Giorno: 2 febbraio 2010

Si specchiano gl’inverni

Guardami affissa in rami di spezie
freddi gl’inverni sugli occhi
ogni parola mi nevica dentro in cava scavata
dalle tue labbra
che strusciano lente i feroci silenzi

E ferma l’appiglio si mostra
biancosporco sodo sotto i piedi
infilati a chiodo
e quando l’aria ritorna a fischiare
tu mi rivolti i guanti baciando il polso ritratto
e cieco mi sgrani setosa
in liquidi batuffoli di parole.

© photos by otohqphoto

Manuela Dago – Anelli senza dita e altre poesie

Manuela Dago, ecco una che lascia il segno. Consiglio la lettura di queste poesie. Scrittura che tocca, prende allo stomaco. Roba che non dimentichi.

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ANELLI SENZA DITA

I corpi sono tronchi
in cui puoi vedere
gli anni a venire.

I nostri piedi sono le scarpe
di chi ci ha alzati per le braccia
e ci ha insegnato a camminare.

La trama della pelle si ricava
dalla stoffa che stringeva la pancia
di tua madre in gravidanza.

Gli anelli che scegliamo
potrebbero
dimezzarci le dita

per abbracciare i tronchi
inflilare le scarpe
o sfiorare la stoffa

ma tanto passa sempre
dai palmi la linea della vita.

*** 

SETTEMBRE

Le mie ginocchia piegate
sono due teste calve
a picco sull’estate
e l’estate è una carogna puzzolente
che si disfa tra le mani
concima il settembre che scende dai tetti.
Io che sui tetti vorrei vivere
mi attorciglio ogni anno
giù dal muro
per ritrovarmi allineata
coi piedi alla strada,
la mia sterrata
con una corda d’erba nel mezzo
di quelle che avvallano il terreno,
la fine nel fianco
d’erba di collina
e il verde sempre lo stesso
di quando ero bambina.

 ***

LACRIME DA ALLEVAMENTO/CRY-BOY

E se invece di lacrime
piangessimo guance?

Guance sbattute giù come bistecche
cavalli manzi e buoi interi
schiaffati al suolo inermi
molli e senza l’osso.
Carne cruda sana
macinata fine
dal macellaio sottocasa
che ti mandava a comprare tua madre
quando lei era malata.

Lacrime da allevamento
cresciute dentro
foraggiate dai barlumi di dolcezza
della vita che matura
e si ripara tra le sponde dei letti
sempre sproporzionati
ai nostri desideri.

Non sai fino in fondo cosa mangi
e non sai fino in fondo cosa piangi.

 ***

AL MIO CARO BAMBINO

Caro bambino
munto dallo specchio.
Caro bambino
allungato dal soffitto
che tira da una parte
e dal pavimento
che tira dall’altra.
Hai cambiato troppo spesso la lampadina
della pura luce
prima che si fulminasse
per paura di rimanere al buio.
Caro bambino
piccolo è il mondo
e noi siamo fatti su misura.
Nello specchio mentre ti chiedi
scusa tu non sei più un bambino
la pura luce non esiste più
esistono solo centrali elettriche
che impagliano il cuore per farti vivere per sempre
immobile.

Caro bambino
ti è saltato il cuore in bocca
la prima volta
che i mostri sono usciti dal buio
ma poi ti sei abituato no?
Ti-sei-abituato-o-no?

 ***

(SENZA TITOLO)

Le mie parti dure
sono i calli dell’infanzia
rinvenuti
e venerati come fossili
sotto una teca
di sensi di colpa.

***

@ poesie di Manuela Dago

***

@post di gianni montieri

(…)

L’arte è l’invocazione angosciosa di coloro che vivono in sé il destino dell’umanità. Che non se ne appagano, ma si misurano con esso. Che non servono passivi il motore chiamato “oscure potenze”, ma si gettano nell’ingranaggio in moto per comprenderne la struttura. Che non distolgono gli occhi per mettersi al riparo da emozioni, ma li spalancano per affrontare ciò che va affrontato. E che però spesso chiudono gli occhi per percepire ciò che i sensi non trasmettono, per guardare al di dentro ciò che solo in apparenza avviene al di fuori. E dentro, in loro, è il moto del mondo; fuori non ne giunge che l’eco: l’opera d’arte.

A. Schoenberg

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