Mese: febbraio 2010

Le nuvole (Christian Morgenstern)

E ancora una volta,
stanco di riflettermi
nei volti umani
come in altrettanti specchi
di indicibile follia,
alzo lo sguardo
oltre gli alberi e le case
fino a voi,
eterni pensieri del cielo.
Grandiose e libere
ancora una volta mi liberate,
e la mia mente corre lontano
insieme a voi, sopra terre e oceani,
e con voi rimango sospeso
sull’infinità dell’abisso
e svanisco infine
come nebbia,
quando incorporeo
vedo i semi delle stelle
volare
sui campi
delle profondità sconfinate.

Tratto dalla raccolta:
“Per molti sentieri”

E di bolina risalgo

Sergio Davanzo

fino a te la riva di ponente

in un flusso d’ aria

anime generate  attorno ad una vela

un corpo immerso in un  fluido

mobile della ca(u)sa

u n a  v a r i a t a    velocità   locale

di  ogni punto      vela

tu-

re

fluido incomprimibile

che correndo  varia   le sue azioni

l i n g u e  f a c e n d o sè    quell’es-

pressione  agente sulla vela. A pezzi

l’immaginario è vento

che la vela frammenta sopra

il vento e  sotto  cercando

la forza la totale in-

portanza.  Aereo sulle ali

sui ponti delle tante terre  il conduttore è

vento       porta  generata da una sola depressione

sotto la linea di azione perpendicolare  raccorda

media la vela

profila l’es-

posizione al flusso

quell’aria nei due

segmenti della curvatura

il lento scorrere del profondo

e la superficiale tensione ampia

sull’empietà del tempo

le due facce della tela spinta in quel

avanzare e nel mancato ritrovamento del re-

siduo sottile alito che porta alla deriva

e di bolina        secondo alt(r)a retta

porta la barca al limite del viaggio

sotto il pelo dell’acqua

in uguale  intensità

del flusso  vento apparente or-

mai sulla vela

di prua accogliendo    ancora   un vento

che scema  il prossimo

ormai  unico  stretto

ponente.

.

Prendendo il vento sulle alt(r)e esche f.f.

.

http://fernirosso.wordpress.com/2010/02/26/e-di-bolina-risalgo-fino-a-te-la-riva-di-ponente/

Dalle faglie del polje di Erebo

.

Dalle faglie del polje di Erebo

cola denso il fiume Thanatos

giù, fino all’imbuto della dolina

di Emera, dove il Grave dell’Ade

accede profondo alla Risorgiva.

.

Dalla bocca di bava del Pozzo

dondola il mio capo assonnato

che ciondola incerto sull’orlo

del Nulla, come un pendolo

che non sa battere l’ora.

.

Il cappio al ventre mi lega

al bozzello di Stige, di Caronte

il battello veloce, dalla stiva

d’ampiezza infinita da dove

proviene la voce che dice: …

.

Mi fa un nodo alla gola l’inghiottitoio

che stringe e per i piedi mi spinge:

strabuzzo gli occhi, la luce m’annaffia,

l’aria mi gonfia – leggero leggero,

il peso mi schiaccia.

.

Il Grave dell’Ade su di sé si richiude

e non m’inghiotte. Qualcuno sega

il laccio al verricello: di schianto

mi stacco e precipito tra le braccia

d’una darsena,

.

dove non mi resta che piangere mentre

aspetto che vengano a riprendermi.

Io e lei

Io e lei
abbiamo fatto il nido sotto il tetto
come colombi assonnati
e ogni sera voliamo
intorno alla lampada
storditi, come due insetti,
dalla poca ricchezza che abbiamo
poi la notte
restiamo con gli occhi fissi
agli alberi maestri delle stelle,
ai nostri libri, alle lettere,
alle fotografie
e ascoltiamo nelle conchiglie
i versi degli uccelli.

Malati di bellezza come siamo
il nostro tempo
non ci migliora la sorte.

Andrea Pomella

Vista Cansada – Luis García Montero

La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.

