Quale futuro (la ricerca del senso)?

Enzo Campi

Quale futuro (la ricerca del senso)?

Premessa: questo pezzo è stato improvvisato sulla scorta e sulle fascinazioni dovute alla lettura dell’articolo “Il futuro che incarna la differenza” di Alessandra Pigliaru, consultabile qui

http://www.giornalecritico.it/

Sul femminismo, sull’influenza e sulla pressione delle cosiddette “macchine sociali”, sulla donna come «evento» ho già scritto un libro

( http://enzocampi.splinder.com/post/14086957/Donne+-+%28don%29o+e+%28ne%29mesi
http://enzocampi.splinder.com/post/14953560/donne+-+%28don%29o++e++%28ne%29mesi)

e non mi sembrava il caso di ripetere cose già dette, quindi, per questo pezzo, più che di riflessione io parlerei di deviazione.
Quale senso?
Quale futuro?
Quale differenza?

Il futuro, se ce n’è, è nell’inappartenenza, nella disappropriazione, o meglio ancora nell’estromissione.

Solo uscendo da sé si può «incontrare» l’altro.

Inappartenenza al sé, disappropriazione dal sé.

E l’estromissione è quel fenomeno che permette l’avvicinamento al «tra».

«Tra» una cosa e l’altra, «tra» un corpo e l’altro.

Il «tra» si dà tra due corpi, in sé, disappropriati.

L’essere-con-l’altro (l’unica modalità dell’essere-con-sé – a fortiori dell’estromissione – è quella di attraversare l’altro) pretende un doppio attraversamento, si potrebbe dire un «versamento di tra».

La disseminazione degli attraversamenti non è forse una delle poche possibilità si senso sensato?

Il «tra» non va però confuso con l’intromissione.

Il «tra» è un’inframissione.

Inframettere e inframettersi.

Artaud:

“Nell’humus della trama a ruote

nell’humus ansimante della trama

di questo vuoto,

tra duro e molle”

Nel «tra» la trama.

Nel «tra» l’humus.

Scusate l’autoreferenzialità, ma cito me stesso:

“nel bifido rizoma

scavo

e vado alla ricerca

del derma a derma

che mi protegga dalla norma

in cui defaticare lo sdegno

e svilire l’ingegno

del pressappoco in quanto

tale

e quale sia l’approdo

è sì deriva

del situarsi presso il poco

ch’ancora impera

dettando la legge

del sono io

in quanto cogito

perché

da che mondo è mondo

l’inessenza

è il male da abiurare

 

 

 

nell’infido feticcio scavo

e vado alla ricerca

della pellicola stantia

che ricopre il derma

decomposto

in cui ritatuare il segno

e mortificare il sogno

dell’oltretutto in quanto

vale

e sale il sentore

del situarsi oltre il tutto

ch’ancor digrada

all’assolversi della norma

dell’io mi manco in quanto

e in quando

perché

da che tempo è tempo

ciò che conta

non è l’attimo da cogliere

ma solo l’istante

di cui disfarsi”

 

 

Nella prima strofa: rizoma-derma-norma, ovvero: profondo, superficie, congettura.

Ma anche: approdo come deriva (la riconciliazione dei contrari può avvenire solo nell’attraversamento simultaneo di entrambi) e l’io come entità precipua a cui tutto si rapporta (anche e soprattutto il “poco ch’ancora impera”).

Nella seconda strofa: il feticcio (come rovesciamento in fuori-di-sé del rizoma), l’urgenza di scavare (entrare nel «tra»), di ritatuare segni e, perché no, anche sogni, di effettuare il “passo al di là”, di praticarsi nell’inevitabilità del dispendio.

Da tutto ciò si può ricavare una “trama” esistenziale, patologica (sia nell’accezione positiva del pathos come fascinazione, sia nell’accezione  negativa – e deleuzianamente macchinica – della malattia e del disordine), escatologica (ogni “passo al di là”, ogni a venire presuppone una “fine” e una finalità; anche se qui potrebbe valere la regola dell’ultimo ma mai definitivo) e ontologica (ovvero: “multipla” e “interconnessa”).

Trama del passato, del presente, del futuro.

 Una trama che verte non tanto sul con ma sul «tra».

Il «tra» come tramatura del senso?

Trama e tramatura.

Trama come drama.

