Giorno: 31 gennaio 2010

La carne divina della poesia: Miguel de Unamuno, José Hierro & María Zambrano post di natàlia castaldi)

Piensa el sentimiento, siente el pensamiento;
que tus cantos tengan nidos en la tierra,
y que cuando en vuelo a los cielos suban
tras las nubes no se pierdan.
[…]
No el que un alma encarna en carne, ten presente,
no el que forma da a la idea es el poeta,
sino que es el que alma encuentra tras la carne,
tras la forma encuentra idea.
 
“Credo poético”, Miguel de Unamuno 
In queste sere grige
dall’ Antologia Poetica di Miguel de Unamuno
Fussi Editore – 1949
v.v. 23-54
[…]
Fu ciò che fu ? Chissà ! …
La nave solca l’oceano infinito
e nei suoi cristalli,
tutti eguali,
non lascia traccia del suo errante solco
né orma nel suo grembo.
No, è soltanto,
la nave stessa, sì, rapida o lenta,
quella che conserva le onde che passarono,
o quelle che furono soltanto
sogni del mare.
Su questa nave non portiamo forse
ciò che solo sognamo
e sogno soltanto è stato ?
Dell’illusione al vento va la vela
e la scia annullata,
ma le onde, le brezze,
sorrisi dei mari e dei cieli,
di aneliti colmano la nave deserta
che non sa dove va.
E nel suo cammino, breve o lungo,
questi aneliti sono il suo carico:
ciò che sognamo è il nostro tesoro,
il nostro capitale,
l’oro di illusioni che guadagnamo,
ricchi di sogni,
e padroni solo dell’ideale.
Ricorda, dunque, o sogna tu, anima mia,
– la fantasia è la tua sostanza eterna –
ciò che non fu:
con le tue immagini diventa forte,
questo è vivere, il resto è morte.
***
Successione di frammenti tratti dal libro “Claros del bosque” di María Zambrano,
accompagnati dalle note di “Per Alina” del compositore Arvo Pärt

***

«Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità».
«Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi privi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia».
«E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole».
«Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata».
María Zambrano
*** *** *** ***
José Hierro maturò la propria esistenza ed espressione poetica durante gli anni di prigionia nelle carceri franchiste, cui fu costretto insieme al padre, dal 1939 al 1944, per aver partecipato agli scontri della Guerra Civile Spagnola tra le fila repubblicane.
I lutti, le torture e la morte del padre a causa degli irreversibili danni fisici subiti nel corso della prigionia, segnarono l’esistenza e la poetica del giovane Hierro, che negli anni della prigionia, appunto, fece della sua attività poetica espressione di resistenza e dialogo con i compagni di lotta con lui detenuti, animandoli, sostenendoli, mantenendo sempre accesa una luce di speranza che, pur non sfociando in una vera e propria espressione di fede religiosa – giacché il poeta non riconobbe mai l’esistenza di un dato Dio – si abbandonava tuttavia, a riflessioni intimistiche, che tradiscono l’influenza del pensiero di Miguel De Unamuno (nell’aspirazione e necessità dell’uomo di ricondursi ad una fede come unica via di speranza) e di Marìa Zambrano riguardo la sua concezione  “poetica”, intesa come estremo relazionarsi al senso intimo dell’esistenza umana anche attraverso l’esperienza fortificatrice del dolore. E’ dunque ancorandosi alla speranza della poesia che egli si sopravvive nelle avversità, rinascendo”, quindi, ogni giorno rinnovato nel pensiero lungo un percorso di maturazione che solo il cuore può sperimentare attraverso la metabolizzazione della sofferenza, restando sempre in totale aderenza terrena ai fatti dell’uomo, per poi trascendersi a viso aperto nell’esperienza altra ed alta della morte.
 
natàlia castaldi
LE NUVOLE
 
Inutilmente interroghi.
I tuoi occhi guardano il cielo.
Cerchi, dietro le nuvole,
orme che si è portato via il vento.
Cerchi le mani calde,
i visi di quelli che sono stati,
il circolo dove marcano
suonando il loro strumenti.
Nuvole che erano ritmo, canto
senza fine e senza inizio,
campane di schiuma pallide
ribaltando il loro segreto,
palme di marmo, creature
che girano al ritmo del tempo,
imitando alla vita
il suo perpetuo movimento.
Inutilmente interroghi
dalle tue palpebre cieche.
Che fai guardando le nuvole
José Hierro?
(da Cuanto sé de mi, 1957)
*
 
ACCANTO AL MARE
 
Se muoio, che mi mettano nudo,
nudo accanto al mare.
Saranno le acque grigie il mio scudo
e non si dovrà lottare.
Se muoio che mi lascino da solo.
Il mare è il mio giardino.
Non può, chi amava le onde,
desiderare un’altra fine.
Sentirò la melodia del vento,
la misteriosa voce.
Sarà finalmente vinto il momento
che miete come falce.
Che miete incubi. E quando
la notte inizierà ad ardere,
sognando, singhiozzando, cantando,
io nascerò di nuovo.
(Quinta del 42, 1953)
*
L’INDIFFERENTE
 
Adesso saremo felici,
quando non c’è niente da sperare.
Che cadano le foglie secche,
che nascano da fiori bianchi,
che importa!
Che splenda il sole o che arpeggi
la pioggia sul vetro,
che tutto sia menzogna
o sia tutto verità;
che regni sulla terra
la primavera immortale
o che declini la vita,
che importa!
Che ci siano musiche erranti,
che importa!
A che fine vogliamo musiche
se non c’è niente da cantare.
(da Alegría, 1947)
 *
 
COLUI CHE DÀ L’ALLEGRIA
 
Sii come il fumo: sali,
pensa che evitandoti
nessuno dirà “ti ho avuta
e ho potuto misurarti”.
Sii come il sogno: canta,
incanta all’addormentato.
Ci apre la tua gola
il cuore fiorito.
Sii il vino che ubriaca
e per vizio si ama;
non il sandalo che la scure
profuma, che lo ferisce.
Anima che luccica e rimane
risuonando nell’uomo.
Ma che nessuno possa
indovinare il suo nome.
(da Alegría, 1947)
*
 
BENCHÉ IL TEMPO MI CANCELLI DA VOI
 
Benché il tempo mi cancelli da voi
la mia gioventù darà la morte al tempo.
E allora, senza parlarmi, senza parlarci,
così chiaramente ci capiremo,
e che bello vivere tra di voi
sognando i vostri sogni.
Passerete davanti all’albero, al fiume
bagnerete il vostro corpo
e vi riempirà un’antica e profonda grazia,
un remoto mistero,
come se l’albero o come se l’acqua
galleggiasse prima nel vostro ricordo,
come se qualcuno avesse vissuto prima
la vita che portate nei vostri corpi.
Così condivideremo i nostri mondi
nel fondo dei vostri pensieri.
(da Alegría, 1947)
José Hierro
*da Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003 – Traduzioni a cura di Alessandro Ghignoli
*** *** *** ***

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Canto serale (Georg Trakl)

 

La sera, se andiamo per oscure vie,
smorte ci incontrano le nostre ombre.
Ora chi ha sete
beva le bianche acque dello stagno,
dolci i lamenti della nostra infanzia.
Morti in riposo sotto il folto sambuco
guardiamo grigi gabbiani.
Nubi primaverili coprono la città buia
che tace i tempi di monaci eletti.
Quando io presi la tua mano esile
battesti piano gli occhi rotondi:
ora è perduto.
Ma se una buia armonia penetra l’anima
appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.