La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa di tutti. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.


Preguntas a un lector futuro

¿Está lloviendo?

¿Tal vez en los tejados

Confundes la verdad con la belleza,

Y un bienestar antiguo

Duerme la sombra líquida del tiempo?

¿O es un día de sol,

De los que ruedan por el mundo

Sin esperar la primavera,

Hasta caer hermosos y rendidos

Al pie de tu ventana?


¿Estás fumando?

¿Has conseguido respirar la nube

De tu tranquilidad,

El pacto de los cuerpos con el humo?

¿Has servido la copa

Que te devuelve a la razón más tuya,

A la barca que sabe descansar en su orilla?

¿Pesa ya en la madera de tu edad

El oleaje de lo que se pierde?


¿Estás solo?

¿Alguien lee a tu lado,

En la otra butaca de la noche?

¿Esperas a que suene

El portero automático

Para dejar el libro

Y compartir las horas

Con el amor que manda en los relojes,

Para sentirte libre y excitado,

Por un momento libre,

Sin ambición ni deuda?


Y no voy a negarlo desde hoy:

Agradezco el azar de esta ocasión

En la que tú me salvas del olvido.


Pero no me consuela,

Si yo no puedo recordar la vida.



Domande ad un lettore futuro

Sta piovendo?

Forse che sui tetti

Confondi la verità con la bellezza,

e un benestare antico

dorme l’ombra liquida del tempo?

Oppure è un giorno di sole,

di quelli che ruotano per il mondo

senza aspettare la primavera,

fino a cadere splendidi e servili

ai piedi della tua finestra?


Stai fumando?

Sei riuscito a respirare la nuvola

della tua tranquillità,

il patto dei corpi con il fumo?

Hai servito la coppa

che ti restituisce alla ragione più tua,

alla barca che sa riposare alla sua sponda?

Già pesa nel legno della tua età

l’ondeggiare di ciò che si perde?


Sei solo?

Qualcuno legge al tuo fianco,

sull’altra poltrona da notte?

Aspetti che suoni

il citofono

per lasciare il libro

e condividere le ore

con l’amore che comanda sugli orologi,

per sentirti libero ed eccitato,

per un momento libero,

senza ambizione né colpa?


E non lo negherò a partire da oggi:

ringrazio la casualità di questa occasione

in cui tu mi salvi dall’oblio.


Però non mi consola,

se non posso ricordar la vita.



Otras dudas

Lo peor

No es perder la memoria,

Sino que mi pasado

No se acuerde de mí.



Altri dubbi

La cosa peggiore

Non è perdere la memoria,

se non che il mio passato

non si ricordi di me.



Vista cansada

La vida no es un sueño.


He comprobado el mar con sus cadáveres,

La existencia del sol, la piel, los fríos,

Las luces con sus horas,

Las puertas que los años se dejan mal cerradas.

Olvido y recuerdos tienen los mismos ojos.


Las palabras, como un atardecer

Que se confunde con la noche,

Son arena que cae delante del vacío.

Nunca discute el tiempo

La consigna de musgo que recibe.

Pero pierde las llaves de sus puertas.

Ahora aprendo a vivír con la vista cansada.


Cansado estoy de verte

Mundo extraño,

Prestigio del delor,

Exactitud de la mentira,

Corona turbia

De los estercoleros habitados.

Cansado estoy de ver

Las muertes humilladas

En las habitaciones del silencio.


Me duelen

Los finales injustos,

Que cierran nuestros ojos

Porque somos cadáveres vivientes.


He comprobado el mar. La vida no es un sueño.


¡Qué lepra de banderas!

¡Qué decencia de números podridos!

¡Qué paisaje de escombros!


Pierde el tiempo sus llaves,

Y yo busco mis gafas,

Para seguir aquí,

En las ventanas y las mesas,

Con los años abiertos

Al pie de la ciudad.


