Giorno: 6 febbraio 2010

Quale futuro (la ricerca del senso)?

Enzo Campi

Quale futuro (la ricerca del senso)?

Premessa: questo pezzo è stato improvvisato sulla scorta e sulle fascinazioni dovute alla lettura dell’articolo “Il futuro che incarna la differenza” di Alessandra Pigliaru, consultabile qui

http://www.giornalecritico.it/

Sul femminismo, sull’influenza e sulla pressione delle cosiddette “macchine sociali”, sulla donna come «evento» ho già scritto un libro

( http://enzocampi.splinder.com/post/14086957/Donne+-+%28don%29o+e+%28ne%29mesi
http://enzocampi.splinder.com/post/14953560/donne+-+%28don%29o++e++%28ne%29mesi)

e non mi sembrava il caso di ripetere cose già dette, quindi, per questo pezzo, più che di riflessione io parlerei di deviazione.
Quale senso?
Quale futuro?
Quale differenza?

Il futuro, se ce n’è, è nell’inappartenenza, nella disappropriazione, o meglio ancora nell’estromissione.

Solo uscendo da sé si può «incontrare» l’altro.

Inappartenenza al sé, disappropriazione dal sé.

E l’estromissione è quel fenomeno che permette l’avvicinamento al «tra».

«Tra» una cosa e l’altra, «tra» un corpo e l’altro.

Il «tra» si dà tra due corpi, in sé, disappropriati.

L’essere-con-l’altro (l’unica modalità dell’essere-con-sé – a fortiori dell’estromissione – è quella di attraversare l’altro) pretende un doppio attraversamento, si potrebbe dire un «versamento di tra».

La disseminazione degli attraversamenti non è forse una delle poche possibilità si senso sensato?

Il «tra» non va però confuso con l’intromissione.

Il «tra» è un’inframissione.

Inframettere e inframettersi.

Artaud:

“Nell’humus della trama a ruote

nell’humus ansimante della trama

di questo vuoto,

tra duro e molle”

Nel «tra» la trama.

Nel «tra» l’humus.

Scusate l’autoreferenzialità, ma cito me stesso:

“nel bifido rizoma

scavo

e vado alla ricerca

del derma a derma

che mi protegga dalla norma

in cui defaticare lo sdegno

e svilire l’ingegno

del pressappoco in quanto

tale

e quale sia l’approdo

è sì deriva

del situarsi presso il poco

ch’ancora impera

dettando la legge

del sono io

in quanto cogito

perché

da che mondo è mondo

l’inessenza

è il male da abiurare

 

 

 

nell’infido feticcio scavo

e vado alla ricerca

della pellicola stantia

che ricopre il derma

decomposto

in cui ritatuare il segno

e mortificare il sogno

dell’oltretutto in quanto

vale

e sale il sentore

del situarsi oltre il tutto

ch’ancor digrada

all’assolversi della norma

dell’io mi manco in quanto

e in quando

perché

da che tempo è tempo

ciò che conta

non è l’attimo da cogliere

ma solo l’istante

di cui disfarsi”

 

 

Nella prima strofa: rizoma-derma-norma, ovvero: profondo, superficie, congettura.

Ma anche: approdo come deriva (la riconciliazione dei contrari può avvenire solo nell’attraversamento simultaneo di entrambi) e l’io come entità precipua a cui tutto si rapporta (anche e soprattutto il “poco ch’ancora impera”).

Nella seconda strofa: il feticcio (come rovesciamento in fuori-di-sé del rizoma), l’urgenza di scavare (entrare nel «tra»), di ritatuare segni e, perché no, anche sogni, di effettuare il “passo al di là”, di praticarsi nell’inevitabilità del dispendio.

Da tutto ciò si può ricavare una “trama” esistenziale, patologica (sia nell’accezione positiva del pathos come fascinazione, sia nell’accezione  negativa – e deleuzianamente macchinica – della malattia e del disordine), escatologica (ogni “passo al di là”, ogni a venire presuppone una “fine” e una finalità; anche se qui potrebbe valere la regola dell’ultimo ma mai definitivo) e ontologica (ovvero: “multipla” e “interconnessa”).

Trama del passato, del presente, del futuro.

