni estetici e stilistici con cui siamo soliti approcciarci alla Letteratura. Perché, allo stato attuale delle cose, un buon romanzo è quello che vende più copie, il Best-Seller appunto. Che è un po’ come dire che il buon scrittore è quello che scrive più libri. Ma così, sappiamo benissimo tutti non essere.

La Letteratura sta rischiando di morire schiacciata dal peso dell’invadenza di una narrativa spicciola, il cui unico pregio è quello di adeguarsi perfettamente ai gusti estetici del mercato corrente. Una letteratura (e non Letteratura) come questa non è più in grado di offrire nulla al mondo che la accoglie. Anzi: dal mondo essa prende gli elementi che non è più capace di creare, reinventare, proporre, e si limita a raccontarli, a volte con romanticismo e buonismo altre con piglio più lucido e sadico, riempiendo pagine e pagine di retorica e messaggi edificanti non richiesti, perdipiù scritti male. E ci ritroviamo pieni di “fiction” in biblioteca così come in TV. Come se la vita che abbiamo, così com’è, ci piacesse così tanto che sentiamo la necessità di ripetercela, rivivendola ogni volta nelle pagine di un libro. Oppure è la definitiva sconfitta dell’immaginazione, la bandiera della realtà piantata nella testa cava del sogno. Realtà a cui sempre più uomini sembrano adeguarsi con sempre maggiore facilità e velocità, perché, in fin dei conti, è quel che c’è. Ma dov’è quella Letteratura che re-inventa la realtà? Dove quella che ri-pensa l’uomo e la sua inutile presenza su questo mondo?

Della Hegemann mi hanno colpito molto le due dichiarazioni/giustificazioni rilasciate  in risposta alle critiche giunte un po’ da tutte le parti. La prima è “L’originalità in ogni caso non esiste più, solo l’autenticità”, come dire: la Letteratura è morta, non possiamo che ripeterci e sperare di vedere il nostro nome sotto il titolo di un romanzo che non abbiamo scritto. La seconda è “Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall’ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l’ispirazione un po’ dappertutto”, definendo gli scrittori (futuri o attuali) del suo ambiente (quindi anche della sua generazione) come degli amanti del decoupage.

Tra le due, ciò che più mi spaventa è la possibilità che possa aver ragione, anche alla luce di alcuni “best-sellers” che hanno abitato e tutt’ora abitano gli scaffali delle nostre librerie.

John Ash – A cominciare dalle nuvole

John Ash (1948- ) è un poeta inglese, nato a Manchester. Quando poi si è trasferito in America è presto entrato in contatto con la scuola di New York (John Ashbery è quasi un suo omonimo). Hanno detto di lui: “John Ash could be the best English poet of his generation. Yet somehow it seems inappropriate to play the old ratings game with him. Ash lives as an expatriate in Istanbul, a vantage point from which the machinations of ‘po-biz’ must seem very far away. And that distance isn’t merely a geographical fact but a condition of his work (P. Campion)“.

John Ash

John Ash

Starting from Clouds

In what sense can be said to ‘gather’ –
isn’t it more a question of them advancing
over the landscape, ironing-out differences in the light?

They ought to resemble a very grandiose
kind of public building –
Piranesian, for example:
the Palais de Justice, Bruxelles.
*

A munitions factory in the rain
jets of steam rising from the steel plant
visible beyond the contaminated marsh

a din of sirens:
civilians are being evacuated –
say, 60,000 of them
in a calm orchestrated manner.

The sky is clear –
for the moment.
*

A landscape of broken dice, ice-floes…
The city is being carried away by its river.

From the tower of the Exhibition Centre
the coin-operated telescope
reveals a scene of square-jawed actors
conversing with exiled dictators.

Diamonds and blue-prints spill
from instrument cases: the whole
is subject to a rigid geometry.
*

The hospital for tropical diseases
is closed by strikes. A gull dips
at the splash of a gun dropped in the river.
*

The clouds mass into the fierce head
of a political theorist above the cold bay water

from the shape of their mouths
we know the drowned negroes have raised their voices.
*

The tourists are astonished to find themselves
standing on the open hand of liberty
as the rain slants in towards them

from the empty houses and the snarled highway,
the bridge that might as well be inverted
for the good it does: the irises

of their camera shutters
open.
*
 
from the classical
façade of the disused factory
issues a nauseating, sweetish

smell: the dead cannot be buried here
and a hedge of a barbed-wire surrounds them.

It is a place where once the taxi-driver
has dropped you
he will not wait.

 

 

A cominciare dalle Nuvole

In che senso si può dire che siano “in arrivo” –
non è più una questione che riguarda il loro passare
sulle pieghe del paesaggio, appianando le differenze nella luce?