Allí se reconocen,

Al sur, al otro lado de esa nube,

De la torre, a la izquierda, justo allí,

Las ramas de la vida, la memoria,

Los pinares pacíficos,

El abrazo que pide una verdad,

El viento que levanta una alegría,

Las ruinas hermosas,

La habitación serena en donde se recuerda,

Con la luz apagada,

La historia libre de la dignidad.


No hablo de ilusiones,

Sino de dignidad, y de mis gafas,

Cristales trabajados que me ayudan

A comprobar el precio de las cosas,

A buscar los teléfonos que quiero,

A recorrer los libros,

A mirar el reloj y los periódicos.


A estar aquí,

En una compartida soledad,

Para ver lo que pasa

Con nosotros.



Vista stanca

La vita non è un sogno.


Ho accertato il mare con i suoi cadaveri,

l’esistenza del sole, la pelle, i freddi,

le luci con le loro ore,

le porte che gli anni lasciano mal chiuse.

Oblio e ricordo hanno gli stessi occhi.


Le parole, come un crepuscolo

che si confonde con la notte,

sono arena che cade dinanzi il vuoto.

Mai il tempo discute

la consegna del muschio che riceve.

Però perde le chiavi delle sue porte.

Ora imparo a vivere con la vista stanca.


Stanco sono di vederti

mondo strano,

prestigio del dolore,

acribia della menzogna,

torbida corona

dei letamai abitati.

Stanco sono di vedere

le morti umiliate

nelle stanze del silenzio.


Mi dolgono

i finali ingiusti,

che serrano i nostri occhi

perché siamo cadaveri viventi.


Ho accertato il mare. La vita non è un sogno.


Che lebbra di bandiere!

Che adorno di numeri putridi!

Che paesaggio di macerie!


Perde il tempo le sue chiavi,

ed io cerco i miei occhiali.

Per proseguire qui,

alle finestre ed alle tavole,

con gli anni aperti

ai piedi della città.


Lì si riconoscono,

a sud, all’altro lato di questa nuvola,

della torre, a sinistra, proprio lì,

i rami della vita, la memoria,

i pinareti pacifici,

l’abbraccio che chiede una verità,

il vento che innalza un’allegria,

le splendide rovine,

la stanza serena dove si ricorda,

con la luce spenta,

la storia libera della dignità.


Non parlo di illusioni,

se non di dignità, e dei miei occhiali,

cristalli lavorati che mi aiutano

a controllare il prezzo delle cose,

a cercare i telefoni voglio,

a scorrere i libri,

a guardare l’orologio e i giornali.


A stare qui,

in una condivisa solitudine,

per vedere quello che

ci succede.

(Poesie tratte da Vista Cansada, Visor 2008. Traduzione libera non richiesta di Luigi Bosco)

INDECIDIBILI SEQUENZE DEL SEMPRE (uno sguardo su “Esilio di voce” di Francesco Marotta)

La terza parte degli inediti di Esilio di voce cui questo pezzo fa riferimento sono visionabili, in un post curato da Natàlia Castaldi qui

https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/02/18/poesie-sono-anche-doni-doni-per-le-creature-attente-doni-carichi-di-destino-francesco-marotta/

Enzo Campi

INDECIDIBILI SEQUENZE DEL SEMPRE

(uno sguardo su Esilio di voce di Francesco Marotta)

 

Parlare di questi e degli altri versi che Marotta ha disseminato nel corso della sua (r)esistenza poetica non è cosa agevole e richiederebbe un’attenzione particolare di cui questo breve e inesaustivo sguardo non è che un infinitesimo granello di sabbia all’interno di un deserto.

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, nella poetica marottiana ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Come vedremo tutto quello che esce fuori di sé è destinato a rientrare, potenziato, al sé che l’ha generato. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza «in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa.

un sintomo bianco
nel gioco del sole un balzo
d’insetti nella calma del rovo
malattia che tutto muove
e trascina a un dettato febbrile
di sensi rappresi
aggrumati per somiglianza
in soprassalti di mare
domani un letargo
memoria senza risveglio
dove riposano polvere e lampo
indecidibili sequenze del sempre

Detto questo vorrei partire da una frase di Natàlia Castaldi che inaugura la presentazione di questi inediti:

“Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito”.