 Una trama che verte non tanto sul con ma sul «tra».

Il «tra» come tramatura del senso?

Trama e tramatura.

Trama come drama.

Tramatura come “humus”, arché: principio del «tra», principio di vita.

Drama come intreccio.

 Schopenhauer:

“La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell’esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili”

 

Intreccio dei fili visibili-invisibili: il senso sensato?

 Toccare la trama dell’altro?

 Per poter fare ciò bisogna disappropriarsi, eliminare le resistenze.

La resistenza più forte è quella dell’io abbarbicato al suo centro.

La resistenza più forte è quella dell’io privato del transito.

 Se ci si estromette da si può, al limite (bisogna sempre praticare il limite e praticarsi al limite; anche qui ci sarebbe da fare un distinguo tra margini e confini, tra soglie e reticolati, tra consimiltà e differenze), «toccare» l’estromissione dell’altro.

Si dà co-abitazione rizomatica solo tra due estromissioni.

E tutto questo al di là di presunzioni maschiliste e femministe.

“Rovesciamento dell’uno per abilitare il due” (rubo questa locuzione ad Alessandra Pigliaru), il segreto del senso sensato è tutto qui.

Non la catena che lega il corpo alle congetture e alle presunzioni.

Solo i nodi da sciogliere.

Non il punto, unico e indissolubile, in cui riconoscersi nell’uguale e in cui rassicurarsi.

Solo i contrappunti da cui far nascere le successive propagazioni.

Non il cuore fuorviato da millenni di usi (abusi) e consuetudini.

Solo il fulcro nevralgico a cui ancorarsi per tentare l’oscillazione.

Solo basculando si dona «senso» al transito.

Il basculio contiene, in sé, un doppio movimento, un po’ come dire: il dritto e il rovescio.

Non il movimento dell’uno, ma il movimento dell’uno che si è reso al due.

Il «tra» pretende il passaggio (la deterritorializzazione) dall’uno al molteplice.

La mise en «infra» è pura apologia della dualità.

Corpo e pensiero, maschile e femminile, singolare e plurale, profondo e superficie, io e altro.

Ognuna di queste dicotomie (che sono presenti in ogni essere umano) pretende il suo «tra».

Il «tra» è il «tramite» per la riconciliazione degli opposti.

Anche l’hyle e la morphé dovrebbero essere declinate all’insegna del «tra».

Tutto ciò che concerne l’essere non può prescindere di mettere al lavoro questa dicotomia.

Trionfo dell’hyle?

Apologia del profondo?

Materia «tra» materia. Materia «per» materia.

Ma non dimentichiamo che la morphé è insieme peso e pensiero.

Peso di un pensiero che nasce profondo e sorgivo.

Pensiero di un peso come manifestazione, e quindi come estromissione.

La morphé  è quel processo che permette la messa a nudo del «tra».

La hyle emerge in superficie e il compito della morphé è quello di es-tendere le tensioni e le intensioni del suo humus.

L’insieme di peso e pensiero può essere definito semplicemente «corpo».

E le “intensità” non sono forse proprio composte da tensioni e intensioni, da affetti e affezioni, da connessioni e disconnessioni, ovvero da «corpi» al lavoro nelle loro dualità?

Il «tra» si muove in un regime di interconnessioni e inframissioni.

Il «tra» è l’evento.

Né maschilismo, né femminismo.

Nessuna uniformazione all’uguale.

Solo «uguaglianza» e co-abitazione.

Nell’uguale una semplice giustapposizione di sterili «univocità», nell’«uguaglianza» una complessa intrallacciatura  di fertili «dualità».

Contravvenendo a quanto affermato nella premessa, una citazione da Donne – (don)o e (ne)mesi :

 

 