Dovrebbero somigliare a una specie
di grandiosa costruzione pubblica –
piranesiana, per esempio:
il Palais de Justice, a Bruxelles.
*

Una fabbrica di munizioni nella pioggia
getti di vapore dall’acciaieria
visibili al di là della palude contaminata

un lungo fischio di sirene:
i civili saranno evacuati –
diciamo, 60.000 di loro
con calma, secondo un piano.

Il cielo è chiaro –
al momento.
*

Un paesaggio di dadi rotti, banchise…
La città verrà portata via dal suo fiume.

Dalla torre del Centro Esibizioni
il telescopio a gettoni
rivela una scena di attori dalla mascella quadrata
che conversano con i dittatori in esilio.

Diamanti e stampe blu fuoriescono
dalle custodie degli strumenti: il tutto
è soggetto a una rigida geometria.
 
*

L’ospedale per le malattie tropicali
è chiuso per sciopero. Un gabbiano vola
tra gli schizzi d’una pistola caduta nel fiume.
*

Le nuvole si ammassano nella testa feroce
d’un teorizzatore politico sull’acqua fredda della baia

dalla forma delle loro bocche
sappiamo che i negri annegati hanno alzato la voce.
*

I turisti si stupiscono nel ritrovarsi
in piedi sulla mano aperta della libertà
mentre la pioggia s’abbatte obliqua verso di loro

dalle case vuote e le autostrade prese d’assalto,
il ponte che potrebbe anche essere invertito
per il bene che fa: il diaframma

delle loro macchine fotografiche
si apre.
*

Dalla classica
facciata della fabbrica in disuso
viene un odore dolciastro,

nauseante: i morti non possono essere sepolti qui
e li circonda una siepe di filo spinato.

È un posto in cui il tassista
dopo averti fatto scendere
non aspetterà.

(Traduzione di Giovanni Catalano)

Lectio facilior – Luciano Mazziotta

Lectio facilior

Saremo intessuti di facilità,
di soluzioni con un clic,
di tic dissimulati – buongiorno
salve ciao automatici scambiati
ricambiati
                  di corsa
                                in corridoi
di uffici postali. Del pagamento
delle tasse a tasso agevolato
delle tre mosse suggerite
per sopravvivere al complesso
e sorvolare.

Della padronanza di uno strumento
musicale in poche ore,
di una lingua in qualche frase
strettamente necessaria e composta – 
Il tuo nome?
                     L’albergo?
                                     Quanto costa?
Avremo già imparato i fondamenti
di informatica e rimarremo soli
appena svegli ma sazi di sonno,
col caffè e latte pronto accanto al letto,
assuefatti alla facilità
che predilige la linea
e non il calcolo,
l’apribottiglie
non il barattolo,
la prevenzione all’azione dinamica,
la lectio facilior a quella più autentica.

Luciano Mazziotta

Federico Federici- Le serpent tout entier

J. Kubicki

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SOLO ASCOLTO/http://cache.mypodcast.com/cached/leserpent_20090716_0816-463586-222827-3.mp3

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Riferimento:

Federico Federici (Savona, 1974), laureato in Fisica.
Dal 2000 al 2004 svolge attività di ricerca presso la sezione INFM del Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova, nell’ambito della Fisica dei biosistemi, occupandosi principalmente di microscopia confocale e microscopia con eccitazione a due fotoni.
Ha pubblicato (a proprio nome, o a nome Antonio Diavoli) raccolte di poesia, prosa e traduzioni, articoli di critica e traduzioni su rivista («Atelier», «Cantarena», «Conversation poetry», «Private», «Kritya», «Maintenant, journal of contemporary dada writing and art», «Lo Specchio» de La Stampa, «Ulisse», «Il Foglio Clandestino» et al.), pubblicazioni di carattere scientifico.
Ha tradotto dal russo Elena Fanajlova e Nika Turbina, dal tedesco Paul Celan, Hans Arp, Katarina Frostenson, Merja Virolainen, Daiva Čepauskaitė, dall’italiano in inglese Cesare Pavese, Giampiero Neri, Gian Paolo Guerini, Paolo Fichera, dall’inglese Sophie Hannah, Alice Oswald, Renáta Vargová, Rati Saxena.
Ha preso parte a incontri e letture in Italia, India, Germania e Polonia, a mostre di pittura in Italia e Germania, a manifestazioni legate alla videopoesia e al cortometraggio in Italia, Germania e Venezuela.
Nel 2009 vince il “Premio Lorenzo Montano” nella sezione “Opera inedita” con la prima raccolta di versi a proprio nome, L’opera racchiusa (Lampi di stampa, 2009).

http://leserpent.mypodcast.com/

Dammi la pianta dei miei pensieri- fernirosso

samgha- persona


dimostrami il senso

nella corsa dammi  caduti  e d(‘)anni

nella bottiglia

in quella poltiglia di inerti

le farfalle inermi di quegli arti      colati

all’interno        dammi l’ora

l’oroscopo dei segni e

d i l a v a      da  ciò che ancora non sono

la paura come  un prato

di erbe    gramigne uno stato    sembrerà

e l’io

una sfumatura una striscia

vapore tra le sbarre.