In che modo scorre il tempo nella poetica marottiana?

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

Questa è solo un’occorrenza e sul concetto di tempo ritorneremo più avanti.

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro.

In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo.

Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio
labiale arrecato dal vento
s’inclina disperso per legge d’isole
e cielo un vapore dettato da tante storie
sfigura a brani il percorso dell’occhio
più spesso il corpo di una parola
porosa che esplode
sanguinante nella mano

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poc’anzi : nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione.

macerie in bilico e nello scollo della frana
tutto il candore
dei germogli agghiacciati
in passaggi di stagioni
materia di canto orfano dei silenzi del ramo
teso come un arco
aereo sulla superficie del pensiero
tra le grate del ciglio semplice traccia
levigata reliquia del vento 

Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoi dettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc.

Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia.

In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze,  vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica.

Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si volga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefigura quei processi che andiamo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda
una cresta aerea che si offre
alla spartizione del moto poi
il caso che si libera tra ipotesi
ed evento forse la lettera finale
di un ricordo una vela che si oscura
negli specchi franati di ieri
in cambio di un accordo muto
di una lenta consunzione
senza cenere

Cosa abbiamo qui?

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’ “ipotesi” di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia,  sia incoativa che terminativa, è (e deve essere) effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranza del lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva
la corrente paziente delle ombre
il suono che trascorre
inascoltato
alle tue spalle immagina
con quale lingua il deserto
racconta la piaga dove premeva
la lama della luce il varco
dove precipita il respiro
di una terra libera dal dolore
del nome

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma  semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni : “con quale lingua il deserto / racconta la piaga” ; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta di inediti).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”. Ma al di là delle occorrenze ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerato come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire. Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?) può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un verbo effimero, la cui traccia è comunque destinata a un’ulteriore cancellazione.

Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione  – ad aeternum –  dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura».

Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

sulla pagina svuotata di segni
la notte incide formule e gesti
poi tenta gli occhi la pelle un idillio
di voci sgranate quando dici
il mio corpo ancora mi svela
quando reggi spenti equinozi
che sarebbe cera bruciata
per chi ha nuotato a ritroso
intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque murate

Jabès: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi.

Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura.

La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. E, beninteso, qui non si tratta del classico e abusato serpente che si morde la coda, qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultima ma mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Jacques Derrida inaugura il suo Donare il tempo così:

«“Le roi prend tout mon temps; je donne le reste à Saint-Cyr, à qui je voudrais le tout donner.

È una donna a firmare. Si tratta infatti di una lettera, e di una donna a una donna. Madame de Maintenon scrive a Madame Brinon. Dice, insomma, questa donna, che al Re dona tutto. Donando tutto il proprio tempo, infatti, si dona tutto, si dona il tutto, se tutto ciò che si dona è nel tempo e si dona tutto il proprio tempo»

Quando Derrida, in una mirabile trasposizione, trasforma Madame de Maintenon in Madame de Maintenant (ora, adesso, in questo momento, presente, immediato), non fa altro che ribattezzare quella donna in una sorta di “signora dell’adesso”. Questa donna fa un presente (regalo, dono) impegnando tutto il suo presente (tempo). In un certo senso si priva del proprio tempo per donarlo al tempo del Re; così facendo dona anch’essa tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Scusate l’autoreferenzialità ma vorrei citare me stesso:  “psyché / estesa in lungo / si sfalda al largo / di punto in punto / ancorandosi / al lumen depauperato / e recita il peana / in cui pervertire / la cenere in fuoco”.

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consenta ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso un fuori il contagio dell’interrogazione.

Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella  che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

(Enzo Campi – Reggio Emilia –  prima stesura Febbraio 2010)

Cercavo miracoli – f.f.

Sol Halabi

Cercavo miracoli

per questo ero andata in libreria.