Tramatura come “humus”, arché: principio del «tra», principio di vita.

Drama come intreccio.

 Schopenhauer:

“La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell’esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili”

 

Intreccio dei fili visibili-invisibili: il senso sensato?

 Toccare la trama dell’altro?

 Per poter fare ciò bisogna disappropriarsi, eliminare le resistenze.

La resistenza più forte è quella dell’io abbarbicato al suo centro.

La resistenza più forte è quella dell’io privato del transito.

 Se ci si estromette da si può, al limite (bisogna sempre praticare il limite e praticarsi al limite; anche qui ci sarebbe da fare un distinguo tra margini e confini, tra soglie e reticolati, tra consimiltà e differenze), «toccare» l’estromissione dell’altro.

Si dà co-abitazione rizomatica solo tra due estromissioni.

E tutto questo al di là di presunzioni maschiliste e femministe.

“Rovesciamento dell’uno per abilitare il due” (rubo questa locuzione ad Alessandra Pigliaru), il segreto del senso sensato è tutto qui.

Non la catena che lega il corpo alle congetture e alle presunzioni.

Solo i nodi da sciogliere.

Non il punto, unico e indissolubile, in cui riconoscersi nell’uguale e in cui rassicurarsi.

Solo i contrappunti da cui far nascere le successive propagazioni.

Non il cuore fuorviato da millenni di usi (abusi) e consuetudini.

Solo il fulcro nevralgico a cui ancorarsi per tentare l’oscillazione.

Solo basculando si dona «senso» al transito.

Il basculio contiene, in sé, un doppio movimento, un po’ come dire: il dritto e il rovescio.

Non il movimento dell’uno, ma il movimento dell’uno che si è reso al due.

Il «tra» pretende il passaggio (la deterritorializzazione) dall’uno al molteplice.

La mise en «infra» è pura apologia della dualità.

Corpo e pensiero, maschile e femminile, singolare e plurale, profondo e superficie, io e altro.

Ognuna di queste dicotomie (che sono presenti in ogni essere umano) pretende il suo «tra».

Il «tra» è il «tramite» per la riconciliazione degli opposti.

Anche l’hyle e la morphé dovrebbero essere declinate all’insegna del «tra».

Tutto ciò che concerne l’essere non può prescindere di mettere al lavoro questa dicotomia.

Trionfo dell’hyle?

Apologia del profondo?

Materia «tra» materia. Materia «per» materia.

Ma non dimentichiamo che la morphé è insieme peso e pensiero.

Peso di un pensiero che nasce profondo e sorgivo.

Pensiero di un peso come manifestazione, e quindi come estromissione.

La morphé  è quel processo che permette la messa a nudo del «tra».

La hyle emerge in superficie e il compito della morphé è quello di es-tendere le tensioni e le intensioni del suo humus.

L’insieme di peso e pensiero può essere definito semplicemente «corpo».

E le “intensità” non sono forse proprio composte da tensioni e intensioni, da affetti e affezioni, da connessioni e disconnessioni, ovvero da «corpi» al lavoro nelle loro dualità?

Il «tra» si muove in un regime di interconnessioni e inframissioni.

Il «tra» è l’evento.

Né maschilismo, né femminismo.

Nessuna uniformazione all’uguale.

Solo «uguaglianza» e co-abitazione.

Nell’uguale una semplice giustapposizione di sterili «univocità», nell’«uguaglianza» una complessa intrallacciatura  di fertili «dualità».

Contravvenendo a quanto affermato nella premessa, una citazione da Donne – (don)o e (ne)mesi :

 

 

“In questo movimento sempre uguale a se stesso, e dove si situa per l’appunto l’uguale, non c’è un evento che possa instaurare il seme della differenza, non c’è cioè la possibilità di pervenire all’ «uguaglianza». Se il circolo è chiuso non c’è effrazione, non c’è frattura. Per tirarsi fuori da questo «fuori» bisogna aprire una breccia. La breccia non è ancora evento, ma è il primo passo verso una sua possibile costituzione, è il primo passo per accedere alla libertà individuale e all’ «uguaglianza». Potrebbe sembrare un paradosso parlare negli stessi termini di differenza e di «uguaglianza», così come potrebbe sembrare una contraddizione affermare che la differenza è proprio l’«uguaglianza». Cerchiamo di capirci. Abbiamo già differenziato l’uguale dall’ «uguaglianza», l’uguale è ciò che uniforma, spersonalizza e l’ «uguaglianza» è la parità di diritti e doveri. In questo corpus totalizzante e globalizzante l’uguale è ciò che impera e l’ «uguaglianza» è ciò che manca. Raggiungere quindi l’ «uguaglianza» significa instaurare la differenza nell’uguale, ovvero sopperire con il proprio corpo alla mancanza che è propria del corpus.” 