“In questo movimento sempre uguale a se stesso, e dove si situa per l’appunto l’uguale, non c’è un evento che possa instaurare il seme della differenza, non c’è cioè la possibilità di pervenire all’ «uguaglianza». Se il circolo è chiuso non c’è effrazione, non c’è frattura. Per tirarsi fuori da questo «fuori» bisogna aprire una breccia. La breccia non è ancora evento, ma è il primo passo verso una sua possibile costituzione, è il primo passo per accedere alla libertà individuale e all’ «uguaglianza». Potrebbe sembrare un paradosso parlare negli stessi termini di differenza e di «uguaglianza», così come potrebbe sembrare una contraddizione affermare che la differenza è proprio l’«uguaglianza». Cerchiamo di capirci. Abbiamo già differenziato l’uguale dall’ «uguaglianza», l’uguale è ciò che uniforma, spersonalizza e l’ «uguaglianza» è la parità di diritti e doveri. In questo corpus totalizzante e globalizzante l’uguale è ciò che impera e l’ «uguaglianza» è ciò che manca. Raggiungere quindi l’ «uguaglianza» significa instaurare la differenza nell’uguale, ovvero sopperire con il proprio corpo alla mancanza che è propria del corpus.” 

 

Il corpus è la «macchina sociale», il corpo come «evento» è la differenza.

Il senso è nel corpo.

Corpo «tra» corpo. Corpo «per» corpo.

Ci si rende prossimi all’altro solo attraversando e attraversandosi.

Se non si pratica l’attraversamento c’è solo «separazione».

Il «tra» è condivisione.

La prossimità è co-abitazione, con-divisa, delle distanze.

La prossimità è l’unica possibilità di mettere al lavoro il «tra».

Il «tra» è il senso sensato, l’unica «differenza» possibile.

Tutto quello che vive al di fuori del «tra» è «separazione».

Il futuro è nella «differenza».

E se quello che resta come possibilità di a venire è il «tra», ebbene: non ci resta che attraversarlo.

e perdere il senno, possono, le titubanti creature


Non può essere che una data spostata

(ti scrivo Geneviève perché sono tornata)

ad incollare al cuore il manifesto stretto, di cuore, benedetto

(ti scrivo Elisabeth nella notte del preciso)

e perdere il senno, possono, le titubanti creature

che scorrono nelle monde dune, il fondo di ella

abbioccata a qualche rivista scema della pena

(ti scrivo Maddalena, sulla porta chiusa)

pensa che roba non essere mai state.

Scusa.

Dopo che si è rifatta la sceneggiatura del

grande esangue e ogni tuo luogo ha sottratto

al mare in moto ogni perfetto sparge il suo

modulo sulle infanti fini del sogno proibito

come da invito flaiano, o da cenno federico

“son io ti dico” vedi ” il console del mago”

e svolgo il compito gradevole del deacidio

cioè uccido quella insipiente che è persa

prima sola unica sbellettata o patetica.

Amante e non pensa.

Ti scrivo Antonio, che torni dalle Americhe

e ti racconto quanto nel mio modo migliore

ho sorpreso convincermi che non mi convinceva

questa Divinissima Commedia

un percolato pastoia della guerra

fatta gioco all’amore. E se l’erra-

nte niente niente risorge e scopre

ad una ad una le livide scalcagnate zolle

del, come si diceva, pensiero

fai come fossi tu l’ideatore sospeso, a cazzo

tolto il saluto. Ridetta la bugia. Intero:

ancora al mondo a passeggiare col cappotto.

Verrà, verrà l’arsura!

Verrà la morte apposta per portarti a letto

marilina creatura, idea, folletto,

la sgamberanno pochi spacchi netti

cavalcherà dispetti e spazzatura

scritta sarà dai nostri intelligenti

per tutti a farsi le note domande: ” che avrà

nella fessura interna – quella sanguina! – altra

commessura?”

Alla simbiosi! Al ratto! Al miciomiao!

Casalinga casalinga piangi la mamma

che, non come queste, resti casa e pianga

sulle tue cattive compagnie.

Averle io…ma le ho avute, perdio! Se

l’elenco dei miei dissapori, e i miei diari

e i suoi non fossero porcellari, dì, volgari.

Se non li elencassi come muta sugna

li svinerei, li svinerei, a toni, senti, rari.

E ne farei concime per le vigne.

So più di te, mi senti?, che è civile

e cos’è il sogno accartocciato sul sentiero

le dieci lingue del microcosmo esatto

e la radura di Tbilisi, ed ogni fatto

del cuore-nebbia per cui si è poi scandito

del cuore-stagno dove non si è trovato

del cuore-mona che l’orca straripa, viva

e del cuore-mandria-ossatura che procura

e stiva.