In nessun altro posto puoi toccarli

i miracoli      vederli   ascoltarli.

Sono tangibili e      ti chiamano

Avvicinandoti       un libro     ti  miracola

hai una specie di veritigine

un senso profondo di nausea  un capogiro al quale non  resisti. E.

Allunghi la mano. Ti riversi  sullo scaffale

ti afferri al libro con un calcolo immediato delle forze.

Senti con chiarezza, che dentro quelle pagine c’è una deriva

che non allontana la morte

al contrario la affronta  la accerchia  la spoglia.

Senti che il pavimento crolla sotto i tuoi piedi

sembra che tutto il tuo corpo diventi un immenso

conflitto di sabbie

mobili sabbie i pensieri

e i tuoi piedi  affondano in primitivi luoghi oscuri

lambiscono il tuo corpo le ore    le terre della morte ma

c’è in quel preciso inconsistente confine

qualcosa    una linea    una linfa    un liquido comunque

che   predispone in te quell’antico altro corpo

di materia soprannaturale un rischio

la possibilità di uscirne attraverso un’ipersensibile

aguzzino convocato sulla riva dei sensi

i sensi più segreti  le nostre antenne  più profonde l’arcaico essere.

O d o r i   dalle zone     i n t e r d e t t e

rigenerano una lotta feroce   esauriscono l’anima

la colta coltivata ancella

la cella vergine e sopra ogni forza

il disordine la governa   l’immutato

silenzio  l’inarticolato vestibolo del cuore senza

più

battititi fecondi. In quella frattura, in quell’impercettibile

spuntano i miracoli si assopiscono i dissensi      solo

il piacere

la vertigine   che supera la velocità  il tempo e lo spazio in uno scatto

movimento della caduta

uno spasimo   prossimo alla morte e  apre  l’attimo

tutto ciò che è antecedente  il miracolo

riaprire una pagina

sfogliare l’ultimo

libro sulla mensola

prima di cadere

senza fine ancora.

Sol Halabi

*

Riferimento:

http://fernirosso.wordpress.com/2010/02/19/cercavo-miracoli/

James Schuyler – L’appartamento buio

James Schuyler (1923 – 1991), nato a Chicago, visse due anni a Ischia lavorando come segretario di W.H. Auden prima di trasferirsi a New York dove, a un party, conobbe John Ashbery e Frank O’Hara. I momenti migliori per la sua poesia furono quelli a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Nel 1980 vince il Premio Pulitzer con “The Morning of the Poem”.

James Schuyler

 

 
 
The Dark Apartment

 

Coming from the deli
a block away today I
saw the UN building
shine and in all the
months and years I’ve
lived in this apartment
I took so you and I
would have a place to
meet I never noticed
that it was in my view.

I remember very well
the morning I walked in
and found you in bed
with X. He dressed
and left. You dressed
too. Isaid, “Stay
five minutes.”You
did. You said, “That’s
the way it is. “It
was not much of a surprise.

Then X got on speed
and ripped off an
antique chest and an
air conditioner, etc.
After he was gone and
you had changed the
Segal lock, I asked you
on the phone, “Can’t
you be content with
your wife and me?” “I’m
not built that way, “
you said. No surprise.

Now, without saying
why, you’ve let me go.
You don’t return my
calls, who used to call
me almost every evening
when I lived in the coun-
try. “Hasn’t he told you
why?” “No, and I doubt he
ever will.” Goodbye. It’s
mysterious and frustrating.

How I wish you would come
back! I could tell
you how, when I lived
on East 49th, first
with Frank and then with John,
we had a lovely view of
the UN building and the
Beekman Towers. They were
Not my lovers, though.
You were. You said so.

 

 

L’appartamento buio

Venendo dal negozio di alimentari
a un isolato da qui oggi ho
visto il palazzo dell’ONU
brillare e in tutti i
mesi e gli anni che ho
vissuto in questo appartamento
che ho preso in modo che tu ed io
avessimo un posto per
vederci non ho mai notato
che fosse alla mia vista.