 

Il corpus è la «macchina sociale», il corpo come «evento» è la differenza.

Il senso è nel corpo.

Corpo «tra» corpo. Corpo «per» corpo.

Ci si rende prossimi all’altro solo attraversando e attraversandosi.

Se non si pratica l’attraversamento c’è solo «separazione».

Il «tra» è condivisione.

La prossimità è co-abitazione, con-divisa, delle distanze.

La prossimità è l’unica possibilità di mettere al lavoro il «tra».

Il «tra» è il senso sensato, l’unica «differenza» possibile.

Tutto quello che vive al di fuori del «tra» è «separazione».

Il futuro è nella «differenza».

E se quello che resta come possibilità di a venire è il «tra», ebbene: non ci resta che attraversarlo.

14 commenti su “Quale futuro (la ricerca del senso)?

  1. scusate la scansione ripetitiva (quasi teatralizzata) dell’esposizione, ma ho pensato a un testo che potesse essere “detto” più che letto.

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  2. tra mare e te-
    so un suono

    chi amo
    e
    né so
    chi chiamo
    né so il nesso di come
    con me
    all’amo
    amo me-
    te solo me
    un suono
    di men s’io ne
    apro il cavo so
    e l’avo mio
    depongo molle
    mente di forme
    di fronte a te che sei
    lo specchio.

    Ciao Enzo,ferni

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  3. Enzo, fantastico. Cogli di tanta vita un attimo a fondamento di tutto. Il momento più difficile e indiscreto: quello tra due entità, due realtà, due vite, due di tutto che in effetti sono la sostanza della condivisione tra esseri umani, non soggetti alla regola della ‘solita’ e tediosa convivenza e del quieto vivere, ma del ‘vero’ vivere. Quello di cui vagheggiano i santi, urlano i derelitti, cantano i poeti e bestemmiano i demoni.
    Una trama, quella trama é tessuta per la vista di pochi, di chi vuol vedere…perché se é vero che la trama é spiegata, estesa, chiara, é anche vero che ha nodi, imperfezioni, colori a rovescio eppure, come tutte le cose a rovescio ed imperfette contiene e mostra la vera essenza delle cose e l’inattuabilità della perfezione. Ed allo stesso tempo ci dice che la perfezione é possibile, nell’amore per le stesse imperfezioni che solitamente non si mostrano e non si guardano. Ma possono essere viste chiudendo gli occhi, passando sulla trama i polpastelli cercando l’anima di ciò che é stato tessuto, senza orpelli ed il fardello che tra i fili viene nascosto, così, condiviso, non é più disagio…nemmeno per chi lo ha vissuto…Ora. Ora é condiviso.
    Grazie, Enzo. Che le tue parole vengano lette o dette, conservano in egual misura la loro bellezza e la loro trama é…perfetta.
    Isabella Verdiana

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    • Isa,
      hai sempre un occhio di riguardo per me e ti ringrazio della costante attenzione.

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  4. Caro Enzo,
    sono colpita, come ogni volta, leggendo la generosità endoscopica della tua scrittura e ciò che temo è davvero di spezzare la malia di quanto sai restituire. Ma ci provo, attraverso anch’io, in fondo non conosco altro modo.
    Restano, nel senso che resistono, più di una parola-terminale a questo tuo incedere vorticoso. La ripetizione non fa altro che esaltarne la potenza.