Profondità – di Paolo Triulzi – articolo

Lo straniero di Albert Camus. Solaris di Stanislaw Lem. Il processo di Franz Kafka.Questi sono i tre libri di cui consiglio fortemente la lettura e insieme, e altrettanto fortemente, la sconsiglio. Il consiglio e l’avvertimento promanano, in realtà, dallo stesso ordine di motivazioni.

I testi che ho elencato sono tre riconosciuti capolavori della letteratura mondiale, ma non è questa, ovviamente, la ragione che me li fa raccogliere in terna e raccomandare, e sconsigliare. La ragione per la quale compilo un’avvertenza a quei libri, e il fattore che me li fa accomunare, è la profondità psicologica che, in quei testi, gli autori sono riusciti a raggiungere grazie alla narrazione e all’invenzione letteraria. Non è un caso che i tre romanzi siano tutti ambientati in una sorta di extra tempo, in dimensioni non esattamente coincidenti con i contesti vissuti dagli autori. Le vicende narrate esulano, in parte o completamente, dalla quotidianità degli scrittori e trattano di vicende che possono considerarsi delle allegorie esistenziali, delle epopee dello spirito nelle quali ogni spirito, anche in tempi e luoghi differenti, può immedesimarsi.

La profondità, comune alle tre opere, è la caratteristica che fa di questi libri un ponte di collegamento fra la realtà fisica delle pagine coperte di simboli convenzionali e l’interiorità degli esseri umani. Esprime la capacità dell’uomo di ragionare intorno a se stesso e calarsi sempre più nel mistero da lui medesimo rappresentato, il mistero dell’essere umano e della sua, mai completamente sondata, capacità di immergersi nella propria dimensione teorica e astratta: il pensiero. Quando incontrano un lettore predisposto quei libri hanno il potere di sovraeccitarne il sistema nervoso e portarlo a una immedesimazione empatica con le vicende psicologiche dei protagonisti, degli Io narranti. La lettura dei flussi narrativi promananti da Joseph K., da Meursault, da Chris Kelvin, è in grado di scorrere all’interno della coscienza del lettore come una corrente separata ma integrata al flusso coscienziale personale del lettore medesimo. Il lettore si troverà a vibrare dall’interno di una nuova vibrazione, quella prodotta dal libro, senza che però questa venga avvertita come estranea, o indotta, e sarà gettato in stati di prostrazione ingiustificati da accadimenti reali contingenti. Subirà lo sviluppo emozionale dei personaggi. Guarderà, in sovrapposizione alla propria visione del mondo, attraverso la lente costruita dallo scrittore con i propri stessi flussi emozionali. Il pericolo per il lettore è quello della sofferenza, è bene dirlo. Questo è l’avvertimento. La sofferenza speciale di cui si farà esperienza, però, non sarà legata in maniera particolarmente stretta alle vicende oggetto della narrazione, sarà piuttosto una doloranza interiore, un tipo di prostrazione, lo ripeto, oggettivamente ingiustificata. Sarà una manifestazione artificialmente indotta del male di vivere montaliano; sarà la riprova, oserei dire scientifica, che quel male esiste e alberga dentro di noi come il virus sopito di una malattia originaria e cronica, pronto a ogni buona o cattiva occasione a risvegliarsi completamente e a manifestarsi, con tutta la sua carica irrazionale, nuovamente.

@ articolo di Paolo Triulzi 

@post di gianni montieri

fare silenzio

angelo maggi

s’imbandiscano tavolate di silenzio

su di un terreno che non sia di sabbia!

celebrarsi in automatico progressivo

è come un abito che non indosso,

un’ondata che non inzuppa il corpo,

piume che non solleticano voli, solo distanza.

ed allora sotto la pioggia!

ché le sue gocce sono di natura benigna,

detergente di stoviglie e pensieri,

gli stessi con cui ci si nutre,

spesso gratinandosi col niente.

troppi plausi agli incroci casuali,

salotti ricavati sotto semafori a ritmo alternato.

meticolosa ricerca divisa a strappi

coprendo di cenere i capelli del mondo.

cibo masticato in atti cannibali,

eppure il tutto nasce d’istinto,

non necessita diverbi di versi!

fastidio e disagio discosto nell’angolo dei giorni,

gli stessi che macinano sassi e rovi e fine mese a rilancio.

spartizione di fatica umori pillole di chimica pura

inattese come il dosare parole dentro il già detto

nella miriade del cosmo.

tutti scordati come stru-menti in stato di quiete,

tutti immemori dello stillare di linfa

che silenziosa prosegue,  nei nostri corpi.

scansione del gesto e del verbo fuori dal sè quotidiano,

atto del risveglio dimenticato

nelle lenzuola schizofreniche di sudore e visioni,

tesi e vinti, ingoiati dal bisogno di dire!

che sia silenzio, allora.

Api