Ricordo benissimo
la mattina che sono entrato
e ti ho trovato a letto
con X. Si è rivestito
e se ne è uscito. Ti sei vestito
anche tu. Ho detto, “Resta
cinque minuti.” Tu
sei rimasto. Hai detto, “È
così.” Non
fu una gran sorpresa.

Poi X si è fatto di speed
e ha rotto una
cassapanca antica e un
condizionatore, ecc.
Dopo che se ne fu andato e
tu hai cambiato la
serratura Segal, ti ho cercato
al telefono, “Non puoi
accontentarti di
tua moglie e di me?” “Non
sono fatto a quel modo, “
hai detto. Nessuna sorpresa.

Adesso, senza dire
perché, mi hai lasciato andare.
Non mi richiami,
tu che mi chiamavi
quasi ogni sera
quando abitavo in cam-
pagna. “Lui non ti ha detto
perché?” ”No, e dubito che
lo farà.” Addio. È
misterioso e frustrante.

Come vorrei che tu tornassi
indietro! Saprei dirti
come, quando stavo
sulla 49esima strada Est, prima
con Frank e poi con
John,
avevamo una piacevole vista del
palazzo dell’ONU e delle
Beekman Towers. Sebbene non fossero
miei amanti.
Ma tu si. Mi dicevi così.

(Traduzione di Giovanni Catalano)

il segreto

Ho scelto questa poesia perché amo la traduzione che ne ha fatto Anna Maria Curci

Il segreto

Lo porterò con me, dipinto
di cobalto, e avrò la spada della mia vittoria
sulle pietre dei sogni inconfessati, non
per avvilimento, ma per bellezza estrema.

Il limite è follia, io sono il centro
Io sono
nella caducità delle cose il punto fermo e
della mia poesia vestirò il vuoto
il mio dolore di
non essere in tempo.

Mai
lo sapranno gli argini dei sensi
mai lo potrà sorprendere in se stesso
chi veste l’abitudine
io che in disparte vivo
di sangue caldo solamente il suono
io che dell’aria vivo.

Das Geheimnis

Ich werde es kobaltblau gemalt
aufbewahren, und ich werde nicht aus Entwürdigung,
sondern aus äußerster Schönheit das Schwert meines Sieges
auf den Steinen der uneingestandenen Träume haben.

Die Grenze ist Wahnsinn, ich bin der Mittelpunkt
Ich bin
in der Vergänglichkeit der Dinge der Punkt und
der Leere,
meinem Leid, nicht rechtzeitig zu sein,
werde ich meine Lyrik anziehen.

Nie
werden es die Dämme der Sinne wissen
nie wird es der in sich selbst überraschen,
der die Gewohnheit trägt,
ich, die abseits von warmem
Blut lediglich den Schall erlebe,
ich, die von Luft lebe.

Cristina Bove, da Attraversamenti verticali, p. 33
Übersetzung ins Deutsche: Anna Maria Curci

Qui si può ascoltare il testo in tedesco

Poesie sono anche doni. Doni per le creature attente. Doni carichi di destino. – Francesco Marotta (post di natàlia castaldi)

Anselm Kiefer - Resurrexit

Anselm Kiefer – Resurrexit

*

come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni”

fm

λέγω – λόγος – ποιέω – ποιήτης

Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito.

“varcare la soglia di una domanda / rasente all’ombra che a fatica / recupera i suoi codici eccede gli argini / imponendosi torsioni di lingua / per esempio la trama discorde / che dai margini offre un sentiero / al silenzio” – (da “Esilio di voce”, 2009)

(altro…)

Nel giardino dell’oro e del vento – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

 

Viaggio nella luce – controcanto al vento

 

 (Non cantarmi lo sfiorire dei gigli

nell’abisso delle onde quando

s’increspano d’argento nel gioco

della luna che dal tuo corpo risucchia il respiro

alle marée legando la mano

dal seno al senso dell’aria nell’assenza

di me

come fossi relitto ed icona

di un’imago passata)

Non rinchiudere il senso delle cose

nelle domande cui per tua logica

non troverai risposta

e non chiederti il sapore d’una mela

che lasci marcire appesa e mai colta.