    Il corpo è un intensità, uno slittamento di senso e sensi; attraversare l’altro è il luogo disabitato del fantasma (e delle nostre personali e più prosaiche nevrosi). Inutile ribadire, ci siamo scambiati già considerazioni in merito e spero potremmo scambiarcene tante altre (ché non c’è nulla di definitivo per quanto mi riguarda, mai, tranne l’ultima delle possibilità). Il soggetto nomade riesce ad aprire, a strappare, non accoglie paradossalmente ma attraversa appunto in un piano (deleuziano) che chiama forte ogni semenza radio fisica di magia (per dirla con Artaud) e la fa pulsare. Quelle semenze sono qualcosa di a-topico necessariamente ed è da lì che proviene lo spaesamento, la pericolosità anarchica di un progetto del genere…comprensibile dunque come storicamente si sia prediletta l’identità e il monolitico soggetto di Maggioranza; chi se ne importa se si tratta di un inganno, è rassicurante, abbiamo bisogno di sentirci confortati dal vertice da cui tutto emana con fermezza, dall’assenza come qualcosa che non è – ce lo hanno insegnato (punto e a capo) e non dalla parola concava, non dal tra…peccato che taluni non la considerino neppure come eventualità, ci sarebbe da guadagnare (in salute anche).

    Forse vado fuori tema ma in quel tra penso a Irigaray e al suo Essere due, perché il tra lo sento anche come luogo dell’”a”:
    “Amare a te, e, in questo a, disporre di un luogo di pensiero, di pensare a te, a me, a noi, a ciò che ci riunisce e ci allontana, all’intervallo che ci permette di divenire, alla distanza necessaria per l’incontro. A te: pausa per passare dall’affetto allo spirituale, dall’interiorità all’esteriorità. Ti vedo, ti sento, ti percepisco, ti ascolto, ti guardo, sono commossa da te, sorpresa da te, vado a respirare fuori, rifletto con la terra, l’acqua, gli astri, penso a te, ti penso, penso a noi: a due, a tutti, a tutte, comincio ad amare, amare a te, ritorno verso di te, cerco di parlare, di dire a te: un sentimento, un valore, un’intenzione, per adesso, per domani, per molto tempo. Ti chiedo un luogo e del tempo per oggi, per un futuro vicino, per la vita: la mia, la tua, quella di molti. L’a te passa attraverso il respiro che cerca di farsi parole. Senza appropriazione, senza possesso né perdita di identità, nel rispetto di una distanza. A te, altro, uomo. Tra noi questo a, intenzione senza oggetto, culla dell’essere”

    La distanza di cui parla è colmata da Deleuze, colmata da quell’inestricabile groviglio che ci lega assieme, da quelle semenze e dalla stoffa di cui sono fatte le relazioni dell’umano come dello spazio e del tempo.

    Un rovesciamento dell’uno – e non una mera sostituzione alla quale spesso si inneggia come per passare da una gabbia a un’altra – certo, per riabilitare il due: penso che il dramma stia tutto qui, Enzo. La differenza intesa come relazione e come nomadismo, soprattutto, non ha avuto un congruo rilievo e capiamo bene la ragione se consideriamo le lucide – e profetiche – riflessioni di Deleuze e Guattari e le mostruose conseguenze (quelle sì che sono mostruose, altro che teratologia…) dell’interpretazione al cogito cartesiano…

    In questo senso il futuro è un gomitolo di attese che coincide con l’impazienza.

    Fa bene leggere scritture come la tua, Enzo, perché sono la conferma che si vede “oltre” le dicotomie e gli steccati. Ma di questo per la verità è colma la tua produzione quindi anche qui non faccio che confermare.

    Un grazie speciale, questo articolo per nulla pretenzioso scritto a margine di Rosi Braidotti, è solo un sassolino. Sono felice però di averlo lanciato, perché al primo si è sempre molto affezionati :)

    Alessandra*

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    • Alessandra, intanto grazie!
      Poi appena riesco a riavermi del delirio dei post di quest’oggi ripasso.

      nb
      interessante il tema del prossimo numero della rivista.
      sai che da qualche parte devo avere un pezzo su “L’animale che dunque sono”….
      chissà se lo ritrovo….

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      • beh Enzo, inutile dirti che mi interessa moltissimo il pezzo di cu mi parli; se lo ritrovi mi piacerebbe leggerlo (e sarebbe ancora più bello che tu partecipassi, pensaci).

        p.s. sì, i post odierni sono stati numerosi e densi direi :)

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  5. Anche in questo testo dalla parola, da un lemma si dipartono altri. Unità-frammentazione-germinazione. Questo il percorso di questa sorta di fontana bergsoniana in zampillio di sensi.

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  6. ottimo corollario di quanto ho già letto da a. pigliaru, enzo è molto singolare e particolare il come sai reinterpretare il femminile, mi piace..

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