Sfoglia ogni pagina di questo frutto

partorito dall’incoscienza delle sillabe

nel ventre tondo della creatura assunta

nel perimetro della nostra esistenza.

Ancora áncora il tuo passo al fertile

terreno delle cose nel tattile

profitto della terra quando d’ogni

goccia appesa all’ugola dell’alba

genera piccoli arcobaleni di

voci nell’aria pregna di moto ove la luce

sottraendoti al gesto delle dita

di sempre

in sempre

farà riemergere le sconfitte ombre

nel gioco della luna col sole

ed ogni acaro delle andate

esistenze perderà l’infetta

reverenza dell’intrigo del tempo

con l’inesistente fato – uguale

a se stesso – lascia che si perda

nei perpetui moti del silenzio

che non sa creare altro che vuoto.

Nell’afflusso di sangue alla giugulare

sorreggimi il volto tra le dita,

nella cupa notte delle attese

riempimi il vuoto della pelle

di viva carne che pulsi fino al

fiore segreto del seno:

e che sia febbrile la palpitazione delle ore al cuore

sulla pelle incandescente del fiume inverso

dall’utero alla foce,

voce ricomposta nelle leccate ferite

di cui l’imago renda giustizia di verbo

che arrovellandosi c’intrecci i muscoli

al suono delle membra fino all’ultimo sfinirsi

d’un “Io Sono”

pieno e presente

a tutto questo niente

contro ogni lurida e collerica bile vomitata all’arte

nell’apertura del nostro sguardo all’orizzonte

–          uguale e diverso nella controversa natura

            d’ogni sua armonica di-versità:

l’urlo nostro partorisca l’in-canto

della deflorazione impalpabile dall’inganno

peccato originale – chiuso nel calice fresco d’una rosa

che si rigenera pura e di certezza assolta

nell’anima calda del nostro respiro

liquido

come nettare stillato al senso precipuo della luce

che nell’ora del tramonto

dissolve in sanguigno solco di fuoco

ogni rimarginata crepa

scolpita nelle linee morbide

della nuda pietra.

(Cantarmi il fiorire dei gigli

dall’abisso di posidònie quando

 danzano l’argénteo vanto della

luna che dal tuo corpo emana il respiro

alle marée legando la mano

dal senso al seno dell’aria nella presenza

di me

come fossi carne del verbo e

briciola di pane caldo)

*

Il giardino di Eva

 

(Lieve tana dei ricordi e del rancore

parvuncula traccia che dal nodo del ventre

apri le scorciatoie dei sensi alla ragione

nel martirio delle membra ai seni

turgidi di effimera gioia, consegna

le ombre dell’inconscio alla ratio parca di memoria

ché ne asciughi l’umido delle sillabe alle labbra)

Perché dimenticare la fatica resa alla schiena che accolse

il ramo come freccia trafitta

nella semenza delle razzie del vento? –

Perché dall’inganno del verbo

gravidata la pronuncia incompiuta

dalla lingua al palato

ci cinse nel morbo del peccato? –

Si contorcano le ore sulle dita

negl’istinti soppressi e liberati all’insensata colpa

e che soggiacciano impunite

nell’ossessione del senso nell’iniquo Mio

d’illusione e disappunto – Dio!

Contrappasso nel risveglio dell’inguine al possesso

affonda nelle pretese del mio ventre avvezzo

ché io possa – tronco secco –

di magnolia rifiorire

(Lieve tana dei piaceri e dell’ardore

parvuncula porta che dal nodo del ventre

apri le vie dei sensi alla folgorazione, consegna

le delizie all’incanto dei seni nel rinnovato orgoglio

e la ratio parca di memoria affoga

 nell’apnea della lingua tra le labbra)

*